ACILIA SUD-DICEMBRE 2017

Territorio di bonifica dell’Agro Romano, un agglomerato di caseggiati agricoli, una borgata, una frazione di Roma Capitale (la seconda più popolata d’Italia) questa l’evoluzione moderna del territorio di Acilia che oggi viene a pieno titolo considerato area urbana di Roma. L’originario nucleo abitativo di Acilia risale agli antichi romani, come testimoniarono degli importanti ritrovamenti riemersi alcuni anni orsono, oggi però mi occupo di quello nato nei primi del ‘novecento e conosciuto come “Borgo Acilio”. Questo venne costituito dalla Casa del Fascio, un progetto avviato per la realizzazione di scuole elementari ed un presidio medico, al suo intorno vi risiedevano poche decine di persone, in un territorio  comprendente quell’area oggi conosciuta come Monti di San Paolo. In seguito alla costruzione della strada statale Via del Mare aperta nel 1928 e della ferrovia Roma-Lido, l’originario “Borgo Acilio” venne definitivamente diviso in due aeree abitative con quello dei Monti di San Paolo, dove vennero in seguito realizzate delle umili abitazioni chiamate “Casette Pater”, costruite coll’economico  futuristico materiale “Populit”  (una fibra di paglia compattata) destinate alle famiglie indigenti e volute dal capo del Governo italiano B. Mussolini il quale presenziò alla loro inaugurazione nel 1940.  Così vi fu una materiale separazione tra i due agglomerati dando vita a due distinte aree urbanizzate, divisione sancita oggi nella distinzione topografica di Roma Capitale in  Acilia Nord ed Acilia Sud. Con l’avvento della Repubblica venne realizzata la via Cristoforo Colombo, così  il nucleo centrale di Acilia andò a cementarsi tra le due grandi arterie stradali, ampliandosi a dismisura con le adiacenti urbanizzazioni di Casal Bernocchi (ex Ina Casa), di San Giorgio (ex Villaggio Giuliano) e quello della zona residenziale Axa saldati in un'unica continuità territoriale.  A  dispetto dell’esponenziale sviluppo urbano, ancora oggi le quotidiane attività dei residenti si svolgono nella piazza di San Leonardo, realizzata in uno slargo ricavato dalla confluenza delle due principali strade interne al fine di accogliere l’omonima chiesa realizzata nel 1936. La Piazza, con il suo perimetro delineato dalla continuità degli edifici abitativi, con al suo centro uno spazio verde di pochi metri quadrati con inglobati alcuni alberi e poche affollate panchine, è caratterizzata da un’assoluta assenza di eloquenza monumentale. È qui che negli anni si sono affastellate le attività commerciali, è qui che la chiesa cattolica di Leonardo da Porto San Maurizio, eretta nel 1936 e pregiata recentemente del titolo Cardinalizio da papa Francesco, svolge il ruolo di polo attrattore e propulsore degli interessi sociali dei residenti, è qui, tra funzioni religiose, celebrazioni laiche, bancomat e cappuccini con cornetto che si ha lo scorrere della vita quotidiana, dove ci si incontra, si acquista, ci si sposa e ci si accomiata.

Ed è qui, da questa chiesa, o meglio, dalla biografia del suo autorevole intestatario (per lo più sconosciuto alla maggioranza dei residenti)  che mi muovo e scrivo  questo primo articolo dedicato a questa fetta del territorio di Roma chiamato Acilia.  Leonardo da Porto Maurizio (civilmente Paolo Girolamo Casanova, nato nel 1676 nella, oggi, città d’ Imperia) fu uno dei più rappresentativi e convincenti predicatori cattolici del XVIII secolo, appartenne all’Ordine dei Minori Riformati Francescani  e svolse la determinante azione di difesa e diffusione della fede Cattolica decisa dalla neonata Congregazione di Propaganda Fide.

Il Minore riformato Leonardo da Porto Maurizio, che desiderava predicare in Cina, si adoperò alacremente alla predicazione sui territori oggi italiani impegnandosi in veementi sermoni.  Nella sua “febbrile” attività di propaganda cattolica eresse ben 572 Via Crucis ed alle riproposizioni della Passione di Cristo si immedesimava  così a fondo, da non esitare nell’emulare le sofferenze del Cristo sottoponendosi pubblicamente a volontari tormenti fisici quali l’auto flagellazione ottenendo, a giudizio dei cronisti dell’epoca, un “incredibile concorso di popolo”.  Dopo avere proclamato i suoi sermoni sull’intero territorio, con assiduità  particolare in Toscana, (all’epoca terra d’inclinazione spiccatamente Giansenista)  fu chiamato a predicare nella città di Roma dove organizzò la sua più celebre Via Crucis all’interno dell’Anfiteatro Flavio piantandovi la Croce e inaugurando così un rituale ancora oggi  officiato dal Papa e partecipato dai fedeli a ricordo del martirio Cristiano ma…ci fu qualcosa di più nell’azione e nella volontà  di Leonardo da Porto Maurizio che collega indissolubilmente il patrono di Acilia con il territorio e le vicende della madre Roma che trovo interessante riportare. Forse  l’idea di utilizzare l’Anfiteatro romano come palcoscenico teatrale per la rappresentazione della Passione di Cristo era balenata a Leonardo di Porto Maurizio già ai tempi della sua formazione cattolica  presso il convento di San Bonaventura sul Palatino quando, dalla posizione dominante del luogo, il suo sguardo si fermava sulla mole dell’Anfiteatro o, forse più realisticamente, intese ravvivare una pratica introdotta alcuni anni prima dalla Confraternita del “Santissimo Salvatore ad Sancta Sanctorum” detta del ”Gonfalone ” la quale, vantando dei diritti di possesso sull’Anfiteatro Flavio ed avendo degli oratori al suo interno, vi svolgeva una seguitissima rappresentazione della “Passione di Cristo”.

