GIULIANO DALMATA, CECCHIGNOLA - MAGGIO 2014

Impregnarmi delle sensazioni che promanano dai luoghi da descrivere è una mia consuetudine alla quale mi sottopongo con piacere ma, spesso, generano in me alterne emozioni e quella che provo avvicinandomi al luogo da me segnato sulla cartina con un evidente cerchio rosso, è di inquietudine. Constatare come i pochi spazi di prato rimasti vengano costantemente inghiottiti da un incombente ciclopico accatastamento di grigi parallelepipedi, prendere coscienza di come in questi luoghi, dove un tempo la preponderante Natura  tratteggiava con le sue illimitate sfumature di colore le bucoliche immagini della caduca presenza umana, delle greggi, degli armenti, vedere come queste siano state sostituite dal soverchiante  comprensorio urbano, rende alle anime romantiche la struggente immagine di un ormai asfittico passato che caparbiamente si oppone ad un insensibile presente foriero di un irrefrenabile futuro presagio di un ineluttabile grigio destino.

Ma il grigiore si dirada e l’animo si rasserena quando vedo emergere, nell’ancora distinguibile declivio orogenetico delle colline, la rosea slanciata torre de’ il Castello della Cecchignola.

È spettacolare ammirare, nella sua aristocratica distinzione, questa presenza del passato stagliata contro il terso cielo di una fredda mattina squarciare con la sua slanciata struttura l’immanente sfondo urbanizzato che ne ridimensiona lo slancio e ne soffoca il respiro.  

Nel mio lento avvicinamento, l’iniziale parziale immagine della torre si ingrandisce a dismisura e la sua mole mi si presenta nella sua interezza quando raggiungo una posizione elevata che mi consente di superare con lo sguardo l’alto muro perimetrale permettendomi di accertare come il Castello sia ancora gagliardamente stabile ed incorruttibile nel suo apparente antico fasto.

 

Dalle notizie in mio possesso rintracciate sui siti di comunicazione, in quanto non mi è concesso di prendere materialmente visione del Castello accuratamente preservato dall’azione protettiva svolta dagli attuali proprietari, la quale azione rinforza a dismisura la recinzione muraria, ricavo che è dai materiali assemblati nella sua struttura che risulta avvincente leggere il lento trascorrere del tempo. È su questi originari materiali che si possono individuare le impronte degli edificatori Romani, il prepotente stanziarsi delle orde delle Genti nordiche, il passaggio dei militanti Crociati, dei monaci Cavalieri gerosolimitani, del liberatore esercito Napoleonico, delle opprimenti truppe Nazi-Fasciste… tutti  del loro passaggio lasciarono degli indelebili segni, realizzati per amore o inferti per odio. Dei molti che ne godettero l’asilo ne è rimasta traccia nelle documentazioni cartacee pervenuteci dove si scopre che, nei secoli, la proprietà passò “cangiante di mano in mano” degli Aristocratici e Prelati del tempo, dal Papa Onorio III (1217) proprietà traslata in seguito a quella dei Monaci di S.Alessio (1300); a quella del Cardinale Bessarione (1458); alla Cappella di S.Eugenio della Basilica dei 12 Apostoli; della famiglia Cenci; nelle mani di Pietro Margani (1477); di quella dei Barberini; del Cardinale Scipione Caffarelli Borghese; del Cardinale Benedetto Pamphili con suo fratello G.Battista Duca di Carpineto; al Priorato di Roma con il Cardinale Ruffo; ai Sacri  Palazzi Apostolici… poi l’avvento della Repubblica Romana con a seguito i francesi spezzò questa continuità, così la proprietà passò alla Compagnia Sicubert-Valadier-Durel; caduto poco dopo l’Impero Napoleonico, il possesso ritorna al Papa Leone XII; nel 1831 diviene di proprietà del finanziere A.Torlonia; nel 1870 con l’Unità d’Italia e Roma Capitale, il Castello torna ad essere una tenuta di caccia frequentato da potenti ed intellettuali come Spillman e D’Annunzio; in seguito il Nazi-Fascismo lo trasforma in deposito; in ultimo, negli anni della Repubblica Italiana, con l’attività di ricostruzione del Paese e le rinnovate nuove speculazioni edilizie che ne caratterizzano gli attuali contorni, il Comune di Roma acquisisce il Castello negli anni ’90; in seguito, e siamo all’attualità, l’accordo con l’attuale proprietà che ne fa la sede dell’Università dei Marmorari e biblioteca pubblica, oltre ad adibirlo ad abitazione privata del responsabile artistico-culturale architetto Dario del Bufalo.

