PRIMA PORTA, LABARO - DICEMBRE 2016

L’ agglomerato urbano di Prima Porta, sviluppatosi giusto alle “porte” della Roma di oggi, dagli attuali cittadini romani viene percepito per lo più come luogo meritevole di sacrale rispetto per la presenza del nuovo cimitero capitolino. Amplissimo e immerso nella tranquillità collinare, è l’ultima,  non molto agognata, designata meta dei romani.                     

Senza nulla togliere all’ameno luogo dove il più tardi possibile albergheremo, il resto del territorio che comprende l’abitato racchiude una intensa ed interessante storia che desidero ricordare.

Può apparire straordinario ma in questo territorio è possibile condensare l’intera Storia romana che va dalla Repubblica all’Impero Cristianizzato. Come, infatti, testimoniano i molteplici siti archeologici che caratterizzano l'area (e che certificano l’intenso vissuto dei luoghi da parte delle nostre antenate Genti), qui si trovano i resti di insediamenti abitativi di “nobili famiglie” romane e, tra questi, la famosa villa romana denominata “Villa di Livia”, dal nome della sua regale proprietaria.

 

 

Molteplici furono nel tempo i ritrovamenti d’interesse storico-artistico avvenuti sul luogo, eppure il più significativo è quello della splendida statua dell’imperatore Augusto, immagine di riferimento imprescindibile per tutti i Principi a lui succeduti nella storia dell'Impero Occidentale, e conosciuta appunto con il nome di: l’Augusto di Prima Porta.

Il ritrovamento di questa statua fu un fondamentale tassello per gli studiosi che, grazie ad essa e ai codici simbolici e compositivi che ci tramanda, riuscirono a comprendere l’arte romana del tempo nonché i suoi contenuti epici, sociali e filosofici.

Vi pare che io stia eccessivamente enfatizzando l'importanza che tale testimonianza marmorea ricopre per lo studio dell'Antica Roma? Aspettate a pensarlo.

La politica  realizzata dall’Imperatore che diede la “Pace Universale” all’Impero dopo le laceranti guerre civili che videro protagonisti i vari “Triumvirati” che si susseguirono, fu impostata su un vasto impianto propagandistico della difesa dei valori della romanità delle origini e sulla conservazione delle tradizionali istituzioni Repubblicane.                           

La descrizione dell’impianto iconografico della statua di Augusto, nella sua postura e nella sua effige, permette di “leggere” materialmente l’insospettato (agli attuali inesperti occhi) contenuto in essa espresso.

Augusto è infatti raffigurato in abito militare, da splendido vincitore (nel 20 a.C. aveva sconfitto gli eterni nemici orientali, i Parti, con i quali Roma continuerà a confrontarsi per la sua intera storia), ha la mano destra protesa in avanti e nella sinistra, piegata, aveva originariamente una lancia che è andata perduta.  I lineamenti del volto, l’espressione, la postura sono studiati  su quelli della famosa statua del  Doriforo realizzata dell’eccelso artista greco Policleto (nato ad Argo nel V secolo a.C.).

La statua del Doriforo, che si pensa rappresenti il celebre eroe omerico Achille, divenne la scultura più ammirata del tempo e stabilì gli ineludibili “canoni” artistici dell’arte Greca e poi Romana.                    I lineamenti del Principe, dicevo, vennero studiati per dare dignità intellettuale, eroica grandezza e rassicurante sicurezza; dunque, la ripresa di questo canone artistico aveva il significato di rendere autorevole e credibile l’immagine pubblica del Principe Augusto.

Come tutti gli Eroi, anche Augusto è rappresentato coi piedi nudi ed è accompagnato dalla piccola divinità Eros cavalcante un delfino. Questa iconografia aveva il fine di  ribadire la “divina” discendenza del Principe: Enea, che fu dichiarato progenitore della gens Julia (della quale Ottaviano Augusto faceva parte), era figlio della divina Venere e fratello del divino Eros. Nel rapporto familiare, perciò, Eros rappresentava lo zio di Augusto e con la sua evocazione veniva espressa la “divina regalità” e l’autorità del Princeps. Questa rappresentazione evocativa aveva la finalità di sancire il “sacro disegno divino” che Augusto incarnava, ma nell’elaborazione artistica dell’immagine dell’Imperatore vi era contenuto anche un messaggio politico propagandistico, che possiamo ammirare negli straordinari intarsi riprodotti sulla sua armatura. Al centro del suo possente petto, infatti, è riprodotto l’evento della restituzione, da parte del Re dei Parti, delle insegne romane sottratte al console Marco Licinio Crasso, sconfitto nella battaglia di Carre nel 53 a.C..

Venne, così, riportato sull’armatura il fausto evento riparatore della dignità dell’esercito romano, enfatizzato al fine di ribadire il ruolo di “guida Universale” affidato dagli Déi a Roma. Dunque, l’onore e la gloria del Popolo romano venivano ristabiliti e visivamente ribaditi. 

Vi è poi la rappresentazione dal contenuto allegorico con la riproduzione della volta celeste, sotto la quale il dio Sole conduce il suo abbacinante carro mentre la Luna, ritraendosi, lascia spazio alla divina sorella Aurora, la quale, con le sue rigeneranti doti materializzate dalla rugiada sgorgante da una copiosa anfora, “disseta” e rinvigorisce la Terra. A sua volta, la Madre Terra, resa fertile dalla divina irrorazione, sorregge due paffuti bimbi che rappresentano simbolicamente i territori Orientali ed Occidentali dell'Impero, i quali godono dei saporiti frutti stipati e debordanti da una aurea cornucopia.            

Conclude la rappresentazione allegorica la raffigurazione delle personali divinità protettrici di Augusto: Apollo e Diana, ai due estremi dell’armatura.

Dunque,  in un così ridotto spazio rappresentativo, gli artisti del tempo furono capaci di dare una efficace rappresentazione dell’Universale contenuto politico consentendo anche a noi lontani posteri di comprendere di essere in presenza di un messaggio cosmico-filosofico dove Augusto è lo strumento, l’esecutore materiale di una volontà “Divina” che conferisce alle sue imprese un risalto ed una dignità morale assolutamente sovrumana.

Oggi noi cittadini romani, assuefatti dalla millenaria propaganda susseguitasi ed operata da parziali imitatori (molte volte tragici) del Principe di Eneide discendenza, dovremmo guardare con ironia e scetticismo il ciclico rigenerarsi di oscure figure ammaliatrici e potremmo leggere proprio nello scintillio delle armature del passato quelle informazioni per poterci muovere con cognizione di causa nel presente, seguendo le lungimiranti parole di Tito Livio : “la vita dell’individuo acquista di significato soltanto se osserva il passato”.

Invece è un vero limite generazionale essere costretti a vivere il presente rincorrendo affannosamente un incerto futuro senza godere dell’incredibile possibilità di poterci voltare indietro e leggere un esplicativo passato, sussurro io.

Agostinelli Iorise.