EUR, FONTE OSTIENSE - MARZO 2014

Far comprendere al lettore quale “poderosa” forza innovativa muoveva le iniziative del Governo italiano all’epoca della realizzazione del quartiere Europa è ciò che mi prefiggo in questo articolo, e vista la mole d’informazioni ad esso riferibili, entro subito nell’argomento. Si era nell’anno Domini 1936, la Roma capitale d’Italia e del nuovo Impero era da oltre sessanta anni che subiva, non impassibile, le morbose attenzioni dei nuovi potenti. Il territorio della città era stato ricoperto da palazzi Umbertini, ritagliato da nuove strade Trionfali e aperto ad antiche visioni Spirituali, le periferie erano in via di definitiva realizzazione ed i nuovi e vecchi abitanti già vi si accalcavano, eppure tutto ciò non era sufficiente per l’allora dominante classe dirigente, l’ambizione era la realizzazione della “nuova Roma” ma per fare ciò mancava la presenza, il segno distintivo, quel segno che, spregiudicatamente, nasce e si sviluppa ad immagine e somiglianza dei nuovi potenti senza subire l’ingombrante iconografia dei fasti del passato, Araba Fenice che, rigenerata dal nuovo Demiurgo, dalle ceneri si eleva cangiante nell’ambiente circostante orgogliosa dei propri rinnovati colori. Roma, con la sua nuova moderna forza rigeneratrice doveva estendersi verso il mare; per fare ciò occorreva la realizzazione di un elemento cardinale architettonico che, dipartendosi dal nucleo monumentale romano-fascista del centro antico, si proiettasse come novello “Cardo del Modernista Castro Fascista” verso le coste del Tirreno con l’illusoria aspirazione di rinnovare un’antica egemonia sul Mediterraneo. Nasceva così l’arteria stradale denominata “Via dell’Impero”, oggi Cristoforo Colombo.

Questa, attraversando le Mura Aureliane, doveva condurre alla “Piazza dell’Impero” nuovo centro del nuovo spazio urbano dove doveva ergersi il “futurista” obelisco dedicato a G. Marconi, per proseguire poi verso l’evocativo lago artificiale dove doveva venire incoronata da un luminescente “Arco trionfale” ipotizzato incluso in tecnologici cavi metallici; questa era l’immaginifica  via che doveva condurre i “romani” in quelle rigeneranti onde di quello che fu il Mare Nostrum. Per realizzare l’emblematico progetto battezzato E42, questa sigla voleva simbolicamente richiamare l’Esposizione Universale che avrebbe dovuto svolgersi a Roma nel 1942 e retoricamente celebrare il ventesimo anno dell’Era Fascista, venne istituito un Ente autonomo al fine di gestire le attività di edificazione; era l’anno Domini 1936 o meglio il XIV dell’Era Fascista (E.F.).  

Nel Marzo del ’37 era pronto un progetto di massima che interessava 400 ettari di superficie; un  mese dopo, erano pronti modellini, plastici ed elaborati grafici. I nuovi giovani architetti, rappresentati da Pagano, Vietti, Rossi e Piccinato erano eccitati da tale iniziativa ma, anche se industriosi, sapevano che dovevano sottostare alle precise indicazioni del regime materializzate dalla figura dell’architetto Marcello Piacentini, il quale divenne Direttore generale del progetto e rielaborò l’originario piano immettendo una propria rigorosa coerenza architettonica prettamente accademica.

I lavori delle opere di urbanizzazione da realizzare furono assegnati agli originari architetti che si erano occupati dei disegni e dei plastici. E’ un periodo di grande coesione tra gli architetti e le forze di regime, tanto che Pagano scriverà di: “una collaborazione totale ed efficace nella conduzione degli studi”… sodalizio di breve durata però, in quanto non erano dati margini di autonomia alle idee innovative che potevano risultare scomode all’establishment conservatore romano per gli interessi economici in ballo e per le ambizioni demiurgiche dell’architetto Piacentini, arrivato al vertice della sua potenza politica la quale si riverberava nei suoi rapporti col Governo, nel sindacato degli Architetti fascisti, nei Ministeri dei Lavori Pubblici e nell’organizzazione burocratica dell’Ente E 42. Il Fascismo era passato da un originario “agnosticismo artistico” ad un martellante dogmatismo da inculcare agli architetti ed agli artisti coi propri stilemi iconografici. 

