DELLA VITTORIA (MONTE MARIO) - APRILE 2016

 

 

 

In questo territorio di recente istituzione nella organizzazione territoriale di Roma (risale agli anni venti del novecento) tra le diverse testimonianze storico-artistiche presenti ve ne è una che, per il suo esotico nome,  ha attratto la mia curiosa attenzione e mi ha spronato a dedicarle queste righe. La presenza a cui mi riferisco è la Chiesa di Nostra Signora di Guadalupe. 

 

 

 

L’esotico nome della Chiesa eccita subito gli oliati meccanismi della mia sinapsi e questi, sempre siano lodati, mi consentono subito di collegare il nome “Guadalupe” ad una altro istituto religioso universalmente conosciuto, quello del monastero spagnolo denominato Monastero Reale di Santa Maria di Guadalupe. 

Appreso che la Signora di Guadalupe è la protettrice della Nazione Messicana e di tutte quelle di lingua Spagnola, vengo spronato a ricercare il legame di queste tre istituzioni della Chiesa Cattolica geograficamente così distanti tra loro. Il nome Guadalupe è quello proprio di una piccola località nella Comunità autonoma dell’Extremadura in Spagna (Comunità confinante con quella di Castilla La Mancha alla quale sono legatissimo) località bagnata da un placido fiume, il Guadalupejo. Fu in questo piccolissimo centro dell’ancora non unificato territorio Ispanico sotto il simbolo Cristiano, che iniziò nel XIII secolo la storia della venerazione della Madonna di Guadalupe. Nel pieno evolversi del progetto di “Reconquista”, che a breve verrà concluso da parte delle forze Cristiane accadde, si narra, che nella minuscola Guadalupe un pastore dal nome Gil Cordero (cordero in spagnolo significa agnello) ascoltò una suadente voce femminile proveniente dall’etere che lo convinse a scavare in un preciso luogo lungo il fiume Guadalupejo. Dallo scavo emerse una statua della Madonna che fu riconosciuta come quella realizzata dall’evangelista Luca e probabilmente interrata nel VII secolo dagli abitanti del territorio al momento dell’invasione Araba al fine di salvarla dalla distruzione. Così, il riemergere dalla terra delle effigi della “Divina Señora” venne considerato come un incoraggiamento alle forze Cristiane e segno di divino sostegno nell’intraprendere la “Reconquista” del territorio. Là, sul luogo del ritrovamento, lungo le rive del fiume fu costruita una cappella nella quale fu posizionata la venerata statua. Iniziò così un sostenuto pellegrinaggio di fedeli ed alla metà del XIII sec. vi si recò, prima della decisiva battaglia del “Rio Salado”, anche il re Alfonso XI di Castiglia impegnato nel tentativo di riunificare i territori del centro della Spagna.  La vittoria arrise al Re e fu resa possibile per la diretta intercezione della Madonna di Guadalupe intervenuta materialmente a sostegno delle forze Cristiane, così assicurò lo stesso Alfonso ed il suo consigliere, il potente vescovo di Toledo Gil Albarnoz. In segno di devozione, nel 1340 , il Re decise di innalzare sul luogo della originaria cappella il Reale Santuario de Nuestra Señora de Guadalupe. Il luogo divenne meta di pellegrinaggio acquisendo una fama che non si oscurò neppure quando nel 1563 a Madrid fu realizzato il Monastero dell’Escorial, vero Pantheon ufficiale dei Re di Spagna (oggi patrimonio dell’Umanità). Ho citato il nome dell’arcivescovo di Toledo, Gil Albarnoz, non a caso in quanto questi fu non soltanto il vero protagonista ed artefice della vittoria della battaglia del “Rio Salado”  che compattò la Cristianità, ma con il suo fervore mistico “ricostruì” addirittura l’intera Cristianità europea e pose le basi per veicolarne quella universale. L’infervorato Vescovo, nominato da papa Innocenzo VI generale e Vicario degli Stati papali, agì alacremente anche sul territorio italico, forte di tale prestigiosa carica che gli dava un determinante potere militare, riuscì a sottomettere quelle ambiziose forze Signorili italiche che si erano sciolte dal legame clericale e, giunto nella città di Roma, “riordinò” la struttura istituzionale restaurando il corroso potere del Papa, il quale da oltre un secolo l’aveva abbandonata per stabilirsi nella città di Avignone. Il Vicario dopo aver fortificato la sua posizione militare nella città di Viterbo, astutamente si liberò prima della potente famiglia del prefetto “Vico” la quale dominava il territorio, ed in seguito dell’ingombrante figura del romano Tribuno-Senatore  Cola di Rienzo e dell’idealismo che lo circondava abbattendo definitivamente le ambizioni di autonomia del Comune di Roma. La volontà della Madonna di Guadalupe, che sempre sostenne l’Albarnoz, alitò in lui anche la forza per la redazione delle “Costitutiones Sanctae Matris Ecclesiae o Costituzioni Egidiane” dando il definitivo assetto all’organizzazione degli Stati sottoposti al potere di Roma la quale, con il rientro del Vescovo-Papa nella sua sede, tornò ad essere la Città dell’Universalità Cristiana. La volontà di intervento nelle vicende umane della Madonna di Guadalupe non si concluse con la personale interpretazione del potente Albarnoz, essa fu perseguita nel tempo dalla nuova emergente unificata forza territoriale (Spagna) divenuta Santa protettrice della Cristianità la quale si lanciò in un nuovo ambizioso progetto, quello di cristianizzare l’intero Orbe, come veniva definito il mondo allora. Fu con quest’ambizioso disegno che i regnanti di Castiglia Ferdinando ed Isabella, battezzati dalla Storia “Los reyes Cattolicos” finanziarono il viaggio diretto alla scoperta del Nuovo Mondo. L’iniziativa perseguita dal ritrovamento dell’immagine della Divina Señora de Guadalupe fu ritenuto così palese dalle personalità del tempo da rendere obbligato a perseguirla qualsiasi cristiano, lo stesso Cristòbal Colòn (Cristoforo  Colombo per noi italiani) prima della sua famosa partenza avvenuta nel 1492 si recò in pellegrinaggio nel santuario in Extremadura per richiedere la “Sacra protezione” la quale, puntualmente, non mancò di manifestarsi nella scoperta del Nuovo Mondo (anche se da secoli si vocifera che ben più  tangibile fu l’aiuto che Colòn ottenne dal presunto padre Roderic Llançol de Borja che da lì a breve diverrà papa Alessandro VI). Al suo rientro dalla scoperta delle Americhe Colòn non dimenticò di ringraziare per la “Divina assistenza” ricevuta facendo importanti donazioni al Monastero di Guadalupe. Il “Divino disegno cristiano” manifestatosi due secoli prima, non mancò di dispiegarsi anche sul neo scoperto, e poi conquistato, territorio Sud Americano. Nei primi anni del 1500 un povero analfabeta Indio, ribattezzato poi Juan Diego (oggi Santo) in un luogo vicino a Città del Messico ebbe alcune apparizioni  di una morena figura femminile avvolta in un purpureo manto che lo sollecitò a raccogliere, in un luogo arso e pietroso, dei fiori di Castiglia (non spontanei in Messico). L’indigeno raccolse molti di quei fiori che ripose accuratamente all’interno del suo umile manto. Quando fu in città raccontò la vicenda accadutagli ai suoi compaesani ed aggiunse che la visione si dichiarò essere Maria di Guadalupe. 

