MONTAGNOLA/TINTORETTO-LUGLIO 2017

La nostra iniziativa di comunicazione culturale contenuta nei "I Numeri Uno" ritorna ad occuparsi del territorio del Sud di Roma ponendo l'attenzione a quella zona individuata come la Montagnola delimitata dalle due grandi arterie di comunicazione, la via Laurentina e la via Cristoforo Colombo, appartenente all'VIII Municipio di Roma Capitale ed inclusa nel XX quartiere, quello dell’Ardeatino.

La sua urbanizzazione è recente, risale ai primi anni ’60 del secolo scorso ma, antecedentemente, sul territorio allora chiamato "Borgata Laurentina", vi si insediarono spontaneamente gli sfollati del terremoto della Marsica (Abruzzo), avvenuto nel 1915. Il territorio, ovviamente, ha radicamenti profondi nella romanità e fu sempre vissuto; lo testimoniano i molteplici resti visibili dell'antichità romana (per lo più insite nella parte dell’attuale Tenuta di Tor Marancia), che si riflettono nei nomi delle vie che lo caratterizzano, ad esempio la via di Grotta Perfetta contiene il ricordo dei romani "Horti Praefecti" come la stessa via Ardeatina, una tra le prime strade consolari che aprì, è il caso di dirlo, la via della conquista romana del litorale iniziata nel IV secolo a.C. e che da lì a breve si estese sino alle coste africane in una ininterrotta linea costiera. Non tutto il ricordo della zona, però, è imperniato su quella che fu l’epopea Repubblicano-Imperiale, le più recenti amministrazioni capitoline hanno inteso rendere una continuità storica al territorio con la sua odonomastica dedicando importanti vie a diversi personaggi, tra le quali, mi colpisce una che porta un nome rappresentativo di un’epoca della quale tutti gli italiani (caso straordinario, come cantava Giorgio Gaber) sono orgogliosi, quella Umanistica - Rinascimentale.

     (Giovanni) Pico della Mirandola, al quale è stato dedicato un ampio e vissuto viale, fu Umanista e Filosofo, nato a Firenze nel 1463, del quale è rimasta proverbiale la prodigiosa memoria, tanto che si dice conoscesse a memoria numerose opere su cui fondava la sua vasta cultura enciclopedica, e che sapesse recitare qualunque poema appena letto al contrario, partendo dall'ultimo verso, compresa l’intera Divina Commedia, ma oltre che per questo è ricordato  perché considerato tra quegli eccellenti letterati che si spesero nell’approfondire lo studio degli antichi testi della Classicità tradotti per la prima volta in Latino.

 

Grazie alle traduzioni greche dei testi antichi che erano state conservate a Costantinopoli ed introdotte nel circolo culturale di Firenze da un'altra immensa mente del tempo, quella del greco Giorgio Gemisto Pletone il quale, giunto nella città toscana a seguito della spedizione greca dell’imperatore Giovanni VIII Paleologo, partecipò al Concilio di Firenze del 1439 indetto al fine di riunire la Chiesa Latina con quella Orientale. Gli intellettuali italiani (in modo particolare i fiorentini) poterono così studiare gli antichi testi di filosofi del passato greco-romano sconosciuti, approfondirne il loro contenuto, carpirne l’insegnamento. Pico della Mirandola fu tra coloro che elaborarono approfondite riflessioni sul pensiero filosofico e la struttura sociale del passato e, al fine di conciliare le due dominanti ed antagoniste visioni del tempo, quella Platonica e quella Aristotelica, che incendiavano gli animi di filosofi, teologi ed artisti dell'epoca, si aprì alle  diverse Scienze e non ebbe remore a seguire le elucubrazioni di suoi contemporanei come quelle elaborate da Marsilio Ficino (intellettuale alle dipendenze di Cosimo de’ Medici che tradusse i testi Greci in Latino e fu precettore del giovane Michelangelo Buonarroti) e, contemporaneamente, approfondire gli insegnamenti del passato Preclassico come l’Ermetismo di Ermete Trismegisto e le elaborazioni semiotico-matematiche della Cabala ebraica.  Il “Corpus Hermeticum” di Trismegisto, composto da una serie di scritti ermetici (cioè accessibili soltanto ad iniziati) riuniva, fondendole, un complesso corpus di dottrine mistico-religiose elaborate nelle differenti culture dando vita ad un Unicum dottrinario con il quale porre in comunicazione  l’uomo alla Divinità così sfuggente all’intelletto umano, un’azione di sincretismo culturale-religioso che si perse col trascorrere del tempo. Pico della Mirandola comprese che nello scritto di Trismegisto vi era contenuta la denuncia della degenerazione avvenuta nell’antico impianto religioso, con i suoi rappresentanti (Sacerdoti) che dilapidarono il significato spirituale della stessa innescando nelle genti un avvilimento che si tradusse in una “attesa messianica” di totale rigeneramento del Mondo e di terrore per l’imminente avvento della “Apocalisse”.  In questo nucleo di antichissima elaborazione filosofica il Pico intravide le stesse drammatiche condizioni in cui versava la contemporanea società europea dilaniata dalla persecuzione religiosa e rappresentata da una Roma Cristiana sprofondata da secoli nella corruzione e nel degrado morale. Cercò così, seguendo gli insegnamenti di Gemisto Pletone, di insegnare alla società del tempo un percorso religioso sincretico ed universalistico forzatamente e colpevolmente abbandonato. Scrisse molto sull’argomento contribuendo ad elevare quella cultura Umanistica orientata alla conoscenza e alla ricerca delle fondamenta del passato e che approderà nel breve, ma grande fermento intellettuale ed artistico (le due elaborazioni erano fuse) che oggi chiamiamo Rinascimento. Il suo fu un “ecumenismo filosofico” che lo portò ad accogliere  grandi pensatori del passato che erano considerati inconciliabili tra loro ed a conciliare i diversi sviluppi religiosi come lo Gnosticismo, Ebraismo, Islamismo ed Ermetismo, ad unire le Scienze sperimentali come l’astronomia e l’alchimia con quelle prosaiche come la magia in una visione ontologica, la sua, che stava ad indicare come ogni elaborazione dell’intelletto umano era degna d’attenzione e che ognuna aveva in sé il tentativo di comprendere la volontà di una sfuggente Divinità.           