 Dalle notizie riportate sul sito Web www.castellodellacecchignola.it rilasciate direttamente dal responsabile arch. Del Bufalo in una sua intervista dove viene descritto nella sua  «peculiare veste di castellano del XXI secolo»  ricavo, oltre alla nobile storia del Castello sopra riportata, anche l’orgogliosa affermazione di come questo sia stato salvato dalla rovina dalle attuali Associazioni che gestiscono la struttura e di come i suoi spazi siano posti a disposizione delle associazioni di quartiere, come sia consentito l’accesso del pubblico alla biblioteca, delle feste pubbliche organizzate per i bambini e, da non dimenticare, gli spazi adibiti ad alloggio per studenti, ricercatori e “visiting professor” nella residente sopra citata Università.  In un momento storico di generale scetticismo e depravazione dei costumi sociali, ci viene fornita con questa iniziativa una prova tangibile che l’intervento “Privato” spesso riesce a sopperire alla immobilità del Pubblico. È al disinteressato impegno, all’encomiabile desiderio di salvaguardia del passato di alcuni sensibili tecnici ed esperti, se la cittadinanza può ancora gioire e godere di questi nobili spazi. Dobbiamo tutti un sincero ringraziamento a queste illuminate persone e spero che molti saranno i cittadini che, leggendo quanto riportato, verranno sollecitati a godere dei pubblici spazi a disposizione e che questa iniziativa riconcili gli strati sociali meno avvezzi alla custodia dell’arte e della storia trascorsa con il proprio presente.

 Effettuata la descrizione di questa lodevole iniziativa, vengo sollecitato dalla lettura di alcuni nomi di proprietari ad una delle mie riflessioni che a volte, come in questo caso, lambiscono il profano, ma non posso esimermi di esprimerla. La sollecitazione mi proviene dalla lettura del nome di uno degli illustri proprietari del passato, quello dei Margani e, subito, si materializzano nella mente gli spazi di quella piazza Margana nel rione Campitelli di Roma.

Pietro Margani nacque a Roma nel 1410 e dalla metà del secolo il nome della famiglia Margani divenne frequente nella geografia urbana della città; le sue origini documentali riportano una appartenenza ad una “oscura aristocrazia” romana ma entrò nelle cronache del suo tempo quando ne fu sancito il prestigio sociale dal papa Eugenio IV nel 1445 con il dono di “molti e belli vestimenti […] tutti de seta et 13 de panno de lana de paonazzo”.

Questa fu la cronaca della cerimonia d’ingresso nell’Élite del tempo e da quel momento la sua ascesa sociale fu tumultuosa. Acquistò casali e fondi agricoli, ricevette gli ordinativi per fornire Roma della carne necessaria ed in un solo anno versò all’Erario la rilevante somma di 2205 ducati, per comprendere l’entità della Tassa basti pensare che l’acquisto del fondo agricolo in questione fu per 1600 ducati; trattò interi territori con le famiglie più illustri come quella dei Colonna, divenne prestatore di denaro e fiduciario delle più importanti congregazioni romane, acquisì titoli nobiliari ed ottenne la nomina ad “Illustrissimus Viris” divenne procuratore degli interessi del convento e dei frati di S.Maria in Aracoeli. Il legame instaurato con il Clero cittadino, che ne consentiva e pianificava il successo, venne indissolubilmente sancito dal suo ingresso nella prestigiosa Confraternita del Salvatore ad Sancto Sanctorum. La secolare dominanza del Clero aveva istituito un nuovo potente, ne sanciva il lignaggio ed i privilegi, come quello di essere sepolto nella chiesa francescana di S. Maria in Aracoeli.

