COLLATINO-MAGGIO 2017

Il quartiere Collatino si estende sul territorio Est di Roma ed è uno di quei quartieri della capitale che porta un nome tanto illustre quanto lontano dal nostro ricordo, arrivando a confondersi nelle sbiadite pagine della memoria  storica.  L’attuale nome, che gli fu attribuito nel 1961 sostituendo l’originario toponimo di “Suburbio Tiburtino”,  racchiude in sé molteplici significati e contenuti ideali i quali, diramandosi in molte differenziate ramificazioni, permettono diverse riflessioni. Una di queste è relativa alla scelta dei nomi da accreditare ad un quartiere, che è sempre complessa ed a volte oscura, dipende dalle differenti presenze strutturali sul territorio, da peculiari eventi accadutevi o da riconoscimenti storico-sociali attribuiti ad individui che con le loro azioni incisero nello sviluppo della comunità.  In questo caso il nome del quartiere viene fatto derivare da quella via di comunicazione Collatina, ancora oggi frequentata, che attraversando il territorio alla sua origine conduceva a Collatia, antichissima città esistente nell’area all’epoca definita “Latium Vetus” .

Ma vi è anche un altro legame, oltre a quello visibile della via Collatina, tra l’antica Collatia e Roma, che la unisce indissolubilmente al ricordo della nascente città Caput Mundi. Questo legame ci fu tramandato per via orale e tramite alcune sbiadite e confuse righe vergate su pergamena di cui mai avemmo conferma documentata (per questa ragione gli straordinari eventi tramandati, rimasero sempre relegati nell’area del mito e dell’invenzione). Dalla narrazione pervenutaci, in quella antichissima città di Collatia, scomparsa già all’epoca imperiale, avvenne un tragico evento che qualcuno oggi, avvezzo alla cronaca di costume sociale, definirebbe di “sesso, onore e coltello”. I protagonisti della storia furono la morigerata donna Lucrezia e Sesto Tarquinio, giovane rampollo del re Tarquinio il Superbo, ultimo re etrusco. Come ci racconta Tito Livio, la nobildonna, che viveva a Collatia, fu infatti abusata sessualmente da Sesto Tarquinio e, dopo aver raccontato al padre ed al consorte la violenza subita, si tolse la vita con un pugnale.

Tale episodio portò alla rivolta che si concluse con la cacciata dei Tarquini da Roma ed alla nascita della Repubblica Romana. Il fatto che la storia tramandata racchiudesse tutti i dettami del tradimento-abuso, già da secoli trattati da autori come Omero od Eschilo, risultava a noi come una artificiosa narrazione assemblata per realizzare il mito della fondazione della Repubblica romana.  Troppo simile agli eventi che portarono alla grande Guerra di Troia con il rapimento-tradimento della coppia Elena-Paride, per essere creduta reale; la narrazione sembrava seguire il filone letterario di offesa ai valori morali, di sfrontato abuso del potere al fine di giustificare la rivolta popolare che portò alla cacciata dell’ultimo re etrusco. Inoltre, colui che gonfiò il risentimento popolare e lo guidò all’insurrezione contro il tiranno, portava l’altisonante nome di Lucio Tarquinio Collatino, marito della Lucrezia oltraggiata, illustre cittadino di Collatia e capostipite della dinastia dei Collatini nonché primo Console della nascente Roma Repubblicana. 

Egli, insieme all’altro suo contemporaneo e collega, Giunio Bruto, traghettò la Roma Monarchica in quella Repubblicana.  Le notizie pervenuteci del tragico evento erano talmente evanescenti da essere ritenute da noi lontani discendenti, per le somiglianze  narrative sopra descritte, frutto della visionaria fantasia di genuflessi scrittori del tempo.  La certezza degli avvenimenti umani non è una prerogativa delle nostre società è risaputo, ma altrettanto vera è la forza che ci spinge verso la sua ricerca ed oggi, dai diversi documenti emersi dalle rovine dell’antica città di Collatia, rinvenuta al di sotto dell’attuale urbanizzazione di La Rustica, possiamo testare la veridicità di quelle remote narrazioni. Come avvenne con il ritrovamento delle rovine di Troia e di Pompei che ci consentirono di comprendere il limite esistente tra realtà e mito, così avviene coi ritrovamenti di Collatia e di una altrettanto antica e contigua cittadina di nome Gabii.  Dalle loro macerie sono riemersi, per l’opera di meritori scavi archeologici, degli straordinari  documenti storici che ci permettono di venire a capo di irrisolti quesiti.  Il primo di questi documenti riemersi è una scritta in antico greco risalente alla metà del VII secolo a.C. la quale, insieme alla famosa “Coppa di Nestore” ritrovata sull’isola di Ischia dall’archeologo tedesco G. Buchner nel XIX secolo,  rappresenta  la testimonianza più antica della presenza di colonie greche nel centro Italia.  Il documento conferma le notizie riportate da antichi storici come Dionigi di Alicarnasso della presenza, nell’ VIII-VII secolo a.C.,  di colonie greche conviventi con le popolazioni autoctone italiche. 