 

Organizzò, a tale fine, incontri, simposi e persino un congresso in Roma, che al tempo ospitava molti umanisti alla corte papale, impostato sul tema della “Pace filosofica”, iniziativa che fu accolta con scarso interesse dagli intellettuali e non scaturì risultati. Pico, di questa inerzia intellettuale prese amaramente coscienza e si rese conto che il suo disegno universale-ecumenico era spiritualmente inattuabile per l’organizzazione sociale del tempo, immersa in dilanianti confronti e così, mosso dall’incontenibile desiderio di generare un rinnovamento morale nelle genti e nelle istituzioni, appoggiò l’azione settaria in atto a Firenze da parte del monaco Savonarola. Fu un fracasso. Il ripiegamento che lo portò ad abbandonare l’universalità ed il sincretismo della sua originaria elaborazione filosofica, dando sostegno ad una azione fanatica ed identitaria, caratterizzò negativamente gli ultimi anni di vita di Pico. Una personalità del passato che ci ricorda l’impegno nel perseguire la conoscenza, l’applicazione personale ma anche il fallimento di aver creduto possibile perseguire la strada dell’imposizione identitaria ed esclusivista dell’organizzazione umana, seppur con fini probi ma, proprio come lo stesso Pico disse, “all’individuo fu donata la libertà di poter scegliere quali semi coltivare” nessuno può imporne uno esclusivista. Soltanto il sincretismo culturale e religioso può far avvicinare l’Umanità alla comprensione di una Divinità, come insegnavano i Dotti del passato. Sono convinto che passeggiare per questo viale Pico Della Mirandola per molti residenti da oggi, sarà diverso, essi avranno l’orgoglio di vivere in un’epoca ch’è riuscita a gettare un ponte tra il “Mondo del Sacro e quello del Profano” cosa che non riuscì a Pico.

 

Iorise Agostinelli


ARDEATINO MONTAGNOLA TINTORETTO LUGLIO 2014

Il territorio del quartiere Ardeatino è fortemente caratterizzato dalla presenza di importanti testimonianze dell’antichità, ed in modo particolare per la presenza di catacombe proto-cristiane; queste rappresentarono, e rappresentano, le indelebili tracce della nascita e lo sviluppo di quelle che sono rivendicate come le “radici culturali” della nostra attuale società. Ho già dedicato diversi articoli a questa caratteristica del territorio dell’Ardeatino, ed anche in questo caso non posso non menzionare la presenza dell’Abbazia della Tre Fontane che per secoli è stata un punto di riferimento per le processioni dei pellegrini e per gli innumerevoli fedeli che si recavano sulle orme dei Santi al fine di ricalcarne devotamente le impronte. L’Abbazia è ubicata in una depressione naturale del terreno tra via del Tintoretto e la via Laurentina, e giungendo a piedi, appare come una sfavillante ristoratrice verde oasi incorniciata da una affastellata catena di torri di cemento. La perifrasi da me realizzata è strumentale al fine d’introdurre le origini del nome dell’Abbazia, datole dal famoso ricercatore-archeologo agostiniano Onofrio (Giacomo) Panvinio nel 1541, il quale riporta nei suoi scritti che l’Abbazia delle Tre Fontane deve il suo nome alla presenza delle tre edicole-fontane realizzate sulle tre fonti d’acqua “miracolose” presenti sul luogo.

