CASAL PALOCCO, OSTIA ANTICA - OTTOBRE 2014

Questo articolo, dedicato al territorio sul quale insistono le magnifiche rovine dell’antica città romana di Ostia, vuole essere, lo dichiaro in anticipo, un atto d’amore e come tale liricamente espresso con l’enfasi unilaterale di un innamorato abbacinato dal fascino emanato dall’oggetto del suo desiderio. Canto il mito del passato, dell’ideale sofisticato, della munificenza del divino e dell’inesorabile fato.

Caratterizzata dal tortuoso passaggio del Tevere che, attraversando la città e sfociando nel Tirreno, ne caratterizzava e ancora ne caratterizza l’intero territorio (l’etimologia della parola ostia significa “bocca del fiume”), edificata sulla costa con il mare che al tempo ne lambiva i confini per tutta la sua estensione, Ostia ha potuto godere per millenni della benefica presenza dell’acqua che, con la sua forza propulsiva, ne ha delimitato i confini.

Un territorio naturalmente privilegiato il suo, del quale gli ingegneri romani da subito intuirono le enormi potenzialità scaturenti dalla liquida poderosa forza divina che, imbrigliata dall’intelletto umano in canali e strutture portuali, fu trasformata in una vera autostrada per il trasporto delle genti e delle merci, consentendo così la veloce espansione dell’originario castro tanto da divenire in breve tempo una propaggine della città madre di Roma, un suo insostituibile arto sul quale saldamente poggiarsi al fine di slanciarsi con la forza poderosa dell’idealismo romano, al di là del mare nostrano sino alle soglie di quel desiderato Magno Oceano Indiano.

Ostia, carne e membra della sua grande madre Roma, abbacinante introduzione alla “Città Universale”, ottenne sempre grande attenzione dai suoi regali rappresentanti e vale la pena ricordarne alcuni tra i più rappresentativi, come gli imperatori Claudio, Traiano o Adriano che spesero molte dell’energie imperiali per organizzare ed abbellire la città, attenzioni che si perpetrarono nel tempo, anche quando tutto era perduto, tutto si disfaceva, tanto la struttura sociale che il valore cittadino.

 Cercò d’impedire la rovina il grande generale bizantino Belisario, giunto dalla “nuova Roma” Costantinopoli,  anch’essa protesa su quel mare divenuto ormai Orientale, per strapparla alle nuove culture “Barbare”, scese in massa sul territorio a governare il mondo.  I risultati furono effimeri, tornato sulle rive del Bosforo non poté evitare il disgregamento dell’antico potere costituito e Ostia lentamente sprofondò nell’oblio.

Qui, dove la quadrata vela si gonfiava orgogliosa alla calda brezza marina spingendo le poderose chiglie delle navi commerciali ad attraccare in terre lontane, qui, dove ogni merce affluiva in quantità copiosa, dove l’intero mondo marinaio trovava il sicuro ancoraggio dalle esterne intemperie nell’innovativo porto voluto dall’imperatore Claudio, meta di riferimento e di interscambio di tutte le merci delle evolute città poste sulle dirimpettaie coste del Mediterraneo, qui, dove il suo rilucente faro illuminava l’ambita via da seguire per le moltitudini genti, qui dove rifulgevano i suoi pregiati marmi ed i suoi levigati bronzi, qui arrivarono, si acquartierarono e dipartirono una pletora di viaggiatori illustri o meno, di regnanti e invasori invocati o odiati, di liberatori desiderati o di mistici santificati.

Continuò così ancora per secoli a svolgere la sua funzione d’approdo, seppur non più sicuro, divenendo in seguito all’apoteosi cristiana,  il punto d’arrivo ambito dei suoi Padri e dei suoi Santi come Agostino. Dopo la disfatta dell’Impero, Ostia mantenne una sua dignità sul divenuto Ducato romano nel riconoscimento di seconda Diocesi per importanza con il suo Vescovo che aveva, ed ha, sede nella chiesa di S. Aurea, costruita dal cardinale Guglielmo d’Estouteville, vescovo di Ostia alla metà del XV sec. smantellando i resti della preesistente basilica edificata alla fine del III sec.

Da questa antica Diocesi si elevarono a guida del Cattolicesimo fondamentali figure come i Vescovi  Pierre De Tarantaise che, eletto Papa nel 1276,  prese il nome di Innocenzo V divenendo il primo Papa domenicano della storia cattolica, o ancora  Niccolò Boccassini, sempre domenicano, che fu eletto papa nel 1303 e prese il nome di Benedetto XI , per giungere ai nostri giorni con l’ultimo Vescovo di Ostia eletto papa, quel Joseph Aloisius Ratzinger che, preso il nome di Benedetto XVI, per il grande rifiuto sarà ricordato dai posteri.

Dopo essere stata magnifica protagonista della lunga storia Romana, Imperiale e poi Cattolica, l’antica città per secoli fu relegata nel silenzio, sprofondata nella sua campagna divenuta paludosa, oltraggiata nella sua fierezza, deturpata nella sua bellezza.

