ARDEATINO, TOR MARANCIA -  SETTEMBRE 2014

Delineare i confini del quartiere Ardeatino è superfluo, visto che questo articolo si rivolge ai suoi abitanti ma è interessante, al fine dei fatti narrati, ricordarne le origini. L’insediamento sul territorio, che sino agli anni ’20-’30 era prevalentemente agricolo, avvenne per la costrizione subita da migliaia di persone dell’espulsione dalla città causa i lavori di “risanamento” decisi dall’allora Governo fascista. La vivibilità nell’agglomerato spontaneo che si creò divenne insostenibile in poco tempo a causa della precarietà degli alloggi e la mancanza di servizi igienici, frequenti erano le epidemie che vi esplodevano accompagnate dalle ancora più frequenti liti violente; fu  così che il nuovo Governo Repubblicano, allora guidato da Alcide de Gasperi, decise di risanare il territorio e dargli un assetto urbanistico moderno. Questo primario intervento urbanistico consentì di sanare la spontanea concentrazione abitativa, ma la successiva esagerata edificazione inquinò l’iniziale progetto creando una eccessiva densità abitativa con conseguenze  gravi per la qualità di vita dei cittadini. Queste notizie, non proprio gratificanti, le ho tratte dal sito istituzionale del Comune dove viene evidenziato il progetto, in via di realizzazione, di riqualificazione di molte aeree del quartiere, dal valore di svariati milioni di euro, spero che l’amministrazione concluda in fretta la sua iniziativa. Girovagando nelle ampie strade che fendono il denso agglomerato abitativo costellato da numerose attività commerciali mi sono reso conto, con sorpresa, dell’esistenza all’interno dello stesso quartiere di un territorio che gode di una sua autonomia  geografica ma soprattutto autonomia nell’immaginario dei residenti. Il territorio al quale mi riferisco ha il nome di Tor Marancia ed il riferimento è alla Tenuta di Tor Marancia. 

E’ questa una vasta area verde ricoperta da un misto di sottobosco mediterraneo e di presenze arboree introdotte casualmente; tutto ciò le dona un fascino particolare di cui godono i molti residenti che lasciano le affollate vie del quartiere per cercarvi un poco di relax. Contigua al parco dell’Appia Antica, dai pianori della tenuta si godono degli squarci visivi che mai ti attenderesti, provenendo dagli alti edifici del quartiere. 

Chiedendo informazioni ai residenti sull’origine del nome della tenuta, svariate e fantasiose sono state le risposte, da quelle che si rifacevano alla presenza della “Torre” detta di S. Tommaso, dove il Santo risiedette, alla marrana “Maranaccia” che scorreva in questo luogo e dai quali effluvi riemergevano numerose antiche presenze ultraterrene… Sempre più incuriosito, ho voluto fare delle ricerche sull’origine di questo particolare nome e, tra quelle emerse, quella che preferisco è quella che fa derivare il nome della zona dall’antica presenza di un cittadino che calcò questo territorio. Questa intrigante ipotesi ha innescato in me una “riflessione” che desidero proporvi e, per fare ciò, inizierò dalla narrazione degli eventi passati prendendoli da…molto lontano.

Ci fu un tempo, tanto tanto tempo fa, nel quale questo territorio romano si presentava molto ma molto diverso da quello che oggi conosciamo; anche gli uomini che vi vivevano erano profondamente diversi da quelli che oggi siamo. Un parallelo con lo scorrere della vita di allora con quella quotidiana non è proponibile, troppo diversa la meccanica o la tecnologia di cui oggi godiamo e quindi non vi imbarcherò su immaginarie “macchine del tempo” ma vi condurrò in una riflessione che si poggia proprio sulla condizione originaria del nostro antico dedicatario.

Amaranthus, schiavo di nascita nell’aristocratica famiglia dei Numisi o Numisia ottenne, per i meriti riconosciutegli dal suo Dominus, la condizione di Liberto ed in questa qualità prese la guida e la gestione della tenuta agricola della famiglia Numisia situata proprio su questo territorio.

