AURELIO - LUGLIO 2016

Non mi accade spesso di percorrere in auto la Via Aurelia ma, dovendo recarmi in Via Cornelia, la imbocco dall’uscita n° 1 Aurelia del Grande Raccordo Anulare pensando di fare la cosa migliore. Di questa impulsiva decisione mi rammarico già percorrendo il tratto dove la strada lambisce la stazione Aurelia, un breve tragitto che l’inesorabile lentezza del congestionato traffico cittadino m’impedisce comunque di colmare.

 

In questa forzata attesa sulla strada, giunge inesorabile la riflessione sulla vivibilità della città di Roma, dei suoi e nostri problemi che l’affliggono e che ci affliggono.  Avete notato che consuetudinariamente si parla della città come di un’entità viva, palpitante e autonoma? Credo che questo sia una sorta di riflesso incondizionato che attiviamo al fine di alleviare le nostre responsabilità nella conduzione della città, è come dire: “Va bene, non possiamo fare un granché, è nella natura della città il fatto che abbia strade congestionate, buche, o meglio voragini, cassonetti sparsi ovunque e palazzi affastellati”. Ci si assolve insomma, asserendo che Roma ha una certa età ormai, che bisogna convivere con i suoi acciacchi, convivere con i suoi reumatismi, con la sua estenuante lentezza.  E in quanto a lentezza, tutti i cittadini quotidianamente si rendono conto della capacità di sopportazione necessaria al fine di uscire obbligatoriamente sottobraccio a questa “vecchina” che ci accompagna tremolante per le sue antiche vie.  E a proposito di vie e viabilità, mentre sono qui immerso tra le auto in quello che è censito come il suburbio IX Aurelio definito con la delibera della Giunta comunale del 1921 con codice toponomastico n° 310, deploro la decisione presa di inserirmi su questa Strada Aurelia. Allora il pensiero corre sull’Antica via Aurelia e penso a quante Genti vi sono transitate, davvero un’infinità: personalità e anonimi individui, mistici e fanatici, inquadrate Legioni e Barbare orde, carri e mezzi corazzati e oggi… private automobili, troppe. Quelle Genti per millenni transitate su questa strada mi appaiono ora, tutte, inesorabilmente qui convogliate. La strada… mi chiedo banalmente perché si debba viaggiare sulla strada (cerco una mentale effimera via d’evasione), ci si potrebbe spostare sul territorio limitrofo all’angusto tracciato guadagnando spazi ma, riflettendo, ciò appare improbabile, ci sono un’infinità d’intralci, edifici privati e pubblici, fiumi da attraversare e a seguire terreni coltivati e privati giardini, colline da valicare… fu per questa banale osservazione che si ebbe la necessità di realizzare le strade col fine di “agevolare” gli spostamenti e i romani, quelli Antichi intendo, furono gli “inventori” e i fautori delle vie di comunicazione. Una vera e propria mania la loro.  La via Aurelia dove mi trovo ora imbottigliato, è la materiale testimonianza di questa loro “degenerata” inclinazione di costruttori di strade. La via Aurelia fu iniziata dal console Gaio Aurelio Cotta già nel III secolo a.C., si dipartiva dall’attuale Porta San Pancrazio e conduceva sino alle colonie militari di Cosa e Pyrgi (non era un’esotica cittadina orientale ma quella che oggi è Santa Severa, porto Etrusco dell’attuale città di Cerveteri); l’Aurelia fu continuamente prolungata per rispondere alle sempre più impellenti esigenze di “romana viabilità” giungendo, collegandosi con la via Emilia (altra arteria stradale realizzata dal console Marco Emilio Scauro), ad arrivare sino a Pisa e infine a Luni (Carrara).

 

Poi giunse il divo condottiero Giulio Cesare al quale occorreva una spedita e snella via sulla quale lanciare il suo focoso destriero seguito da quelli impetuosi della sua cavalleria, seguiti dalle macchine belliche e dalla fanteria, che lo conducesse velocemente in Gallia (beato lui!).

