COLLATINO TOGLIATTI - APRILE 2014

Non so se si può definire, la mia, una “deformazione professionale” oppure una strisciante inclinazione malinconica dovuta al fatto di stare spesso con la mente immersa nel passato ma, spesso, mi accade di sentire un’oppressione al torace dal lato del cuore, particolarmente gravosa quando mi trovo dinanzi all’abbandono e all’incuria. È la pena che provo ora qui, dinanzi a questa decadente edicola posta a memoria di una opera che per millenni rappresentò un segno di civiltà.

Le opere umane, ne sono consapevole, sono destinate a deteriorarsi e poi a scomparire…, ed è giusto così, è comprensibile, nulla realizzato da mano umana può e deve restare inalterato..., deve esservi sempre e costantemente una sovrapposizione, una stratificazione nelle vicende umane che determina il progresso o meglio l’avanzamento culturale e sociale, fin dove arriva una generazione è la seguente che ne prende le consegne e le evolve o le distrugge, è nella natura della società umana ma… l’incuria, la volontaria noncuranza no, questo è inaccettabile, questa è violenza celebrale, annichilimento spirituale.

Cosa ha rinnovato in me questo doloroso sentimento? Lo spiacevole evento è scaturito dalla ricognizione da me effettuata sul territorio alla ricerca della sua Antica identità. 

Il quartiere Collatino, che prende il nome dalla Antica via Collatina la quale, partendo dalla Porta Tiburtina si diramava sino al primordiale centro di Collatia,

vanta un territorio costellato di opere e rimanenze di primaria rilevanza storica e, deciso a ricalcarne parzialmente le impronte, mi sono recato sulle Antiche tracce di quello che fu una delle monumentali opere civili dell’Antica Roma: gli acquedotti e, nello specifico, quello conosciuto col nome Virgo o Vergine. Fu uno dei primi acquedotti costruiti per servire le favolose Terme romane e molte abitazioni urbane, fu voluto da Marco Vipsanio Agrippa, Console romano e fidato amico nonché genero dell’imperatore Augusto. Quell’Agrippa del Pantheon, colui che abbellì Campo Marzio e vi costruì le prime Terme, che fece realizzare altri cinque acquedotti per servire le esigenze e gli eccessi della ancora Roma Repubblicana, colui che prestò la sua instancabile opera alla riqualificazione della città in una sorta di “ meritoria gara” con il suo illustre familiare, volle la realizzazione di questo ulteriore acquedotto nel 19 a.C.  Lungo 20 Km e completamente sotterraneo, esclusi gli ultimi 2 Km costruiti in superficie, al suo tempo aveva una portata di 1202 litri d’acqua al secondo, serviva le abitazioni private alle pendici del Pincio, le strutture pubbliche in Campo Marzio e la residenza imperiale al Palatino. Malgrado l’acquedotto nascesse a Sud-Est di Roma, questo, facendo un lungo giro, vi entrava da Nord; il motivo era sì tecnico, in quanto la velocità dello scorrimento delle acque doveva essere ben calibrato affinché la pressione non spaccasse le tubature, ma molto argutamente si è rilevato che l’acquedotto entrando dal Nord di Roma andava a servire la zona, allora suburbio, del Pincio, fornendo un determinante servizio inesistente.

Le strutture interrate delle arcate dell’acquedotto che si dipartivano dalla fonte e costeggiavano la via Collatina sono ancora visibili sul territorio e, seguendole, si arriva in città al di sotto del palazzo principesco di Villa de’ Medici al Pincio, dove vi sono ancora le sue arcate inglobate nelle fondamenta; queste poi, proseguivano uscendo allo scoperto scendendo parallelamente a quella che è oggi via Margutta per giungere presso l’attuale via dei Due Macelli, proprio alle pendici degli “Horti Luculliani”, dove vi era la “Piscina limaria” per la decantazione delle acque, continuavano poi attraversando via del Nazareno (sono ancora visibili resti di archi interrati) arrivando all’attuale Fontana di Trevi, che è universalmente risaputo essere opera dell’architetto Nicola Salvi, il quale ancora nel 1732-63 risentiva degli influssi architettonici  “berniniani” e realizzata per volere del papa Clemente XII ma, sicuramente, molti non sono a conoscenza che la scelta del luogo dove realizzare la celebre fontana fu dovuta dal fatto che lì, in quel preciso luogo, esisteva già la fonte romana di decantazione delle acque e che in seguito, nel XII secolo, la documentazione pervenutaci conferma che fu restaurata dal neonato Comune ed era conosciuta come “Fonte Treia”. 