La vicenda dello schiavo-liberto è databile nel II anno della conduzione dell’Impero da parte di Marcus Aurelius  Antoninus Caesar (tramandato ai posteri come l’imperatore “Caracalla”,  211d.C.) il quale fu il nobile continuatore della politica d’integrazione e di espansione dell’organizzazione romana, concedendo la Cittadinanza a tutti i liberi dell’Impero. Dunque non è un caso che gli eventi riemersi del Liberto si svolsero proprio nel periodo nel quale il vaticinio della Sibilla Tiburtina, dato secoli prima all’eroe Enea (come mirabilmente scrisse Virgilio) divenne realtà. Roma aveva finalmente adempiuto il volere divino prefissatole di “sacro veicolo civilizzatore del Mondo”.

 La Cittadinanza che permetteva di godere dei diritti sociali, al tempo, veniva automaticamente riconosciuta soltanto per nascita ed appartenenza (la schiavitù, fu debellata alla metà dell’ottocento) e non era universalmente donata ma la si poteva conquistare con azioni giudicate degne allo scopo d’apportare un beneficio collettivo; a tale fine, ad esempio, l’imperatore Claudio (due secoli prima) concesse la cittadinanza a quei Liberti che investivano i loro capitali nell’edilizia urbana o che partecipavano alle spese per armare una nave adibita ai trasporti commerciali; era possibile passare così dall’appartenenza alla classe dei proletari o schiavi a quella di proprietari e liberti (lex Julia Norbana).

Avveratesi le antiche profezie, il nostro novello e consapevole cittadino romano Amaranthus, ottenuto il prenomen della sua famiglia adottiva, continuò laboriosamente ad occuparsi della proprietà agricola della quale aveva assunto i diritti.

Era questa una rilevante struttura agricola produttiva immersa in terreni coltivati, ma possedeva l’architettura della vera Domus suburbana, composta da una abitazione principale dotata di locali di rappresentanza, camere padronali con acqua canalizzata per i servizi privati, giardino, peristilio e terme private alle quali affluivano acque fredde, tiepide e calde dove immergersi per ritemprarsi.

Amaranthus, dunque, rappresenta per noi una felice e significativa storia umana dell’illustre passato di questo territorio

Le notizie in merito ci provengono dalle ricerche operate dall’ottocentesco archeologo Luigi Biondi che nei suoi scavi ritrovò delle epigrafi con la descrizione del “Praedium Amaranthianum” cioè del fondo di proprietà di Amaranthus . Incaricato dall’allora proprietaria dei terreni, la nobile duchessa Marianna di Chablais  (era figlia del Re di Sardegna Vittorio Amadeo) di ispezionare il territorio, il volonteroso archeologo Biondi riuscì, dalle sue ricerche, a trarne molte soddisfazioni.   

 È certo, dagli scavi realizzati, che la residenza ereditata da Amaranthus era ricca di ornamenti pregiati, molti dei quali furono recuperati dal Biondi, come un favoloso pavimento in mosaico (simile al “Cave Canem” di Pompei reso famoso in tutto il Mondo) e statuaria varia; questi reperti andarono a “nobilitare” le residenze aristocratiche romane dell’epoca ed in particolare quella della savoiarda Duchessa di Chablais.  Gli eccellenti ritrovamenti consentirono all’archeologo di ottenere il titolo nobiliare di Marchese, ed alla Duchessa di fregiarsi nella sua dimora di ulteriori opere originali romane.  

Erano tempi “maturi” quelli vissuti dal Biondi, le ricerche archeologiche si susseguivano da secoli ed ora, sulla spinta del  movimento “Romantico” europeo, si erano accentuate, ed i rampolli della nobiltà approfondivano le loro conoscenze classiche interpretando l’originario “Gran Tour” alla ricerca dell’Antichità, come un pellegrinaggio nelle nobili dimore italiane dove esse erano stipate. 