Nel 1675  l’Anfiteatro Flavio era stato  riconosciuto ufficialmente dalla Congregazione delle Cause dei Santi come “luogo di Martirio Cristiano” (fatto storicamente infondato) ed al fine di sottrarlo definitivamente all’oblio “Pagano” venne elaborato un realistico progetto di conversione del “Colosseo” (ora posso chiamarlo così)  in una chiesa cattolica consacrata. L’iniziativa presa dalle Confraternite religiose venne sostenuto e perorato  da Leonardo da Porto Maurizio anni più tardi. Egli si adoperò, con la tenacia conosciuta, al fine di coagulare forze che sostenessero il progetto e, tra gli altri, trovò l’adesione tecnica dell’architetto del papa Carlo Fontana nonché dello stesso papa Benedetto XIV il quale ordinò la realizzazione delle edicole della via Crucis al suo interno.

Del “Colosseo” l’intero Mondo conosce le fattezze ed è oggi l’emblema di Roma (quella Laica) ma quanti ne conoscono le vicissitudini che questo subì nell’arco della sua (per fortuna lunga) vita?  Dopo la sua trasformazione a proprietà nobiliare fortificata con lo sfruttamento a rendita finanziaria derivante dagli affitti degli opifici e stalle realizzate al suo interno, dopo la totale depredazione dei suoi marmi per volontà di Principi e Prelati  (erano sempre gli stessi individui) che lo trasformarono in una cava, l’evento che rischiò di far scomparire dalla memoria universale il simbolo della Roma che fu, si ebbe proprio con l’enfatica azione delle Confraternite guidate dal Minore riformato Leonardo da Porto Maurizio.  Per fortuna del sublime Monumento, e nostra, i tempi erano cambiati ed alla oscurantista iniziativa sostenuta dal Vaticano risposero, condannandola universalmente, tutti gli illuminati intellettuali “Oltremontani” e fu per le loro tesi, congiuntamente all’immagine romantica delle rimanenze “Pagane” veicolata da artisti come G. Paolo Panini e l’incisore G.B. Piranesi, che l’insana iniziativa venne frenata.  Erano tempi “difficili” per l’assolutista Stato Pontificio quelli, si era in piena Era Illuminista ed i più accreditati intellettuali del tempo (Goethe, Voltaire, Rousseau, Kant…) combattevano l’immobilismo sociale delle forze conservatrici al potere, la Scienza apriva nuovi immensi spazi e si dava alle stampe, per la conoscenza individuale, (vera azione rivoluzionaria questa) la prima Enciclopedia Universale (Encyclopedie) di Diderot e D’Alembert.  La battaglia tra le opposte volontà fu combattuta senza esclusioni di colpi ed il colpo che si intendeva assestare al simbolo del “Paganesimo” per antonomasia, doveva celebrare il trionfo del Cattolicesimo e della orgogliosa sovranità Universale del Papa su tutte le “eresie” di ogni tempo.  Per fortuna dell’Umanità intera la “luce” che si diffuse in Europa riuscì ad “illuminare” anche la mente del Sovrintendente e Commissario alle Antichità sig. Ridolfino Venuti,  il quale si oppose a tale oscurantista progetto.  Con il trascorrere del tempo poi, avvennero sì tali epocali cambiamenti sociali che fecero sfumare anche il ricordo di sì surreale iniziativa ed oggi, trovandomi qui, davanti alla chiesa di Acilia ed alla statua commemorativa di Leonardo da Porto S. Maurizio, proclamato Santo nel 1867 da papa Pio IX (ultimo Papa re) per l’impegno evangelico profuso ispirato all’aspetto penitenziale della vita religiosa, sento la necessità di ringraziare quegli avveduti “illuminati” che permisero a tutti noi ancora oggi e, si spera, nel futuro di poter godere della presenza autentica di quella Universale romanità che porta il nome di Anfiteatro Flavio, grazie a Dio. La laboriosa comunità di Acilia, orgogliosa discendente della Gens degli Acilii Glabrioni,  può gioire dello scampato scempio dell’universale emblema della sua veneranda madre Roma.