PIETRALATA - FEBBRAIO 2017

 

 

 

Pietralata, come nucleo abitativo, emerse spontaneamente negli anni 20 del ‘900 con un originario aggregato di piccoli coltivatori; in seguito, nel 1935, venne stabilita la urbanizzazione di quel territorio conosciuto nell’antichità con il nome di Prata Lata (grande prato) dando l’avvio a quella che diverrà un emblematico quartiere-borgata.

L’antico territorio di “Prata Lata”, sino all’azione edificatoria pianificata dal Governatorato di Roma negli anni trenta del novecento, era un vasto territorio dell’allora ancora esistente “Campagna romana”, caratterizzato dalla presenza di alcuni casali agricoli tra i quali era rinomato quello denominato  “Casale de’ Pazzi”, un edificio originariamente di proprietà della nobile famiglia fiorentina  Pazzi, la quale meritò l’iscrizione nelle pagine della storia italica per essere stata la esecutrice della famosa congiura avvenuta nel 1478 tramata ai danni della potente famiglia de’ Medici ed organizzata da papa Sisto IV ed altri personaggi di spicco tra i quali meritano d’essere citati suo nipote Girolamo Riario, che si fece costruire l’edificio romano oggi conosciuto come Palazzo “Altemps” (divenuto sede del Museo di Arte Antica nel 1997) per accogliere la sua consorte bambina Caterina Sforza (aveva dieci anni quando andò sposa al Riario nel 1473) ed il signore di Urbino, quel Federico da Montefeltro famoso capitano di ventura immortalato nel famoso ritratto di Piero della Francesca che, dopo aver conquistato con le sue sanguinarie scorribande l’importante territorio marchigiano, mise la sua grondante spada al servizio dello Stato Pontificio. I sanguinari congiurati si prefiggevano di conquistare il governo della città di Firenze ma non vi riuscirono, l’azione portò “soltanto” all’omicidio di Giuliano de’ Medici  ed al ferimento di suo fratello Lorenzo il Magnifico  con conseguenze letali nei tesi rapporti tra gli Stati italiani dell’epoca.  In seguito, alla fine del ’700 , il territorio di Prata Lata comprensivo del “Casale dè Pazzi” passò nelle proprietà della borghese famiglia Mazzetti la quale, per i servigi resi alla Santa Sede, ottenne da papa Gregorio XVI nel 1842, il marchesato del territorio di “Prata Lata”.  Fu così che il primogenito Giovanni poté fregiarsi del titolo di “Marchese di Pietralata”.  Nei possedimenti del neo Marchese Giovanni Mazzetti vi erano vari edifici anche al centro della città di Roma, tra i quali Palazzo Mazzetti al Pantheon. Negli anni successivi il territorio del “Marchesato di Pietralata” passò di mano in mano, sino ad entrare nelle numerose proprietà della potente famiglia di faccendieri dei Torlonia e così si pervenne all’urbanizzazione con il programma edificatorio realizzato dal Governatorato di Roma per trasferirvi, tra il 1935 e il 1940, gli sfrattati degli "sventramenti edili" operati da Mussolini al centro di Roma, in particolare delle zone intorno al Campidoglio, via del Teatro di Marcello, Fori Imperiali, San Giovanni, Porta Metronia e di viale Castrense. Iniziativa ben strombazzata e venduta ai residenti romani come meritoria, benché fu da subito evidente che, dietro le vantate proclamate migliorie abitative per i residenti,  si celavano ben altri interessi privati e la dura realtà, per tutti coloro che vennero posti sotto l’occhio attento dei burocrati fascisti, non tardò a palesarsi.