Questa secolare ricerca dell’Antichità scaturì dallo studio dei testi Antichi influenzando molte intellettuali menti, generando in esse la stessa riflessione che mi è stata sollecitata nello scrivere queste righe e cioè: “la equiparazione delle due epoche storiche, la Antica e la Contemporanea”.  

Dedico dunque queste righe a tutti noi “liberi” di oggi, nella riflessione del numero di secoli occorsi per il raggiungimento degli Universali diritti incarnati da Amaranthus, a tutti noi non più relegati per nascita in rigide caste od obbligati per censo a vestire determinati abiti né ad asseverarsi a dei Dominus al fine di conquistare la propria Libertà.

Il liberto Amaranthus sarebbe certamente orgoglioso di sapere che le rivendicazioni sociali elaborate già ai suoi tempi riuscirono, infine, a tranciare l’antico ossequio dovuto alla classe dominante lanciando l’individuo in una dimensione di felice e consapevole affermazione individuale della quale oggi godiamo. Questa mi sembra la riflessione da prendere in seria considerazione da tutti noi liberi attuali, e questa ho inteso proporvi.

 

Iorise Agostinelli autore del libro Basso, Alto o Medio…cre? acquistabile su lafeltrinelli.it 

 

 Scusate, come dite?...si tratta di una visionaria ed edulcorata rappresentazione dell’attuale realtà la mia?... forse…forse vi è qualche ragione nel dubitarne.  


ARDEATINO (EST) - MAGGIO 2013

Se la vita è un sogno, come ci dice Calderòn de la Barća, forse è su questi antichi spazi verdi,

anticamente chiamati Horti Praefecti, che è possibile materializzarlo.

E’ su questi spazi, una volta adibiti ad attività pastorali, che si è sviluppato il nuovo XX quartiere

romano, che tra l’altro ospita la Via che omaggia il famosa drammaturgo spagnolo, con le sue

signorili abitazioni realizzate per una classe “media” benestante oggi, purtroppo, in declino.

Camminando tra queste recenti strade, piazze ed edifici spostandoci nella vasta area appartenente al territorio, si percepisce il sottostante disegno di volere creare un agglomerato urbano accogliente e

gratificante; infatti, si resta da subito sorpresi dal continuo alternarsi dell’alta elegante

concentrazione abitativa e degli antichi spazi verdi i quali, sino al secolo precedente, rappresentavano la continuità della campagna romana.

Questa è oggi scomparsa e l’antica vocazione agricola del territorio è ormai possibile rintracciarla soltanto nei dipinti degli artisti “foresti”‘seicenteschi che ci hanno lasciato, con la loro “Pittura di Paesaggio” quelle vedute che tanto furono, ed ancora lo sono, amate per la loro capacità di trasmettere oniriche visioni paesaggistiche ed il mito in esse contenuto. Gli squarci di campagna romana in questi dipinti riprodotti con le immagini degli ampi spazi verdi, dei rigogliosi corsi d’acqua e delle colline punteggiate di torri Medievali, appartengono ad un ideale passato del quale è impossibile ritrovarne traccia oggi, mentre la presenza delle passate strutture come gli antichi casali, se si possiede un “occhio attento”, si può scorgere inglobata in recenti ed esclusive soluzioni abitative.

Queste vedute sono emotivamente evocative, ma non si deve cadere in quella, un poco retorica, dietrologia dove viene affermato che il passato è sempre migliore dell’attualità, dove ogni cosa è stata deturpata e che un “tempo” si viveva in un ambiente incontaminato ed in spazi idilliaci. Questa visione non rappresenta la realtà. Nel XVII secolo con l’affermazione della Pittura di Paesaggio, come sopra accennato, ci viene fornita la prova che gli artisti ricorrevano a delle illusorie ricostruzioni di un ideale paesaggio espressione di elaborazioni di fantasia. Questi dipinti presentano vedute dove lo sguardo può perdersi nei dolci declivi di verdi valli o tumultuose cascate d’acqua che s’insinuano nella rigogliosa vegetazione sino giù in fondo, sino a miniaturizzarla…; in verità, questi paesaggi furono realizzati come dei veri “collage” di fantasiose vedute al fine di stimolare quel sentimento romantico e nostalgico di chi osservava per indurlo all’acquisto del dipinto. Il fascino di queste immagini era per lo più artificioso, un’invenzione artistica che agiva sull’intima e mai sopita ricerca individuale del “Paradiso perduto” di quella idilliaca “Età dell’oro”

dove l’uomo viveva felice, libero ed in armonia con tutto il resto del creato senza l’assillo di dovere,

con il duro lavoro, provvedere alla propria sussistenza.