Dall’altro eccezionale ritrovamento, una pergamena vergata con nero inchiostro nei grafemi dell’antica arcaica lingua latina, datata alla metà dell’ VIII secolo a.C.,  si ricava l’informazione che una colonia di greci, guidata dal ricco possidente Demarato di Corinto, si era trasferita nella città etrusca di Tarquinia, informazione ch’è risultata determinante al fine di ricostruire le radici territoriali  del primo Console romano fautore della cacciata dei Tarquini da Roma.  Si è accertato, infatti, che Lucio Tarquinio Collatino, mitico promotore della rivolta contro il re etrusco Tarquinio il Superbo nel 509 a.C.,  non soltanto fu una figura realmente vissuta , ma fu il diretto discendente  del ricco possidente greco Damarato di Corinto stabilitosi nella città di Tarquinia, e questo fondamentale dato ci testimonia che egli era di formazione greca.  La conferma archeologica di quegli eventi, che fino a ieri erano considerati frutto della fervida visionaria fantasia di nostri lontani avi letterati, getta una ben differente luce sulla realtà delle società antiche, mostrandoci come davvero esse formassero un Mondo Globalizzato, abusato termine questo, che la nostra società si arroga il diritto di vantare caricandolo, a seconda dei differenti sentimenti, di proprietà benefiche o di nefasti malefici. Invece ecco qui che, di tanto in tanto, appaiono documenti che sovvertono queste nostre convinzioni.  Questo accertato e consolidato dato mi conduce alla riflessione accennata all’inizio di questo scritto, è cioè possibile affermare che le “rivoluzionarie” idee che decisero il rutilante futuro della città che diede vita al mondo Occidentale, scaturirono da un connubio di diversità culturali e territoriali, confermando uno spiccato cosmopolitismo culturale presente in quelle antichissime popolazioni colpevolmente tramandateci come “Barbare e Pagane”.  La vulgata che ancora ci accompagna di un’antichità ricolma di pregiudizi e superstizioni, ferma in angusti confini geografici, è saltata de finitamente. Un raggiro, quello di screditare il passato, frequentemente praticato nella storia dell’Umanità ed allora mi chiedo: quanti oggetti verranno ancora alla luce che ridisegneranno una defraudata civiltà? Quanti documenti sconvolgeranno ancora i nostri superficiali convincimenti che ci pongono in una supposta supremazia sulle antiche società? Per evitare dolorose riflessioni potremmo decidere di lasciare sepolte queste presenze, ma in questo caso si rinuncerebbe alla ricerca della nostra reale identità per vivere in una artificiosa dimensione fatta di “innestati ricordi” che ci impedirebbero di conoscere le nostre reali radici e la nostra evoluzione relegandoci nel desolante limbo dell’ignavia.  La ricerca, i ritrovamenti, ci sovvertono pensiero ed erronee convinzioni che altro non sono che il risultato di un passato convenientemente tratteggiato ad uso della nuova classe dominante al fine di esaltare l’avvento della nuova era da essa governata. La conoscenza è l’unica possibilità di far avanzare sulla giusta via la nostra umana società, questa incontrovertibile necessità intellettuale i ruderi delle scomparse civiltà che riemergono con regolarità e quelli visibili sul territorio della nostra Universale città ce lo ricordano. Dunque, avanti senza timore nel diradare le brume che avvolgono il nostro passato, Uomini, perché ricordate, come dice Dante : “fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”. 

 

Iorise Agostinelli