Questi “nobili” potentati, con la loro arrogante dominanza imperversarono nel passato riuscendo a riciclarsi sino al secolo scorso, poi la “luce” illuminò le menti, arrivò l’Eguaglianza e la Legalità (la Fraternità non ancora) e molto fu riequilibrato. Non più la ossequiosa genuflessione del suddito al potere costituito ma il riconoscimento della dignità del libero cittadino. Irrefrenabili allora, rimbombano nelle orecchie le memorabili parole di un altro “nobile aristocratico” figlio del suo tempo Illuminato il quale con le sue dissacranti parole consentì uno squarcio di luce sulla tetra struttura sociale passata. Il riferimento è a quel nobile Torquato II Terenzi, Principe del Sacro Romano Impero[1] che con queste parole si espresse nel Post scriptum indirizzato al suo trasognante lettore “ricordate sempre” scriveva “che, er nonno, der nonno der nonno de’ quarsiasi nobile, prima de’sse nominato tale era no’ str… come l’artri”. 

È con questa profonda e profana riflessione che vi esorto a guardare alla nostra società con ottimismo, la quale, senza il limite di artificiali e precostituite barriere permette persino di godere del piacere di frequentare liberamente una nobile presenza da sempre resa esclusiva come il Castello della Cecchignola, senza l’azione protettiva di un suo nominato “nobile castellano” che

imbracci la colubrina o apra il recinto di irascibili bufali al fine di difendere il “suo elargito sacrale diritto di proprietà”… l’Era illuminista non è trascorsa invano.

 

Iorise Agostinelli, autore del libro “Basso, Alto o, Medio…cre?”, acquistabile su lafeltrinelli.it  

 

[1] Torquato II, Vittorio Gassman nel film: Il Conte Tacchia, 1982, regia di S. Corbucci


GIULIANO DALMATA, CECCHIGNOLA - FEBBRAIO 2013

Quando mi venne richiesto questo articolo “sul Dalmata”, rimasi per un attimo interdetto e, attingendo alle nefaste influenze subite negli anni adolescenziali, pensai inizialmente ad un articolo sulla famosa razza canina protagonista della carica dei 101 di memoria Disneyana. Quando capii che si trattava del quartiere romano Giuliano-Dalmata mi misi alacremente al lavoro per avere informazioni su questo territorio a me, debbo dire, pressoché sconosciuto e le notizie tratte dalle diverse fonti di riferimento, riuscirono a darmi davvero uno spaccato dei recenti, non propriamente lieti, tempi trascorsi.

La prima cosa da evidenziare, sulla nascita di questo quartiere, è la stretta connessione tra la dissoluzione degli ultimi Imperi e l’affermarsi dei nefasti nazionalismi novecenteschi.

L’Europa ottocentesca era stata più volte geograficamente ridisegnata sotto le spinte rivoluzionarie francesi e poi  napoleoniche, e le resistenti forze reazionarie rappresentanti dell’Ancient regime di millenaria dominanza. Queste forze opposte e contrarie portarono alla nascita delle Nazioni con lo sviluppo di quei “romanticismi” nazionali fondati sull’appartenenza individuale ad una non meglio identificata “terra natia” e ad una radice storico-culturale rappresentativa di un determinato ceppo etnico e linguistico rappresentazione di una demenziale vagheggiata superiorità.

Queste Ideologie portarono allo scontro violento frontale, alle pulizie etniche, alle persecuzioni, agli esodi di massa, a quelle immani tragedie umanitarie insomma, che ricordiamo come I e II Guerra Mondiale.

Da questa apocalittica situazione la classe dirigente dominante tentò di uscire con un nuovo, ma certamente non definitivo rimodellamento della cartina geografica europea; fu così che molte di quelle definite “minoranze linguistiche” furono forzatamente indotte ad abbandonare l’antico territorio ed i propri beni per essere, in qualche modo, riassorbite dalla loro originaria “madre patria”. È quello che accadde, tra le tante, alle genti di cultura e lingua italiana residenti nei territori, ormai cancellati dai trattati, della Venezia Giulia e Dalmazia che erano rappresentati da città famose come Zara, Fiume, Pola…; è da questo esodo che si deve il nome del quartiere romano Giuliano-Dalmata.