Di quella lontana Era non ci è pervenuta alcuna traccia se non il mito contenuto in quelle artificiali

vedute pittoriche dagli artisti create, come detto, al fine d’eccitare il latente sentimento nostalgico

presente in ognuno di noi.

La nostra fantasia è naturalmente predisposta ad elaborare la convinzione che il tempo trascorso è sempre migliore del presente in quanto si tende a ricordare ciò che più ci rallegra, il primo amore, la giovinezza, gli studi o infine, l’avventura della vita adulta con i suoi traguardi da perseguire e, come se l’inclinazione nostalgica alla quale siamo naturalmente soggetti per la sola costrizione dell’accettazione del trascorrere del tempo non bastasse, veniamo in aggiunta condizionati sin dall’infanzia da un modello di pensiero “nostalgico” al quale non è possibile sottrarsi: dai nonni con la loro disarmante cantilena del tipo: “eh… ai miei tempi...” ai genitori con l’emblematico “quando io avevo la tua età..”, dalle popolari canzonette, che ci raggiungono e del quale malinconico contenuto inconsapevolmente ci impregniamo: “c’era na’ vorta tutto quel che c’era...” oppure “...sò ricordi del tempo bello che nu’ c’è più..”o ancora “...fiore de lillà che me riporti verso er primo amore..” e così via. E’ questa una contaminazione che subiamo e che ci trasciniamo dietro senza rendercene conto per l’intero arco della nostra vita e che ci condiziona il presente impedendoci di assaporarne, sino in fondo, le emozioni che essa ci dona. Non mancano nemmeno le immagini di ciò che ci circonda a sollecitarci la vena nostalgica, il cadente rudere dal grattacielo sormontato, lo stagno prosciugato, il vecchio ciliegio nel cemento cittadino isolato... uscire da questa latente malinconia non è semplice ma se ci si concentra sul presente, sui golosi frutti che questo indubbiamente ci offre, se ci si concentra sulle dolci gocce di miele che abbiamo a portata di mano, se dimentichiamo le amarezze che ineluttabilmente dobbiamo affrontare, allora si riesce ad assaporare il soave gusto dell’esistenza, l’appagante diletto di vivere appieno il proprio tempo, la propria realtà.

Si prende coscienza che viviamo in confortanti soluzioni abitative, che ci muoviamo in tecnologici mezzi propulsivi, che dialoghiamo, in tempo reale, con familiari in altri continenti residenti… cose soltanto immaginate sino all’altro secolo... possiamo godere dei molteplici servizi a nostra disposizione forniti da tappezzieri, idraulici, stilisti, veterinari, fornai…curare la nostra persona con

professionali figure come ottici, nutrizionisti, fisioterapisti, parrucchieri… o divertirci nel praticare

differenti discipline sportive presenti sul territorio come nel centro TT Vianello in via dell’Accademia Peloritana ad esempio, che con il suo organizzato impianto arricchisce il quartiere. La riflessione su questa infinita varietà di possibilità delle quali possiamo usufruire mi fa sentire ben radicato nel presente, consapevole di vivere un’età che non è certamente quella dell’Oro ma che sicuramente, ci offre molto. Vivere la consequenzialità di attimi che rappresentano la nostra piccola, semplice vita, nella quale cercare di condensare la riflessione operata dal drammaturgo Calderon de la Barća nella sua opera la “Vida es Sueño” forse, è in questo che siamo inconsapevolmente immersi.

 

 

Iorise Agostinelli autore del libro RomAmor acquistabile su www.feltrinelli.it