TOR DE CENCI, MEZZOCAMMINO -GENNAIO 2015

Dopo la nascita nel 1965 dell’Ente Eur-Spinaceto,  il territorio  Tor de’ Cenci – Spinaceto ebbe un forte impulso e rappresentò l’ultima urbanizzazione intensiva che interessò il Comune romano durante gli anni ’70-80. Al solo citare quegli anni, si affastellano repentini alla memoria quelli delle speculazioni edilizie e delle ultime costruzioni di residenza popolare, anni  “effervescenti” di iniziative imprenditoriali che si confondono con quelli “caldi” delle rivendicazioni sociali e civili che investirono come una tormenta, e vi persisterono a lungo, l’intero territorio apportando profondi sconvolgimenti allo stesso e in coloro che vi si stabilirono.

 È forte il desiderio di parlarne, di addentrarmi in intrigati risvolti socio-economici ancora persistenti nell’odierno quotidiano del cittadino romano, ma è più forte il fascino esercitato dal dimenticato lontano passato sulla mia coscienza di storico, per cui vi trascinerò indietro nel tempo narrandovi del possibile legame del nome di questo territorio,  “Tor de’ Cenci”, con quello della Medievale famiglia romana dei Cenci.

Le prime notizie dei Cenci risalgono agli anni mille con il loro probabile capostipite, Stefano, che uccise il Prefetto di Roma nel 1055. Il cognome Cenci derivava dal nome Crescenzio ed era molto comune a quei tempi, e dunque risulta molto difficoltoso per i moderni ricercatori ripercorrerne l’evoluzione dinastica, ma è data per molto verosimile una loro discendenza da un’altra famosa e potentissima famiglia romana, quella dei Crescenzi, coi quali, oltre ad avere in comune una linea genealogica femminile, conservarono una parte molto rappresentativa dello stemma araldico caratterizzato dalle particolari “lunette crescenti”.

La dinastia dei Cenci si sviluppò da questa linea dinastica femminile e si hanno testimonianze ininterrotte del loro protagonismo sociale sino alla metà del XVIII secolo quando, con il suo ultimo rappresentante, il cardinale Baldassarre Cenci, la famiglia si estinse.

Nel corso di sette secoli la dinastia ricoprì ruoli di assoluto prestigio cittadino ed arrivò a detenere una grande eredità familiare. Sono comprovati, da varia documentazione sia comunale sia notarile, gli importanti possedimenti agricoli nella allora campagna romana, che si estendeva già dalle mura della città e quelli immobiliari in Roma, dislocati soprattutto nella zona di Trastevere e, a riprova del potere economico raggiunto, possederono varie torri nella città, le quali rappresentavano i vistosi “grattaceli” dell’epoca; tra queste spiccava quella famosa situata all’inizio del Rione Parione, denominata “Torre di Stephanus Serpetri” allora capo del clan Cenci.

Parlo di questa torre, tra i tanti aneddoti ed eventi legati a questa famiglia, perché questa è rimasta famosa nel tempo per una caratteristica davvero curiosa: nell’anno 1075 vi fu rinchiuso a forza, il Papa. Gregorio VII (che fu canonizzato da Paolo V nel 1606) fu protagonista della storia italiana, europea ed universale, per avere innescato l’annosa vicenda denominata “Lotta delle Investiture” che lo contrappose all’imperatore Enrico IV, da cui derivò l’emblematico evento della “Umiliazione di Canossa”  nel gennaio del 1077 dove, sette secoli dopo quella dell’imperatore Teodosio avvenuta a Milano dinanzi al vescovo Ambrosio, si ribadiva la supremazia della Chiesa su quella dell’Imperatore.  Evento straordinario che, accolto tiepidamente dal fedele-suddito dell’epoca, incise invece profondamente sulla vita delle successive generazioni sino all’epoca moderna.

