TOMBA DI NERONE, LA GIUSTINIANA -          LUGLIO 2016

La zona “Tomba di Nerone” si estende lungo l’ex consolare Cassia (oggi statale 2) ed è uno degli insediamenti programmati nei piani d’espansione urbanistica sviluppati negli anni ’20 dello scorso secolo. Prendendo come spunto il suo nome, ho la possibilità di trattare di un’affascinante e controversa personalità dibattuta da secoli, quella dell’imperatore Nerone. Premesso che il nome “Tomba di Nerone” col quale è conosciuto il territorio proviene da un’erronea attribuzione all’Imperatore romano di un sepolcro qui esistente realizzato in verità per “la dipartita nei Campi Elisi” di Publio Vibio Mariano, centurione e Proconsole romano vissuto nei primi anni del III secolo d.C., ma che la fantasia tardo Medievale attribuì (volontariamente, sostengo) al celeberrimo Imperatore romano (il vero sepolcro del quale, si ha notizia, sarebbe stato nell’attuale piazza del Popolo al di sotto della chiesa dedicata a S. Maria del Popolo). 

 

Questa volontaria erronea attribuzione non è imputabile al fatto che soltanto alcuni erano nelle condizioni di leggere il nome posto sul sarcofago, l’attribuzione dimostra la perpetua presenza della figura dell’Imperatore nell’immaginario delle Genti. Questa “leggenda metropolitana”, pervenuta sino ai nostri giorni, mi consente di riprendere la narrazione su questa falsa riga (mi scuso con il virtuoso Publio e la sua signora Regina) consumando ancora un po’ d’inchiostro sull’eminente e affascinante figura di Nerone che, apparirà strano a molti, ha inciso profondamente sullo sviluppo della cultura Occidentale tanto da costringere papa Pasquale III, mille anni dopo la sua morte, a distruggere il suo vero sepolcro in piazza del Popolo perché “troppo frequentato dalle genti”, ma l’azione violenta fu inutile in quanto la sua memoria non fu cancellata e ancora è prepotentemente presente. Ve lo dimostro. Sicuramente molti di voi hanno indelebilmente scolpita nella propria memoria la figura del despota folle e crudele (è sempre in gara con Hitler per il primato) che il leggendario Nerone incarna. 

Chi non ha nella memoria il delirante capriccioso volto dell’attore Peter Ustinov, che incarnò l’Imperatore sul grande schermo, mentre suona la cetra dinanzi all’incendio di Roma nell’Hollywoodiano Colossal cinematografico Quo Vadis?...narrazione letteraria tratta dall’omonimo romanzo scritto del cristianissimo polacco H. Sienkiewicz che gli valse il Premio Nobel per la letteratura nel 1905 …ma straordinariamente, ancora prima fu il nostrano E. Petrolini, nel film diretto da A. Blasetti (1930) ad interpretare, con la sagacia e l’ironica comicità di cui era capace, l’Imperatore mentre assisteva estasiato all’incendio di Roma che tanto sollazzò i moderni romani…chi, pensando a questo Imperatore, non lo colloca seduto nel palco imperiale del “Colosseo” con il suo grande pollice destro sadicamente mantenuto verso?... quanti pregano ancora sulla tomba degli apostoli Pietro e Paolo maledicendo il ghignante volto dell’Imperatore che ne decretò la persecuzione? Si sorride, poi, alla sua ridicola megalomania mentre si cimenta nel decantare i suoi “poetici” versi nei panni del citaredo Apollo davanti ai convenientemente genuflessi componenti dell’aristocrazia romana, ma perviene un lungo brivido alla schiena pensando al suicidio imposto al suo mentore, il filosofo Seneca o all’oscura morte di sua madre Agrippina o di quelle violente della sua prima moglie Ottavia nonché della sua adorata Poppea. Potrei continuare citando le innumerevoli ingiuste e violente morti di conosciute ed anonime persone attribuite alla follia dell’Imperatore ma l’intenzione che perseguo, con la breve descrizione delle nefandezze attribuite a questo Imperatore è evidente: mostrare che Egli fu strumentalmente preso ad esemplare rappresentazione della violenta civiltà “Pagana” che si frapponeva all’avvento della divinità Cristiana nel Mondo. I valori della civiltà che dovevano affermarsi, la Carità, la Fratellanza, il Perdono, “appartenevano” alla Nuova religione e nulla poteva contrapporsi al “Disegno Divino” dell’avvento sull’intero Pianeta della “verità” proclamata dal Cristianesimo, neppure la grandiosità Neroniana. Ci vollero secoli e grandi stravolgimenti socio-politici per ridiscutere quella storiografia del tutto propagandistica che penetrò così a fondo nell’immaginario collettivo al punto che persino le moderne acquisizioni documentali vengono apprese scetticamente. Da qui il desiderio, da parte mia, di utilizzare ancora inchiostro nel ricordare ai lettori che Nerone, o meglio Lucio Domizio Enobarbo, nato nel 37 d.C., non conobbe neppure il “Colosseo”, o meglio l’Anfiteatro Flavio, inaugurato dall’imperatore Tito solo nel 79 d.C.  (undici anni dopo la scomparsa di Nerone), e che è documentariamente comprovato che, nei giorni dell’incendio di Roma, egli si trovava a godere della salsedine marina nella sua villa di Anzio, mettendo a disposizione degli “sfollati” cittadini romani i propri giardini imperiali e molti dei suoi personali averi al fine di lenirne le sofferenze.