Il primo Vescovo della “Nuova Spagna” Juan de Zumarràga, spedito sul territorio dal cristiano Imperatore Carlo V , subito intervenne interrogando l’Indio. Costui mostrò al Vescovo  i fiori raccolti e, quando questi scivolarono a terra dal manto dove li aveva riposti miracolosamente, all’interno dello stesso manto, apparve impressa l’immagine della Madonna di Guadalupe del Monastero spagnolo.  L’immagine fu dichiarata acheropita, cioè non fatta da mano umana,  e l’evento miracoloso ebbe molta risonanza tra gli Indio e questo facilitò l’avvento della religione e cultura Latina-Cattolica in Sud America. I due eventi pressoché identici, accaduti nei due Continenti (trattandosi di eventi soprannaturali certo non subiscono limiti territoriali) legarono in modo definitivo genti ed istituzioni religiose-politiche rappresentative della Cristianità. Il “Disegno Divino” partito dal piccolo centro di Guadalupe si era palesato nella sua completezza: la “Signora di Guadalupe” si era servita di fiduciosi e probi  cristiani per la realizzazione del suo Disegno di  evangelizzazione, il vessillo Cattolico svettava sull’intero Mondo scoperto assicurando giustizia, salute e salvezza alle ignare, ingenue, idolatriche popolazioni Indigene; se poi è accaduto che alla realizzazione di quel disegno parteciparono attivamente schiere di armati Conquistadores che riportarono argento e oro e numerosi invasati monaci della risma di Torquemada, questo rappresenta soltanto una deviazione prettamente umana, nulla a che fare con la “Divina volontà”.  Vi è anche una alternativa ed emblematica strada che consente di comprendere il “Divino disegno” che lega la Chiesa di Nostra Signora di Guadalupe in Roma con il Continente sud americano.  È quella che porta alle personalità che sono legate all’istituzione della romana Chiesa. La prima di queste che si incontra è quella del cardinale vicario Francesco Marchetti Selvaggini, che ne istituì la parrocchia nel 1936, il quale fu Nunzio Apostolico in Sud America e segretario della “Congregazione de Propaganda Fide”; questi fu consacrato dal cardinale Pietro Gasparri (firmatario nel 1929 dei “Patti Lateranensi” con Benito Mussolini) che era stato delegato Apostolico in Sud America e si adoperò al fine d’ottenere l’istituzione della  Chiesa di Nostra Signora di Guadalupe di Roma; il Gasparri fu consacrato dall’arcivescovo Fracois-Marie-Benjamin Richard che, a sua volta, consacrò il vescovo Eugéne de Mazenod  e l’incaricò di fondare  la Congregazione degli Oblati di Maria Immacolata per la predicazione nelle Missioni del Sud America… così, andando a ritroso nel tempo, seguendo il legame della consacrazione vescovile che lega il consacrato con il consacratore in un rapporto gerarchico del tipo “padre e figlio” si arriva al vescovo Juan de Zummaràga, primo vescovo ed inquisitore nella “Nuova Spagna” al quale fu affidato l’incarico della cristianizzazione delle persone e del territorio Sud Americano e che istituì  il culto di “Nuestra Señora Virgen de Guadalupe”.    

Oltre alla imperscrutabile “Divina volontà” per secoli convenientemente interpretata e perseguita dal connubio Chiesa-Stato, oggi le pagine della Storia ci svelano un ben più distinguibile disegno Umano, mantenere cioè intatto quell’Impero cristiano sulle cui sponde non tramontava mai il sole. Chi poteva immaginare di arrivare così lontano seguendo un nome?... certamente le “vie del Signore sono infinite”.  


 

 

 

 