Al di sotto dell’attuale Villa Sciarra vi sono le arcate dell’ultimo tratto dell’acquedotto che concludeva il suo tragitto attraversando la via Lata (attuale via del Corso) approdando ed irrorando le prodigiose Terme di Agrippa al Pantheon.

L’acquedotto dell’Acqua Virgo è così denominato probabilmente per la purezza delle sue acque, anche se una accattivante leggenda vuole che il suo nome derivi da colei, una vergine Ninfa, che dette l’indicazione dell’esistenza della falda d’acqua ai legionari. Aveva le sue sorgenti all’ VIII miglio della via Collatina vicino al corso del fiume Aniene e qui, al di sotto di 42 metri dal livello del mare, venivano imbrigliate ed incanalate le pure e fresche acque che sino al XVIII secolo erano famose per la loro bontà, essendo prive di calcare, per donare piacere e benessere alla popolazione di Roma. Questa fondamentale struttura, oggi diremmo “infrastruttura” di servizio urbano, fu nei secoli gravemente danneggiata (per gli assedi subiti dalla città) ma anche continuamente restaurata da dimenticati e volutamente celati interventi di imperatori come Tiberio e Claudio sino ad arrivare ad Onorio o  re Teodorico. Intervenne, in seguito, la nuova Gerarchia imperante dei papi ed alcuni di loro, come Niccolò V, Paolo II, Sisto IV sino ad arrivare a Benedetto XIV che si riallacciò alle originarie sorgenti e a Pio VI, restaurarono le antiche strutture. 

Per millenni queste acque hanno fornito vita e benessere agli abitanti della città fornendo motivo di rappresentativo orgoglio ai loro restauratori che sempre presentarono se stessi come paternalisti benefattori che ben a cuore avevano le sorti del proprio Popolo amministrato. Ed ora?... ancora l’acqua scorre, ancora emerge da quella falda, ancora sopravvive l’originaria struttura, ma non vi è più l’edicola della Ninfa Virgo, e languisce quella del suo ultimo restauratore presente sul territorio Collatino a ricordarci del prodigioso dono fattoci dalla Grande Madre (Natura). 

Ora la sorgente è inquinata. L’Antica opera versa nel totale abbandono, le sue acque non assolvono più il compito di dissetarci e di rigenerarci dallo stress quotidiano, percorrono a fatica parte dell’antico, colpevolmente celato, percorso perdendosi in rivoli che sgorgano dalle falle presenti nelle condutture nella irresponsabile indifferenza. Queste ora assolvono il compito esclusivo di irrogare la fontana della “Barcaccia” e quella di “Trevi” e, la Ninfa Virgo, non scorre più gorgheggiante tra le sue acque per giungere sino a noi per rallegrarci, ed anche il dio Nettuno, costretto a contemplare desolato dal suo podio Treviano  i suoi asfissiati contornanti Tritoni, se riusciste per un attimo a fissare il suo sguardo, forse vi accorgereste di scorgere una lagrima calcificata sulla sua gota sinistra, forse acquisireste la sua onnicomprensiva consapevolezza che, fin tanto che splenderà il Sole, si alterneranno le Stagioni e  le piogge irroreranno la Terra, l’uomo trasformerà il suo ambiente e distruggerà le proprie opere, è nella sua natura ma… la cinica indifferenza no, quella non la si può contemplare, quella fa piangere.    

 

Iorise Agostinelli autore del libro “Basso,Alto o Medio...cre?”  acquistabile su www.lafeltrinelli.it