 Le radici della presenza delle edicole di culto si fanno risalire al tempo della riconquista del territorio da parte di Roma, operata dal generale Narsete per volere dell’imperatore romano-cristiano Giustiniano nella sua campagna militare contro i Goti che governavano il territorio detta “guerra goto-bizantina”, nella metà del VI secolo

Il generale, conquistata la città, rimase colpito dalla tradizione che voleva avvenuto sul luogo denominato Aquae Salvie, dove sgorgavano tre fonti d’acqua, il martirio del Padre della Chiesa S. Paolo. Il racconto agiografico voleva che queste fossero scaturite miracolosamente dai punti dove il rotolante capo mozzato del Santo toccò terra e, a memoria della vicenda,  furono costruite le prime edicole. Questa versione leggendaria ci è confermata da una epigrafe del tempo di papa Gregorio Magno, dove è riportata la tradizione cristiana di ritenere che il martirio di Paolo avvenne proprio sul luogo di Aquae Salvie. Altri reperti epigrafici testimoniano che il papa Sergio I nel VII secolo restaurò una edicola presente sul luogo dedicata al martirio di S. Paolo. 

 In seguito ai nuovi sconvolgimenti avvenuti sul territorio italico con l’invasione longobarda, anche il luogo di Aqua Salvie andò in rovina in quanto, essendo fuori dalla cinta muraria della città, si esponeva a facili attacchi e così la tradizione del luogo del martirio di S. Paolo fu ripresa nella Basilica di S. Paolo fuori le mura dove l’agiografia narra sia deposto il suo corpo; comunque sia, il luogo di Aquae Salvie non fu mai dimenticato, al contrario, decaduta l’originaria presenza dei monaci Armeni, vi fu un susseguirsi di comunità monastiche. Seguendo le vicende trascorse si perviene alla lettura di una lunga pagina della storia della Chiesa romana, in questo complesso abbaziale formato dalla presenza delle tre chiese dei S.S. Vincenzo ed Anastasio, di S. Maria in Scala Coeli e di quella del Martirio di S. Paolo, troviamo la presenza di eminenti figure della storia e della Chiesa Medievale come Carlo Magno, che dotò l’Abbazia del suo ingresso fortificato concedendogli anche autonomia finanziaria con dei feudi in Toscana, considerando poi la conduzione da parte della potente congregazione Cluniacense, sostituita poi da Bernardo di Chiaravalle fondatore dei Cistercensi e dedicatario della Chiesa di S. Maria Scala Coeli, per arrivare al papa Eugenio III  che fu egli stesso abate del monastero. Risulterà interessante venire a conoscenza che, malgrado il rinomato sentimento religioso dei romani che contraddistingueva questo XIII secolo, gli scontri con l’istituzione della Chiesa erano profondi e violenti e, protagonista di uno di questi scontri fu, suo malgrado, Eugenio III.

 A questi, come fu eletto Papa, fu impedito di prendere possesso della Basilica Vaticana dal popolo romano che si era schierato con gli infuocati sermoni di Arnaldo da Brescia il quale, avendo proclamato la nascita del Comune di Roma ed istaurata la Repubblica, rifiutò il potere temporale vantato dal Papa e lo costrinse alla fuga. Eugenio fu costretto all’esilio e si rifugiò a Viterbo.

Il pontificato di Eugenio III  fu caratterizzato da un continuo rientro ed esilio dalla città di Roma con fughe persino rocambolesche a causa  dell’ondivaga azione di Arnaldo da Brescia il quale passò da una posizione d’infuocato rivoluzionario a mite ed ossequioso fedele, sino a quando, dopo aver tentato una ennesima ed improbabile contorta alleanza con l’imperatore Corrado III,  fu abbandonato dal Popolo che riconobbe il Papa alla guida della città ed il novello Comune e Senato romano si dichiararono ossequiosi vassalli della Chiesa.