Iorise Agostinelli  

DELLA VITTORIA-LUGLIO 2017

Il XV esimo quartiere di Roma, si estende sulla riva destra del fiume Tevere ed è incastonato tra i territori di Tor di Quinto, Flaminio, Prati ed il Trionfale, oggi tutti riuniti nel Municipio I di Roma Capitale. Il nome con il quale fu battezzato il quartiere al tempo del sindaco Nathan, faceva riferimento alla vittoria della Nazione Monarchica italiana ottenuta nella Prima Guerra Mondiale, poi, in seguito al successivo avvento del Governo fascista, si volle il cambiamento di due vocali contenute nel nome del quartiere donandogli così, in concordanza alla manifesta megalomania degli apparati istituzionali dell’epoca, una pluralità che richiamasse le conquiste territoriali realizzate sul territorio africano al fine della formazione dell’impero Monarchico-fascista, così il quartiere fu ribattezzato: “Delle Vittorie”. Il territorio, che già ospitava gli esercizi delle parate militari dell’allora Stato Monarchico, divenne sede della celebrazione della pluralità “delle vittorie” italiche, prestandosi ad accogliere, così, anche gli oceanici raduni del Popolo fascista.  Con l’avvento della Repubblica italiana, dopo la rovinosa caduta del Fascismo, fu ripristinato l’originario nome “Della Vittoria” di genere singolare, una sobria scelta operata allo scopo di disintossicare gli italiani, divenuti cittadini, dagli effetti allucinogeni provocati dell’ubriacatura fascista. Per l’urbanizzazione del quartiere venne adottata una progettazione di costruzioni in stile rinascimentale e barocco sistemati lungo il corso del Tevere ed integrati allo sfondo delle verdeggianti coste di Monte Mario, scelta intellettuale probabilmente sollecitata dalla presenza di una aristocratica Villa Rinascimentale immersa nella lussureggiante vegetazione del colle, la quale giunse nella proprietà dello Stato italiano come eredità del precedente regime Monarchico-fascista.

L’aristocratico edificio appartenuto ai Medici, ebbe come ultima proprietaria la contessa Dentice di Frasso (l’ereditiera Dorothy Cadwell Taylor) moglie dell’ex deputato Carlo Dentice di Frasso. La contessa, per attaccamento alle monarchiche istituzioni italiane del tempo, intese donarla all’allora capo del Governo Benito Mussolini, il quale la devolvette alla proprietà dei beni dello Stato italiano nel 1941 e così, per continuità istituzionale, giunse nella proprietà dello Stato repubblicano italiano ed oggi è adibita alle dipendenze del Consiglio dei Ministri e del Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Italiana. La Villa alla quale mi riferisco, è dal XVI secolo conosciuta come “Villa Madama” o più precisamente villa “Della Madama”, in quanto con questo appellativo era conosciuta la nobile proprietaria, la Duchessa di Firenze, Parma e Piacenza governatrice dei Paesi Bassi e di numerosi ducati come quelli di Penne, Leonessa, Montereale, Castellammare di Stabia etc. etc. dall’altisonante nome di Margherita d’Austria, figlia naturale dell’imperatore Carlo V imperatore del Sacro Romano Impero e dei nuovi territori delle Americhe.  All’allora dodicenne Duchessa Margherita arrivò la proprietà della Villa posta alle pendici di Monte Mario, in seguito al matrimonio organizzatole con Alessandro de’ Medici detto “il Moro”, duca di Firenze e molto probabilmente figlio naturale del cardinale Giulio de’ Medici, divenuto nel frattempo papa Clemente VII. La costruzione della “villa di campagna” come veniva allora definita, venne iniziata dal suo predecessore e familiare papa Leone X (Giovanni di Lorenzo de’ Medici) per imitazione dell’allora, ed ancora rinomata, villa Farnesina, posta sulla via della Lungara di proprietà del potentissimo banchiere-mecenate Agostino Chigi, per la cui realizzazione si avvalse dell’opera degli artisti più rinomati dell’epoca come Raffaello Sanzio (che ritrasse Leone X) Sebastiano del Piombo (che ritrasse Clemente VII)  il Sodoma, Giulio Romano etc. I Medici non desideravano essere offuscati dall’ombra dal mecenate banchiere Chigi, e così fu incaricato l’ancora cardinale Giulio de’ Medici di disporre di uno dei geni del tempo (era stato nominato soprintendente alle opere e musei vaticani), Raffaello Sanzio, per la realizzazione di una “degna residenza di campagna”.

