TORRINO - OTTOBRE 2014

Inizierò questo mio primo articolo dedicato al territorio di Roma denominato il “Torrino” utilizzando il più abusato Incipit della narrazione orale e letteraria dell’intera Umanità: “c’era una volta...”; questo inizio, seppur ormai superato, m’è parso più che mai appropriato per introdurre la vicenda che desidero comunicare e della quale si è persa memoria ma che descrive le radici storico-culturali di questo territorio. Per fare ciò, infatti, devo trasportarvi indietro nel tempo, così all’indietro che gli avvenimenti che sto per trattare sembreranno al lettore appartenere al mondo della fiaba o della mitologia, avvenimenti talmente onirici capaci di gettarci nel vortice di infiniti “spazi temporali” trasportandoci, nel breve spazio di poche (ben vergate) righe, in una dimensione  parallela colma d’interesse ed allora, effettuata la dovuta introduzione, dai, non tardiamo oltre e… saliamo sulla macchina del tempo. Con i capelli scompigliati (dovuto alla impressionante velocità del fantasmatico mezzo propulsivo utilizzato) approdiamo, non senza qualche sobbalzo, proprio qui, su questo territorio oggi chiamato Eur Torrino. 

Qui, dove si ergono una accanto all’altra moderne strutture che accolgono, l’uno a gomito dell’altro, decine di migliaia di individui, dove il cemento si è sostituito all’erba negando alla vista del moderno pigro occhio umano le antiche tracce del passato, proprio qui vi dico, riemerge, tra il diradarsi dello smog, il tracciato del limite che segnava il territorio romano da quello governato dalla superba e combattiva città etrusca di Veio!

Si, proprio così, mentre la città di Roma nel V secolo a.C. a malapena governava i suoi “sette colli” l’antica città etrusca estendeva la sua influenza sino alla riva destra del Tevere ribadendo una antica competizione tra le due città ed una conclamata superiorità ma… ma Veio, malgrado le sue ancestrali radici e la sua puntigliosa organizzazione sociale non possedeva quel ambizioso  nucleo familiare che sosteneva le famiglie Patrizie romane le quali formavano il carattere dominante della città che da lì a breve arriverà a governare il “Mondo”.

Queste influenti famiglie romane dai nomi altisonanti dei Flamini, dei Claudi, dei Fabi… svilupparono  ambiziosi progetti di conquista del territorio circostante e così, dando seguito alle proprie ambizioni, furono dure battaglie e guerre contro antichi residenti dei territori limitrofi come i Volsci, i Capenati, i Falisci e, appunto i Veienti.

Se la città di Veio non possedeva una aristocrazia così agguerrita e dunque non possedeva la “sete di conquista” delle genti romane, poteva altresì contare sull’apporto di un formidabile alleato pressoché invincibile, gli Dèi dell’Olimpo. I veienti erano infatti ossequiosi religiosi ma, soprattutto, erano degli esperti nel rito del vaticinio; ciò li poneva in stretto contatto con le divinità e, per mezzo dei vaticini, gli eminenti aruspici etruschi riuscivano ad affrontare qualsiasi avversario, anche uno spavaldo e sfrontato sorretto da una onnivora sete di conquista come quello romano. Erano secoli, dai tempi del mitico re Romolo, che i veienti resistevano agli attacchi delle genti romane impedendo loro non solo l’espansione verso il Nord realizzando così un precario equilibrio ma riuscirono addirittura a limitarne il territorio quando resistettero alla tracotanza della Gens Fabia la quale si era auto proclamata capace di conquistare Veio con le sole personali forze.

È quella vicenda riportata sul  “taccuino” della storia, che in questo caso porta la firma di Tito Livio, come la Battaglia del Cremera avvenuta il 13 luglio del 477 a.C..  Una disfatta per le forze romane formate, come accennato, prevalentemente dalle genti legate ai Fabi. “Eran trecento, giovani e forti, e sono morti”… va bene, avete ragione!  Questi versi non furono creati per questa vicenda (ma chi ne ricorda l’autore?) ma risultano davvero appropriati nella circostanza visto che, nella battaglia del Cremera, morirono trecento rappresentanti della Gens Fabia la quale fu pressoché estinta e consentì agli ingagliarditi veienti di bivaccare sul colle del Gianicolo stabilendo quella linea di confine dalla quale siamo partiti inglobando gran parte del territorio della futura città. 

Fine della storia romana allora? Tutto si era compiuto? No! Come tutti sappiamo la sua storia ebbe un ben altro sviluppo. Roma si riprese dalla terribile debacle ma, per risollevarsi, le sue genti dovettero richiedere l’intercessione di quegli Dèi che, spesso, apprezzarono gli audaci capaci di raggiri e sotterfugi. Fu proprio con un sotterfugio che i romani vennero a conoscenza del vaticinio che svelava l’unica possibilità a loro concessa dal Fato, che gli avrebbe consentito di sconfiggere la magnifica Veio. Fu il Fato che mise sulla strada di un soldato romano un  “vecchio”  profeta (in seguito la leggendaria letteratura romana identificherà il “vecchio profeta” come la umanizzazione del Dio Ermes) che rivelò al soldato la predizione : “Roma avrà la meglio su Veio soltanto se riuscirà a svuotare il lago di Albano nel momento della sua anomala massima capienza”.

Questa profezia sembrò incomprensibile e, diffidando del “vecchio” il Senato romano spedì una ambasceria nella città di Delfi, riconosciuto centro apollineo nello studio dei prodigi. La risposta della Pizia fu la conferma di quanto profetizzato. Si iniziarono così ad elaborare progetti per realizzare tale profezia. Questa fu adempiuta in breve tempo con la sagacia che contraddistingueva i romani ma, soprattutto, si organizzò la fase militare (a conferma del realismo delle genti romane) stabilendo per la prima volta la trasformazione dell’esercito da volontario, formato dalle genti Libere dotate di capacità economiche, ad un esercito retribuito. Questo fatto e la nomina di Marco Furio Camillo a dittatore furono i presupposti del successo. Furio incoraggiò l’esercito e non dimenticò di celebrare i dovuti riti agli Dèi indirizzati in modo particolare alla Dea Giunone Regina che si riteneva “risiedesse” nella città di Veio e quindi la proteggesse, al fine di indurla ad abbandonarla ed appropriarsi della nuova preziosa sede di Roma. La signora dell’Olimpo apprezzò la nuova sede offertale e fu così che permise ai romani, utilizzando lo stratagemma del “tunnel sotterraneo”, di entrare nella città di Veio nel 396 a.C. e distruggerla. La strada verso le terre nordiche era aperta, Roma, a breve, sposterà i suoi sino allora limitati  “confini” territoriali dalla riva sinistra del Tevere a quelli sul fiume Rubicone divenendo la sede ufficiale dell’Universalismo Romano.

 

Iorise Agostinelli autore del libro RomAmor acquistabile sul sito www.feltrinelli.it

 

Temevate che l’avessi dimenticato?... va bene, sono buono e ve lo dico, l’autore della poesia fu Luigi Mercantini ed i versi citati appartengono alla “Spigolatrice di Sapri” scritta per la vicenda della morte di Carlo Pisacane nel tentato sbarco nel Regno di Napoli, storia del Risorgimento italiano. Soddisfatti?