 Una pagina straordinaria che testimonia il protagonismo dei conduttori dell’Abbazia delle Tre Fontane nella struttura religiosa e sociale del tempo, ma che non si ferma a quel XIII secolo, anzi, molteplici eminenti figure si occuparono dell’Abbazia restaurandola e consolidandone la predominante gestione del territorio ponendola alla guida di monasteri lontani giungendo persino a Montalto di Castro, a Nemi, finanche all’isola di Ponza.

Alla fine del XVI secolo il cardinale Pietro Aldobrandini incaricò l’architetto Giacomo della Porta di effettuare il restauro della chiesa del Martirio di S. Paolo e, nell’occasione, fu abbattuto l’antico impianto ed inserito nella pavimentazione il mosaico detto delle “Quattro stagioni” prelevato dall’originario Mitreo imperiale di Ostia.

 Questa protagonista continuità secolare dell’Abbazia fu interrotta soltanto con l’avvento dei Giacobini a Roma (1797) i quali trasferirono a Parigi, in seguito al Trattato di Tolentino, alcuni famosi dipinti che decoravano gli altari (poi recuperati) e soprattutto vi fu una depredazione con l’avvento di Napoleone che, con l’annessione dell’Italia all’Impero francese e la deposizione del Papa, abbatté il potere temporale della Chiesa svuotando le chiese ed i monasteri delle loro ricchezze (in seguito restituite).  

L’ottocento fu il “secolo francese”, è largamente risaputo; ma dopo il veloce passaggio della meteora Napoleone, ancora un francese, il conte Maumigny fu protagonista nel contribuire a restaurare l’Abbazia delle Tre Fontane con un ricco lascito. Il potere della Chiesa riprese il suo posto e l’Abbazia delle Tre Fontane si arricchì di due nuovi altorilievi dedicati ai due Padri S. Pietro e S. Paolo donati dal papa Pio IX in memoria della sconfitta dell’esercito francese e del ritorno del Clero a Roma. Oggi nel complesso abbaziale esiste una foresteria dove, su richiesta, è possibile trascorrere un ritiro spirituale a contatto con i ritmi dettati dalla rigida regola monastica, chi lo necessita è informato: “l’oasi è disponibile”.

 

Iorise Agostinelli  autore del libro Basso, Alto o Medio…cre?   acquistabile su lafeltrinelli.it


ARDEATINO OVEST - APRILE 2013

È qui, in questo moderno e affollato quartiere romano che  possiamo trovare, incredibile a dirsi, quella continuità della vita umana divisa in date ed eventi che viene ostinatamente definita, dagli studiosi, Storia. Qui, su questo territorio, si intersecano e si accavallano fatti,  personaggi e presenze che ci permettono di ripercorrere buona parte degli eventi e dell’evoluzione ideale nonché materiale della nostra società. Spostandoci da un breve tratto all’altro, si possono incontrare talmente numerose e diverse presenze che, come un lungo filo conduttore, ci testimoniano quanta vita si sia qui  aggrovigliata e districata, ingarbugliata di nuovo per, infine, imbrogliarsi definitivamente. Malgrado il territorio appaia al primo sguardo un moderno susseguirsi di abitazioni e strade, è sufficiente dissotterrare negli ampi spazi verdi rimasti per verificare come il territorio sia geometricamente intarsiato dai solidi squadrati basolati delle antiche strade di comunicazione intervallate dalle ciclopiche mura di scomparse ville romane, di Apogei e Catacombe; questo affastellamento di presenze materiali, con il lento trascorrere del tempo, si è arricchito di chiese, torri Medievali, fortilizi protettivi per cedere poi alle vie ad alto scorrimento, ai palazzi ad alta concentrazione abitativa, alle attività commerciali, imprenditoriali, rappresentative espressioni della nostra attuale condizione sociale, ingarbugliando eventi e personaggi, sotterrando pietre, pavimenti e colonne di un antico o recente passato. Forse siamo un popolo di breve memoria e sarà per questa ragione che non abbiamo remore nel celarla aggiornandola costantemente. Allora vale la pena ricordare che questo territorio fu calcato da impronte rilevanti come quelle di Carlo Magno o del papa Onorio III  la quale presenza fu sancita da epigrafi a memoria delle azioni compiute come ho incontrato qui in questa chiesetta dell’ “Annunziatella” del XIII secolo e, vista l’attualità, dove l’argomento più discusso dai Mass Media mondiali è parlare degli eventi che caratterizzano la Chiesa cattolica, anch’io mi accodo diligentemente al tema riportando alcune curiosità, o persino “stranezze”, che si compivano ai tempi del nostro Onorio III quando la Curia dettava i ritmi di vita dei romani. 