L’iniziativa, che egli portò avanti anche dopo la sua elezione a Papa, non ebbe però la fortuna desiderata, egli non vi entrò mai e non ne vide la realizzazione, una serie di eventi drammatici, infatti, ne determinarono il destino. I lavori erano ancora in pieno sviluppo quando avvenne la prematura scomparsa (1520) di Raffaello Sanzio; nel 1527 , inaspritesi i rapporti tra Papato ed Impero, l’imperatore Carlo V calò a Roma con il suo esercito e, prima del dovuto chiarimento “faccia a faccia” con Clemente VII, avvenne la violenta azione delle truppe di Lanzichenecchi a seguito dell’esercito dell’Imperatore, evento ch’è storicamente ricordato come il “Sacco di Roma”. Molte residenze romane furono depredate, tra queste, anche la “Villa di campagna” del Papa su Monte Mario che venne data alle fiamme. Della violenta azione narrò il Vasari, che descrisse un mesto Clemente VII  osservare la propria Villa bruciare dalla sua roccaforte di Castel Sant’Angelo. Il progetto principesco, che prevedeva una serie di giardini e terrazzamenti degradanti sino alle rive del Tevere, ideato dall’architetto Antonio da Sangallo, era andato, è il caso di dirlo, in fumo.  La proprietà dei resti della principesca Villa rimasero ai Medici e così, alla morte di Clemente VII, pervennero in quelle di Alessandro de’ Medici sposo, nel 1536 della dodicenne figlia di Carlo V , la nostra “Madama” Margherita d’Austria. 

Fu lei, dopo la morte violenta del consorte avvenuta soltanto un anno dopo il matrimonio, che restaurò la proprietà di Monte Mario. La sua attività nel gestire e curare le proprietà familiari pervenutele fu infaticabile, si occupò di amministrare le proprietà del Medici, sia a Roma, dando il suo nome anche all’altro famoso “Palazzo Madama” ubicato al centro (oggi residenza istituzionale del Senato della Repubblica) dove risiedette a lungo, sia a quelle fiorentine. Dovette, in seguito, anche accettare un indesiderato e contrastato secondo matrimonio con il giovane Ottavio Farnese, nipote del nuovo papa, Paolo III (Alessandro Farnese) ma questo sgradito evento non limitò la sua infaticabile azione di saggia amministratrice. Si occupò così anche dei ducati di Parma e Piacenza detenuti dal suo secondo marito Ottavio Farnese nonché di quello di Castro. La sua attività politica non fu meno intensa di quella d’amministratrice, dopo la morte di Pierluigi, uno dei gemelli nati dal secondo matrimonio (l’altro gemello Alessandro, diventerà, con l’assistenza della madre, uno delle personalità più potenti del suo tempo) fu nominata dall’imperatore Filippo II, suo zio, governatrice degli agitati Paesi Bassi dove ottenne un consistente successo nella sua azione di governo riuscendo a ristabilire il dominio della Spagna, insieme al culto cattolico, sul territorio dei riottosi calvinisti fiamminghi. Rientrata nei suoi feudi abruzzesi, come governatrice della città de L’Aquila, fece restaurare lo storico palazzo  della “Regia Curia” che da quel momento prese anch’esso il nome di “Palazzo Margherita o Palazzo Madama”, infine acquistò la città di Ortona (in Abruzzo) dal principe di Sulmona e vi costruì il suo Palazzo conosciuto come “Palazzo Farnese” dove morì nel 1586.  Fu sepolta a Piacenza, nella chiesa di San Sisto, ma il suo ricordo rimase, ed è rimasto, indelebile nelle genti future.  A lei furono dedicate le “Montagne della Duchessa”, nel territorio di Rieti; in suo omaggio nella cittadina di Castel Madama, vicino Tivoli, che da lei prese il nome, si celebra ogni anno un palio dal nome di “Palio di Madama Margherita”.

Complimenti signora Madama! Quanta infaticabile attività, che risultati e quale qualità dimostrata!          Avreste mai immaginato di condividere il territorio nazionale divenuto italico-repubblicano con una figura di nobile governatrice “straniera” così celebrata ed amata? Molti dei lettori, dopo le informazioni riportate, cercheranno paragoni e, ne sono certo, perverranno ad una riflessione sulla qualità delle personalità indigene che oggi occupano quei Palazzi divenuti residenze istituzionali dove ancora aleggia, tra gli stucchi dei saloni, la indimenticata volitiva figura della “Madama”. A me tale riflessione è emersa, ma non sto a dirvi la conclusione alla quale sono pervenuto.  

 

Iorise Agostinelli