Quella che fu comunicata  come una  “risanatrice” azione sul nucleo abitativo della città, avente il fine di migliorare la condizione di tanta cittadinanza, da subito si rivelò la realizzazione di un desolante pantano, un ghetto abitativo dal quale uscire era ben difficile e dove, malgrado il dibattersi dei residenti, essi vi sprofondavano lentamente ma inesorabilmente. Fango, nessun servizio pubblico, collegamenti inesistenti, case fatiscenti senza servizi, tanto da essere  definite le “Casette da 7 lire”, acqua dei fontanili, una sola scuola elementare… davvero un incubo per tutti coloro che vi furono relegati, e furono migliaia. Era una Italia drammaticamente povera quella dei primi del ‘novecento, assuefatta alle ristrettezze, ma quelle imposte a quei cittadini erano davvero desolanti. Caduto il regime Fascista la Borgata si presentava con un altissima densità abitativa (9,5 persone per nucleo abitativo) nessuna rete fognaria, strade in terra battuta, abitazioni esposte alle frequenti inondazioni dell’Aniene, un tasso di analfabetismo dei residenti pressoché totale. Nel 1953 il neo Parlamento Repubblicano italiano avviò una indagine sulle “miserie italiane” e riguardo alla città di Roma, tra le altre, fu messa sotto attenzione proprio la borgata di Pietralata. Dunque una vera e propria rappresentazione di “Borgata Proletaria” tanto che il  “Verbo” al quale affidarsi o il “Santo” da pregare per i residenti fu per decenni : “Chiesa, Casa del Popolo e calcio con la Polisportiva Albarossa”.

Certo non una rosea prospettiva d’esistenza e, certamente, l’evidenza del fallimentare tentativo di realizzare la “Seconda Roma” attuato dall’antecedente Regime, fece sì che la borgata divenne il prototipo dell’alienazione e dell’emarginazione, struggente esempio dello sradicamento dalle proprie radici, dall’abbrutimento subito per le condizioni nelle quali versavano tanti individui. Questa identificazione della borgata con  un tipo di vita “disagiata” divenne il centro d’interesse per intellettuali e scrittori dallo sguardo attento alla società del dopoguerra,  che qui trovarono le sollecitazioni per  una serie di ambientazioni sia letterarie che cinematografiche “neorealiste”; letterati del livello di Pier Paolo , che dopo il suo primo film “Accattone” (1961) , qui ambientò il suo letterario protagonista di “Una vita violenta”, quel Tommaso Puzzilli giovane dalla vita violenta e animalesca ma dai buoni sentimenti, che ben rappresentò la realtà sociale nella quale i residenti erano costretti, soggetto letterario che fu incarnato cinematograficamente da Franco Citti; altri letterati che si occuparono degli abitanti di Pietralata furono Elsa Morante con il suo libro “La Storia” e  Alberto Moravia con “Racconti romani”. Tutti questi intellettuali contribuirono a porre all’attenzione la grama esistenza delle genti della borgata, ed infine arrivò la Radio Televisione Italiana che la pose al centro dell’attenzione del grande pubblico con il suo sceneggiato  “Diario di un maestro” tratto dal libro di Albino Bernardini “Un anno a Pietralata”.  Sarà stato per questa continua attenzione di importanti intellettuali nel denunciare la condizione di assoluto degrado nella quale versavano i residenti della borgata di Pietralata che arrivarono le case popolari “Ina-Casa”?  Forse, o più probabilmente fu opera dell’azione di “ispirati” politici che compresero la realtà disagiata di gran parte della cittadinanza del territorio attivando l’intervento iniziato negli anni ’70 col sindaco Petroselli per il risanamento della borgata e la pianificazione del territorio.  Come che sia, di fatto vennero realizzati una serie di interventi strutturali che consentirono di mettere in sicurezza il nuovo abitato (le vecchie baracche da “sette lire” furono abbattute) dalle inondazioni dell’Aniene, di asfaltare strade e creare le basi per una crescita culturale con scuole di primo e secondo grado, con istituti che diedero la dovuta dignità ai residenti, non più relegati alla condizione di “Brutti, sporchi e cattivi” che pervadeva l’immaginario sul cittadino romano.   Si passava cioè dalla vita di “borgata” a quella di Quartiere e questo permise di programmare e realizzare fondamentali servizi come l’ospedale Sandro Pertini, il passaggio della Metro, arrivata negli anni ’90  a saldare lo storico periferico territorio di Roma con il centro della città. Una conquista per l’intera cittadinanza romana che poneva fine ad una dura emarginazione durata settant’anni. Dopo la lunga ghettizzazione del Proletario residente di Pietralata posso concludere parafrasando un noto titolo che, “la Classe proletaria infine è andata in Paradiso”.

Iorise Agostinelli