Questo Papa esercitò il “mandato divino” di guida del Cattolicesimo dal 1216 al 1227; era romano e fu il fiero continuatore della politica della Chiesa del tempo, la quale rivendicava la sua supremazia sull’espressione dell’istituto civile dell’Imperatore.

Onorio esercitò una forte influenza su Re ed Imperatori dell’epoca che annotavano personalità della levatura di Federico II di Svevia; fu promotore della V Crociata; riconobbe la Regola francescana nel 1223 e, nel caos del tempo derivante dalle secolari “Eresie” e dalle rivendicazioni delle nascenti Nazioni, non pensò di rinunciare al suo mandato anzi, la sua azione fu una continua divinizzazione della propria immagine alla quale tutti i potenti della Terra dovevano assoggettarsi. Irrigidì gli obblighi dei fedeli nella partecipazione alle cerimonie, aggiunse molti giorni d’attenzione al cibo da consumare e introdusse un precoce obbligo della confessione. Insomma la vita del fedele romano non era molto semplice, scandita com’era da tutti quegli obblighi comportamentali, ma non tutto era così oscurantista come se ne ricava dalla prima impressione. Gli abitanti di Roma ancora vivevano l’eco dei grandi festeggiamenti del passato ed il mito del romano gaudente, goliardico e tracotante permeava dai loro comportamenti. Fu così che non si dimenticò di dare al “popolo” i suoi agognati divertimenti; uno di questi, molto celebrato, era la festa della “Cornomania” o “follia delle corna”. Era questa una grande festa alla quale partecipavano tutte le diaconie di Roma che organizzavano processioni con a seguito tutti i fedeli.

Ognuna di esse era guidata dal proprio arciprete vestito con il manto liturgico, affiancato dal sacrestano che, invece, indossava un abito bianco corto, a parodia di quella del vescovo e, sulla testa, aveva due grandi corna coronate da ghirlande di fiori anziché la mitra. Giunta la processione, al canto delle laudi, dinanzi alla chiesa della diocesi venivano deposte dai fedeli, in circolo, delle grandi corone di fiori. Tra queste corone di fiori, circondato dai fedeli, il sacrestano ballava e si lasciava andare ad atteggiamenti di ludibrio e irriverenze. Quando l’atmosfera era sufficientemente “calda” veniva portato un asino sul quale veniva issato il sacrestano, facendolo montare alla rovescia; questo tra le burla generali doveva riuscire a raccogliere delle monete che erano state poste a terra in un piccolo barile, distendendosi sul “culo” dell’animale che, infastidito, muoveva frequentemente la propria coda importunando così il sacrestano che tentava di tutto per riuscire a raccogliere le monete. Se il sacrestano riusciva a raccogliere i denari senza cadere, li tratteneva per sé e veniva festeggiato dai fedeli. Questa era una delle manifestazioni burlesche che avvenivano nella città in tempi dettati dalla ferrea osservanza religiosa, fu quello che è stato definito il “tentativo di restaurazione della cultura del riso nella cultura Cattolica”. Divertente, vero? 

Chissà come dovevano sollazzarsi i fedeli dell’epoca in queste occasioni, oppressi com’erano dalle tante “eresie” che si manifestavano in tutto il territorio Cristiano ma sentite cosa era istituzionalmente ammesso a quei tempi, ai fedeli romani, alla morte del Papa. Quando si vociferava che il Papa stava male ed era vicino a congiungersi col Divino, i fedeli iniziavano a frequentare i palazzi di proprietà del Papa e la sua residenza al Laterano al fine di piantonare le proprietà sulle quali si sperava di porre le mani, giacché, alla morte del Principe della Chiesa, veniva concesso ai fedeli di appropriarsi di tutto ciò che potevano arraffare dalla sua residenza e dal suo stesso corpo. Nei palazzi residenziali raramente trovavano qualcosa, perché  si provvedeva a fare “attenta pulizia” anticipatamente; solitamente i fedeli si gettavano sul corpo del Papa ricoperto dai suoi paramenti. La cronaca del tempo ci narra che il papa Innocenzo III, antecedente ad Onorio, fu totalmente denudato anche quando il suo corpo era già in uno stato di putrefazione; ad Onorio III andò meglio, fu soltanto denudato prima di essere seppellito. È proprio il caso d’osservare che erano dei veri “mattacchioni” quei romani là.

 

Iorise Agostinelli autore del libro RomAmor edito Feltrinelli   www.feltrinelli.it