APPIO CLAUDIO, APPIO PIGNATELLI, CAPANELLE-GIUGNO 2017

L’Appio Claudio, il venticinquesimo quartiere di Roma indicato col toponimo 10B nella zona urbanistica del VII municipio, nel nome che orgogliosamente porta, contiene indelebilmente le sue antichissime e nobili origini.  Appio Claudio Cieco,  vissuto dal 350 al 271 a.C., fu esponente illustre della Gens Claudia, originaria dalla Sabina (ma alcune scoperte recenti la fanno provenire dalla città di Caere, quindi dall’Etruria), politico e letterato ricoprì la carica di Censore, due volte quella di Console e una quella di Dux (dittatore) nella Repubblica romana.

Difese i confini di Roma dalle forze Etrusche, Latine e Sannite unitesi per sconfiggere la Repubblica, creò le “basi logistiche” col fine d’espandere lo Stato repubblicano romano verso l’evoluta Magna Grecia invocando la costruzione, dopo la conquista di Capua, della regina della viabilità romana  che da lui prese il nome, la via Appia, ed  infine concluse uno dei primi grandi acquedotti della città, quello della “Aqua Appia” iniziata dal suo collega console Gaio Plauzio Venoce.

Ce n’è a sufficienza da rendere orgogliosi di tramandare il suo ricordo nel nome.  Da quella Roma e da quei romani ora ricordati, sono trascorsi ventidue secoli o alternativamente, duemiladuecento anni dei quali almeno diciotto secoli o milleottocento anni, di quei duemiladuecento, trascorsi in una assoluta onirica immobilità. Un territorio che ancora l’ottocentesco scrittore-viaggiatore francese  Stendhal osservò estasiato e del quale ci lasciò una descrizione entusiasta di quella melanconica campagna romana punteggiata da colossali romantici ruderi e graffita dai sovrapposti archi in pietra degli acquedotti romani che disegnavano, in una assoluta statica continuità, l’azzurro cielo.

Tutto era rimasto immobile dall’avvento della Roma cristiana che, in continuità con quella papalina, gestì il territorio per mezzo dei suoi potenti Monasteri, i quali affidarono gli ampi spazi, opportunatamente divisi in tenute agricole, a selezionati privati. Così fece anche il potente monastero di Sant’Alessio sull’Aventino per quel territorio che ai nostri giorni è divenuto il quartiere Appio Claudio.  Quei privati, che in seguito acquisirono un notevole potere finanziario, come avvenne per le famiglie dei Gerini o dei potenti Torlonia, scommisero sull’espansione della Roma ‘novecentesca con la relativa edificazione di quegli spazi agricoli, e non sbagliarono.  I presupposti di edificazione si ebbero con la realizzazione del primo servizio ferroviario che attraversava il territorio, voluto dal papa Pio IX nel 1856 col quale veniva collegata Porta Maggiore a Frascati, avvenne così una lievitazione del valore dei terreni i quali, in pochi anni, dal valore di poche centinaia di lire al metro quadro, arrivarono alle dieci-ventimila lire.

Arrivò così, insieme al titolo di Capitale, la speculazione edilizia, dapprima mascherata da promettenti “urbanistici progetti giardino” i quali, come gli altri presentati nei concomitanti quartieri di Roma in via di edificazione, non furono mai realizzati. Progetti ritenuti spiccatamente “utopici”, troppo rispettosi dell’ambiente, troppo a “misura d’uomo” e soprattutto, prevedevano un esagerato “spreco di territorio edificabile”.  Si arrivò così alle prime costruzioni di palazzine, che dovevano ospitare quegli individui che in quel periodo storico venivano identificati come informe  “Massa” o tutt’al più “Popolani” richiamati  nella Capitale al fine di impinguirla di lavoratori a basso costo e di consumatori voraci.  Si continuò, e si esaurì negli anni del secondo dopoguerra, l’edificazione massiccia e predatoria dell’intero territorio facilitata dalla meritoria e incoraggiante iniziativa di edilizia popolare Ina-Case.  Così scomparve la romantica rilassante visione  della campagna romana, ma rimasero i mesti resti degli acquedotti anche se, ad incorniciare le pareti degli alti edifici sullo sfondo e non più a ricamare l’azzurro cielo. C’è ancora, tra i residenti più anziani, un romantico ed impalpabile ricordo nella narrazione che riportano ai più piccini, nella quale aleggia la reminiscenza di un elegiaco territorio dove gli spazi erano ancora ampi e verdi e condivisi con greggi, casolari e coltivazioni familiari, dove al mattino i braccianti  prendevano itinerari diversi da quelli dei salariati ed impiegati abitanti i primi edifici edificati, per riunirsi però tutti a sera, felici, in piccoli locali e taverne come quello dell’Osteria da Giggetto nata sulla prima strada viaria che servì il quartiere. Memoria di un tempo passato, memoria che sappiamo addolcisce e smussa molte contraddizioni, che offusca e annebbia dolorosi eventi. 

Dalla memoria non si può certo prescindere, da essa è possibile prendere coscienza del presente ma è altrettanto fondamentale non credere che il meglio sia già avvenuto, che non ci sia più un adeguato spazio individuale, che si è definitivamente persa la possibilità di perseguire la agognata felicità, non è così. Oggi, tra la fitta foresta dei palazzi esistenti, entro lo stretto contatto dei suoi abitanti, nella competizione per il raggiungimento degli indispensabili spazi individuali, il giovane individuo si muove con sicurezza e destrezza, con le sue ruote e rotelle, con i suoi irriverenti graffiti, con i suoi tablet e cellulari ed in quella, che a prima vista appare una “oscura selva” di cemento dove è facile perdersi,  trae sollecitazioni e trova stimoli.  È cambiato l’ambiente circostante dove ci si muove, ma l’adattabilità e la forza di reazione dell’individuo è sempre la stessa, il desiderio di ricerca, di vita, è invariato. La memoria, come detto è importante, ma oscura, per un eccessivo decadente romanticismo, il reale ricordo, adombra quel desiderio che muoveva lo spirito ed i corpi di quei trascorsi giovani che non sognavano gli ampi spazi verdi dove erano immersi, bensì le maestose e confusionarie città con le loro promesse  e perdizioni, bramosi, cercavano l’occasione per lasciare quelle campagne, saltare la siepe che li opprimeva per immergersi nelle cosmopolite metropoli, unici luoghi ritenuti capaci di assicurare l’affermazione e promettere la felicità. Così fu, in molti si misero in cammino.

 

In conclusione, dopo questa evocativa ed oggettiva riflessione, mi riallaccio all’ultimo discorso pronunciato nel 280 a.C. dal nostro antico ed illustre antenato Claudio, declamato in Senato col fine di dissuadere i romani nell’accettare le proposte di pace del re dell’Epiro Pirro, sceso alla conquista dell’Italia; egli concluse il suo veemente discorso con quel profetico concetto giunto sino a noi : “ognuno è artefice del proprio destino”.  Rappresenta una grande ricchezza poter avere questa possibilità di scelta, anche se a volte si sbaglia, non riduciamone l’essenza con una evanescente, corrosiva ed irrealistica rimembranza.

 

Iorise Agostinelli