A riprova che al tempo vi era un profondo contrasto anche tra le influenti famiglie romane ed il Clero, vi è proprio la vicenda di quel Cenci prefetto e capitano d’arme di Roma ai tempi del Papa Gregorio VII  a testimoniarlo. Condannato dallo stesso Gregorio all’esilio e privato dei suoi personali beni con la conseguente significativa distruzione di una delle sue torri, il Cenci dovette fuggire dalla città di Roma e si rifugiò presso uno dei suoi possedimenti di campagna organizzato con roccaforte turrita (molto probabilmente situato proprio nell’odierno territorio di Tor de’ Cenci), qui contattò ed accolse un rappresentante della potentissima famiglia dei Canossa che lo pose sotto la sua potente ala protettiva preservandolo dall’editto del Papa, ciò gli permise di riorganizzarsi in breve tempo e di meditare la vendetta.

Forte dell’appoggio di diversi prelati vicini al Papa, ostili per la disputa delle Investiture in atto, e di diversi sgherri assoldati, non ebbe remore a compiere una spregiudicata e violenta azione sacrilega nei confronti del Papa. Il Cenci, rientrato furtivamente nella città di Roma, riuscì nella notte di Natale del 1075 a rapire nella chiesa di S. Maria Maggiore papa Gregorio VII mentre era impegnato ad officiare la Messa. La cronaca del tempo si fonde con la leggenda donando al resoconto un’aura affabulatoria che rappresenta la caratteristica insopprimibile del periodo storico in esame, dove le vicende umane erano considerate espressione del “Disegno Divino” e dunque portatrici della “Volontà Divina”, con la quale si palesava al fedele la strada da percorrere per l’imprescindibile avvento della “giusta società Cristiana” che lo avrebbe condotto alla salvezza. 

Dunque, il resoconto della cronaca ci riporta come il Cenci fosse riuscito a rapire nella notte di Natale il Papa con l’aiuto degli sgherri, ed a trascinarlo su di un cavallo con il quale si inoltrò negli oscuri vicoli delle abitazioni sull’Esquilino dileguandosi nella buia notte romana.

Ma la notizia del rapimento del Papa si diffuse tra la popolazione più velocemente della corsa del cavallo del Cenci, prontamente furono serrate tutte le porte della città e, dopo una attenta ricerca, la folla romana, che si era ingigantita col passa parola, si fermò dinanzi alla torre Cenci nel rione Parione. Le urla inferocite abbatterono ogni resistenza tentata dall’interno della potente struttura muraria, gli sgherri al soldo del Cenci, terrorizzati, si eclissarono e, prima che esplodesse la furia cieca e devastatrice del Popolo, il portone d’ingresso autonomamente si spalancò e dalla penombra comparve la dignitaria figura del…Papa!

 Sanguinante ma vivo, col volto tumefatto dai colpi ricevuti, si palesò nelle sue vesti cerimoniali così come era stato rapito mentre officiava il Sacro Rito. La folla ammutolì, al che la ferma voce di Gregorio si levò e chiese ai romani di tornare alle loro case a festeggiare la nascita del Signore, che ora non vi era più pericolo, il sacrilego Cenci si era redento e, dicendo ciò, mostrò il meschino inginocchiato e piangente al suo fianco poi, ricoprendolo con il suo sacro mantello, lo protesse mentre fendeva e benediceva la folla festante. Questa lo accompagnò plaudente, dimenticando il desiderio di vendetta gridato all’indirizzo del Cenci, sino alla chiesa di S. Maria Maggiore dove il magnanimo Papa riprese solennemente la funzione forzatamente interrotta.

Fantastico resoconto, che ci trasmette, pur nella fantasiosa nebbia della leggenda, i sentimenti che animavano la società e le genti di quel tempo andato e, anche se non abbiamo una comprovata documentazione che il nome del territorio in esame derivi dall’antica presenza della influente famiglia dei Cenci, ritengo di sicuro interesse, per gli attuali abitanti, la conoscenza di quali illustri e trasgressive impronte calcarono questo territorio e di averla in questa occasione ricordata (con relativo colposo godimento per lo storico).

 

Agostinelli Iorise autore del libro Basso, Alto o Medio…cre?  acquistabile su Lafeltrinelli.it