Il quartiere nacque nelle vicinanze di quello che fu il progetto del governo fascista italiano dell’originario E42 (poi rinominato quartiere Europa) quando poche decine di esuli giuliani occuparono le umili costruzioni realizzate come residenze operaie dall’allora Governo fascista per la costruzione della “Roma moderna” protesa verso il mare denominata, appunto, E42. Lo sfascio del potere fascista e la guerra non consentirono la sua realizzazione che riprese nell’era della Repubblica Italiana.

Si era alla fine degli anni ‘40 e l’Italia si trovava in quella fase storica post bellica definita della “ricostruzione” che da qui a breve tempo portò il paese a quel “boom economico” che generò quella condivisione e partecipazione attiva di tutte le forze sociali che traghettò l’Italia in un’era di trasformazione industriale nonché di prosperità materiale anche se, purtroppo, nel corso degli anni dimostrò la sua vulnerabilità.

 

Fu così che si convogliarono, in questa parte di Roma, molti di quei profughi provenienti dalla nuova divisione geografica dei territori nazionali (Trattato di Parigi) che innervarono con la loro  forza e determinazione il nascente quartiere risultando determinanti per lo sviluppo economico e sociale del territorio, apportando una folata di “differenziazione culturale” nella asfittica società romana che aveva subìto la pressione dittatoriale ventennale materializzatasi nell’autarchia culturale fascista. Il quartiere crebbe velocemente popolando di soluzioni abitative, centri commerciali ed ogni sorta di servizi le estese praterie che dividevano il minuscolo nucleo abitativo originario con le nascenti zone dei quartieri Europa e Cecchignola.

Certo parlare oggi di “estese praterie” in questi quartieri sembra un eufemismo, vista la attuale difficoltà della cittadinanza di godere di appropriati spazi verdi; eppure molti ancora ricordano queste colline verdi utilizzate a pascolo e costellate dai ruderi delle torri medievali (una testimonianza ancora visibile l’abbiamo nella torre chiamata “della Cecchignola” ). 

Oggi io, in visita in questo quartiere alla ricerca del recente passato, girovagando tra alte mura degli edifici che celano i tiepidi raggi solari tra l’affastellamento delle auto che compromettono il deambulare dei pedoni, trovo impossibile pensare che l’urbanizzazione partì da quel minuto nucleo abitativo assegnato ai profughi giuliani ed ora, immerso in questa fervente realtà segnata dall’avvento edilizio e dalle sinergie umane ed imprenditoriali che hanno portato allo sviluppo di questa laboriosa comunità, trovo la conferma degli eventi citati nei visivi ricordi esistenti nella Piazza intitolata ai profughi Giuliani e Dalmati, nella monolitica pietra lavica a ricordo dei Caduti di quelle terre e nel monumento eretto nel 2008 alla memoria delle vittime delle Foibe. 

Tutto ciò mi fa riflettere su questo modello d’integrazione realizzato da queste genti che rappresenta un esempio emblematico, avendo realizzato l’originario progetto di civile ed armoniosa crescita interculturale, specialmente a confronto con  l’attuale società multi etnica nella quale siamo tutti quotidianamente immersi. A tale proposito, mi fa piacere ricordare il vero prototipo di “fusione” tra la popolazione residente e la nuova installatasi, avvenuto con il primo matrimonio “misto” tra il fiumano Armando Chioggia e  la romana Fernanda Tombesi, celebrato  nel 1949 nella piccola cappella dell’allora Villaggio, a dimostrazione che la vera ricchezza dell’Umanità è la diversità culturale. Colgo l’occasione per lanciare una nuova iniziativa all’attiva cittadinanza:  perché non realizzare una di quelle “pietre d’inciampo” (realizzazioni dell’artista Gunter Demning con le quali ha invaso l’Europa in ricordo dei cittadini deportati) che materializzi la bella fusione che avvenne tra la cultura  “fiumana” e la “romanità” e univocamente simboleggi il vero primario sentimento che garantisce l’Universale reciprocità.. e cioè l’Amore?  

Iorise Agostinelli autore del libro RomAmor   www.feltrinelli.it