L’interesse del dominante potere civile ed insieme ecclesiastico, fu sempre ben vivo per il territorio, ma non per l’antica città che, abbandonata, divenne cava di materiali pregiati. Un territorio smembrato in possedimenti baronali, con i nuovi proprietari intenti al suo sfruttamento delle saline, ignorando completamente l’antica città e la sua universale tipicità. Vennero elaborati dai nuovi proprietari nuovi piani, si edificarono con il papa Gregorio IV nel IX sec. degli argini murari al fine di frenare le periodiche incursioni dei pirati Saraceni, si formò così il delizioso minuscolo Borgo che a sua memoria fu chiamato Gregoriopoli.

Gli interventi si succedettero per culminare nella realizzazione da parte del papa Giulio II del castello rinascimentale costruito intorno al rotondo torrione di papa Martino, adibito a dogana e sede del dazio cittadino. Causa il poderoso tracimare delle acque, evento naturale che trasformò il litorale, il castello andò presto in disuso, divenendo il simbolo, ben visibile ma muto, delle impronte lasciate dalla famiglia Della Rovere su un territorio divenuto pantano. Dovettero susseguirsi diversi secoli prima che fossero riscoperte le fondamenta di Ostia, ormai definitivamente antica, celate dagli stratificati fanghi depositati dalle copiose inondazioni sulle sue abitazioni.    

Certo dovettero cambiare i tempi, il pensiero, la vita, si riscoprì l’esperienza antica ma,  soprattutto, si compresero le potenzialità culturali di questa antica città.  Con l’avvento di quel “primitivo” circuito turistico chiamato Gran Tour sviluppatosi alla fine del XVIII sec. arrivarono di nuovo, su queste sponde, schiere d’intellettuali di tutta Europa che la elevarono dal secolare abbandono culturale mentre, per togliere il solidificato fango, si prodigarono stuoli di braccianti e carcerati.

Ostia riprese a cantare la sua gloria antica lasciando attoniti gli archeologi che ne portavano alla luce le vestigia. Strabilianti le scoperte venute recentemente alla luce che ci forniscono un sicuro ed avvincente spaccato della quotidianità di duemila anni fa. Ritrovamenti che continuano a sbalordire e a ridisegnare la sua estensione ampliandola a dismisura, ponendola ben al di là dell’altra sponda del Tevere, unendola a quella zona che oggi chiamiamo “Porto” riconoscendole la sua originaria vastità di città.

Questo fantastico luogo divenuto “patrimonio dell’Umanità”,  che le recenti scoperte fanno il sito archeologico romano più grande d’Europa (più di Pompei), continua a valorizzare l’intero territorio che non lesina comunque sorprese al moderno turismo culturale.

 Che magnifica rivincita per una città ritenuta morta!

Quale eccitazione ci viene donata, a noi turisti del XXI sec. ridimensionati nel termine onnicomprensivo di “Massa”, nel varcare il cancello posto a simbolico diaframma tra l’alienato desiderio della conoscenza ed il compiaciuto godimento della scoperta. Contemplando la riemersa “grande Bellezza” il suo fascino penetra da subito in profondità nell’essere, s’irradia, ci contagia,  non ci abbandona. Cresce mentre materializziamo la vita del suo passato, mentre ripercorriamo i suoi intersecanti decumani, ammiriamo le sue abitazioni multi piani, riviviamo nel Teatro le sue ludiche manifestazioni, assistiamo nel Tempio di Ercole ai suoi riti sacerdotali, incontriamo la più antica Sinagoga d’Europa, decodifichiamo le sue criptiche iscrizioni e quando, entrati nella piazza delle Corporazioni, verifichiamo come era possibile viaggiare con le Compagnie di navigazione di gran lunga anticipatrici di quella delle Indie, avviene l’apoteosi celebrale.

 Eccitati ed esausti alla fine della giornata, mentre discendiamo la via Horrea Epagathia appartenente al decumano della V Regione, in quel particolare breve lasso di tempo dove i tiepidi raggi dell’ormai basso sole filtrano dalle cicatrici degli edifici costringendoci a socchiudere gli occhi, incontrare l’accogliente Domus di “Psiche e Amore” ci appare un’illusione e, lo dico a bassa voce, accade, ve lo assicuro, che  “l’amore resusciti le anime ormai spente e perse” se si gode dell’ospitalità in questa intrigante dimora dalla sua affascinante Signora o dal dio Amore in persona. 

In questo incantato luogo, dove ogni cosa c’appare familiare, a volte è dato di varcare uno spazio- temporale dove ogni evento resta immobile in un tempo infinito, dilatandosi in un eterno spazio che ogni cosa ingloba, comprese le nostre brevi esistenze, eternandole in quel circuito temporale dove ogni evento, prima o dopo, torna a manifestarsi come ritenevano questi visionari Antichi abitanti. 

 

Iorise Agostinelli autore del libro Basso, Alto o Medio…cre? acquistabile su lafeltrinelli.it