Era del tutto superata l’effervescenza culturale dichiarata dagli associati al M.I.A.R (Movimento Italiano Architettura Razionale) che nel 1927 tentarono d’abbracciare l’evoluzione architettonica europea ed internazionale, ora anche i suoi illustri sostenitori come Pagano, redattore della influente rivista Casabella ed il segretario del M.I.A.R. Adalberto Libera, lavorano sui progetti imposti dal regime. Furono banditi dei concorsi per le opere da realizzare che, oltre ad essere quelle inerenti ai padiglioni che dovevano ospitare gli espositori, erano anche quelle dell’edificio destinato al direttorio dell’E42 comprensivo di opere artistiche, dipinti, mosaici e statuaria, ma i progetti selezionati non solo dovevano rispettare i canoni ed i contenuti prefissati ma anche, e tutti ne erano coscienti, la scala gerarchica degli artisti che vi dovevano intervenire elaborata dal Sindacato Fascista.  La volontà di ripetitiva magniloquenza del regime fu, fortunatamente per i posteri, mitigata dalla capacità di alcuni veri artisti che presero parte al progetto, capaci di far convivere innovazione, anche tecnica, con la tronfia retorica di regime e allora, ecco che prende corpo il Palazzo della Civiltà italiana, progettato dagli architetti Lapadula, Guerrini e Romano, con la sua monumentalità diafana, apparentemente astratta dalla realtà, forma pura tutta ridotta all’essenziale senza decorazioni che possano identificarlo con una corrente stilistica, riesce a conservare uno spirito di “classicità senza tempo” che certamente rimanda alle opere pittoriche metafisiche come “L’enigma dell’ora” del 1911 di De Chirico, divenne il simbolo del quartiere della nuova Roma con il nome di “Colosseo Quadrato”; il Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi, progettato da A. Libera, riesce a compararsi a quelli storici; degni di citazione anche gli imponenti edifici come il “Palazzo per la Mostra della Romanità” commissionato dalla Società Anonima Fiat di Torino, oggi Museo della Civiltà Romana, progettato dagli architetti Aschieri,  Pascoletti,  Peressutti e Bernardini; ancora, gli edifici delle “Forze Armate” della “Mostra dell’Autarchia” e del “Corporativismo e della Previdenza Sociale” degli architetti De Renzi, Pollini e Figini… 

Del fervore progettuale dell’allora Governo Fascista da me sommariamente riportato, è da sottolineare che l’unico edificio completato in ogni sua parte fu il quartiere generale dell’Ente autonomo E42  cioè il “Palazzo degli Uffici” comprensivo di vasche esterne decorate a mosaico con i temi mitici e storici avvenuti sul Mare Nostrum da Severini,  Guerrini e Rosso, del bassorilievo sull’ingresso rappresentante il mito della nascita di Roma, realizzato da Morbiducci e della statua realizzata da Griselli rappresentante il “Genio del  Fascismo”.

Riuscirono anche ad ultimare il rifugio antiaereo di 475 mq sottostante il Palazzo, destinato ad “eventuali” casi straordinari o particolari necessità. Dunque, in questo edificio si pensò proprio a tutto ciò che rappresentava l’immagine e la sopravvivenza del potere, e risultano chiarificatrici, a tale proposito, le frasi dell’architetto Pagano, scritte in seguito, che così descrisse l’esperienza della progettazione del quartiere E42: “le intenzioni del Regime (di Piacentini) hanno raggiunto lo scopo di realizzare un incompiuto propagandistico capolavoro politico”.

Molte, tante, troppe  strutture progettate ed enfaticamente propagandate rimasero sulla carta o furono soltanto iniziate. L’intero quartiere fu ripreso, rivisto ed ultimato nell’Era Repubblicana. Le strutture che nobilitano oggi il territorio, i palazzi citati e gli altri realizzati, persino la stele-obelisco dedicata a G. Marconi di A. Dazzi furono realizzati e ultimati negli anni ’60.

Infine, ci sono pervenute una serie di opere artisticamente insignificanti ripiene di propagandistico trionfalismo ma, alcune, come gli affreschi di Funi, i mosaici di Prampolini e di Depero, le vetrate di Rosso, la statuaria di Basaldella con la “Chimera che lotta con il Minotauro”… fortunatamente rappresentarono un tentativo di allontanarsi dalla retorica iconografica imposta, e oggi riescono ad illuminarci sul rapporto esistente tra il Regime e l’Artista del tempo, piegato ma non vinto, indomito nella sua immobile ma non silenziosa resistenza.

 

Iorise Agostinelli autore del libro Basso,Alto o, Medio…cre? Acquistabile su lafeltrinelli.it