Certamente Nerone ebbe delle grandi responsabilità sulle oscure morti familiari, ma molti suoi successori, secoli dopo, fecero di peggio (vedi Costantino detto il Grande) e non furono screditati bensì santificati. La sua figura fu invece demonizzata e c’è chi crede per l’eternità, essendogli stata attribuita la prima delle sette mostruose teste dell’Anti Cristo (conoscete le altre sei del Drago?). Questa demonizzazione fu dibattuta dagli Umanisti ed, in seguito, da studiosi della levatura di Françoise-Marie Arouet (Voltaire) e di sir. John Wilson Ross, i quali evidenziarono la volontaria denigrazione dell’imperatore Nerone costruita dalla gerarchia ecclesiastica al fine di creare il mito della prima persecuzione Cristiana sotto la massima espressione della depravazione “Pagana”. Nella realtà Nerone, che non conobbe mai la Nuova riflessione teologica, si prodigò tentando di dare entusiasmo ad un Universo umano che si stava lentamente ripiegando su di una visione catastrofica della sua fugace presenza nella storia. Egli perseguiva, utopicamente, il ritorno dell’Umanità all’Era dell’Oro, un’epoca di felicità e ricchezza per i Popoli miticamente sedimentata nel profondo della loro memoria ma definitivamente persa ed ormai ritenuta irraggiungibile. Dal momento della perdita di quell’originario stato paradisiaco l’Umanità peggiorava inevitabilmente la propria esistenza, soltanto l’Eroismo di un semidivino condottiero alla guida dell’Universale Romano Impero poteva materializzare di nuovo quell’Era perduta riuscendo a pacificare gli Immortali con i mortali. Cercò allora di realizzare la titanica impresa avvalendosi dello strumento della Bellezza delle Arti, mezzo ritenuto indispensabile viatico per l’elevazione delle anime corrotte. Azione ambiziosa che, comunque, fallì.

Neppure la “divinità” Nerone riuscì a materializzare il sogno (delirante) di felicità Universale da raggiungere sotto la sua guida, il suo idealismo si infranse contro il duro realismo quotidiano e la cinica cupidigia di coloro che lo assistevano. La sua prematura imposta scomparsa (fu obbligato al suicidio) chiuse l’epoca “dell’immaginifica utopia al potere”.  A breve, sempre più individui si ripiegheranno sulla riflessione teologica della convinzione d’essere immersi in una lagrimevole esistenza, che essa è sofferenza, dolore da sopportare e da tesaurizzare affinché divenga la “dovuta caparra da versare alla Divinità al fine di saldare l’Originario debito Umano per l’ottenimento dell’ultraterrena Salvezza”. Nerone che non vide mai né ascoltò la nuova riflessione teologica, non avrebbe mai condiviso la visione d’essere relegato in una catastrofica storia umana considerata soltanto polvere mossa da un fugace alito di vento e come tale destinata a tornarvi.  Egli era un Esteta, credeva nelle sue doti “sovrumane” che gli erano state  infuse “divinamente” insieme all’obbligo di ristabilire l’Universale felicità.  Alla luce della nostra attuale conoscenza del passato, tutto sommato, il Nerone storico è identificabile come la quintessenza dell’estetismo, da sovraeccitato esteta fu preso dal gioco di plasmare Roma (cioè l’intero Mondo) con le proprie forti e capaci mani riconsegnandola attraverso l’Arte e la Poesia all’Era Aurea. Soltanto delirante isteria?

Non so, comunque sia, gli si deve riconoscere il coraggio del tentativo e, per dirla con le sagaci parole di Ettore Petrolini nelle vesti dell’Imperatore che arringa il Popolo dopo l’incendio della città: “Dimostratevi uomini e Roma rinascerà più bella e superba che pria”.                        

- “Bravo!” – “Grazie”.

 

 

 

Agostinelli Iorise.