 

Chissà se incontrò qualche ingorgo… comunque sia, ne sono certo, lo avrebbe superato con qualche ponte o altra originale soluzione viaria) incarico che affidò nel 66 a.C. al Tribuno militare Marco Emilio Scauro (figlio e omonimo del realizzatore della via Emilia, una dinastia di costruttori di strade la loro, che conferma la “degenerazione” evidenziata) il quale, conoscendo la speditezza che contraddistingueva l’indomito Condottiero, si adoperò febbrilmente nello spianare colline e imbrigliare fiumi al fine di far arrivare l’Aurelia sino a Vado Ligure aggirando gli Appennini.

 

Il transito delle Legioni sulla Strada Aurelia fu un successo, la Gallia fu collegata a Roma.  Mentre per me ora, immerso in questa forzata immobilità, mi appare un paradosso l’identificazione della strada come “via di comunicazione”. Potrei forse comunicare con gli altri autisti “vicini di portiera” ma… i loro stravolti volti e i concitati movimenti dei loro corpi costretti all’interno dell’abitacolo, mi dissuadono dal prendere tale iniziativa e così mi reimmergo nella riflessione sull’antica consolare via Aurelia. Facendo un notevole sforzo di memoria (aiutato dal Web) collego il Marco Emilio Scauro-figlio all’aristocratica Cecilia Metella Dalmatica (sua madre) il cui ricordo, non proprio sorprendentemente, mi conduce di nuovo su di una strada, la via Appia (dove è presente il suo magnifico mausoleo fortunosamente giunto sino a noi) confermandomi la mania dei nostri antichi progenitori trasformata in un vero e proprio culto per le vie di comunicazione. Marco- figlio si occupò dunque del prolungamento della Consolare come ordinato da Giulio Cesare svolgendo il suo mandato con celerità (!) e oculatezza. Dimostrò di avere chiara la “strada da seguire” e così ebbe il giusto riconoscimento politico ottenendo l’appoggio del dominante Triumvirato formato da Crasso, Pompeo e Cesare all’elezione a governatore della Siria nel 53 a.C. Il nostro Marco-figlio continuò a mantenersi sulla “giusta strada” anche quando fu accusato di estorsione nei riguardi di alcuni facoltosi cittadini siriani. I Triumviri non lo abbandonarono “in mezzo alla strada”, organizzarono la sua difesa che fu affidata al sommo oratore Marco Tullio Cicerone (di cui ci è pervenuta l’orazione Pro Scauro), il quale riuscì a trarlo dai guai facendolo assolvere dinanzi l’integerrimo Marcio Porzio Catone l’Uticense. “Rimesso in careggiata” gli fu assegnato il governo della Sardegna e Corsica, e qui la sua esistenza “sbandò” repentinamente e irreparabilmente “uscì di strada”. Egli commise il grave errore di seguire e sostenere la scia del triumviro Pompeo andato in collisione con Giulio Cesare, e quando si rese conto di avere preso una “strada senza uscita” fu troppo tardi. Una nuova accusa di malversazione lo pose nella condizione di subire un nuovo processo, questa volta non ebbe l’appoggio auspicato e, dichiarato colpevole, fu costretto ad imboccare la “strada senza ritorno” dell’esilio. E così uno dei più grandi romani costruttori di strade finì la sua vita sulla “strada dell’oblio”. L’impervia strada senza ritorno percorsa da Marco Emilio Scauro- figlio non attenuò la passione dei romani per la costruzione delle vie di comunicazione; dopo la morte del grande condottiero-ingegnere Giulio Cesare arrivò il figlio e seguace Ottaviano a proseguire l’opera di costruttore portando la via Aurelia sino ad Arles. Novececentosessantadue chilometri d’ininterrotta e libera strada da percorrere nelle due direzioni, almeno per tutti quelli che potevano anche tornare a Roma.

 

Ora io, costretto nel ristretto e confortevole spazio di un avveniristico mezzo di locomozione progettato per ricoprire velocemente le distanze sulle molteplici vie di comunicazione, costretto all’immobilità sull’Aurelia, sono giunto alla seguente conclusiva riflessione: per ogni individuo, in qualsiasi Era sia vissuto e a qualunque ceto sociale sia appartenuto, è sempre stato complicato scegliere oculatamente la “strada da imboccare”. Conclusione da ricordare per la prossima escursione, se voglio evitare che “la strada” divenga anche la mia disperazione.

 

Iorise Agostinelli