TOR DI QUINTO - MARZO 2016

Qui si narra l’avventuroso viaggio archeologico alla ricerca delle radici del nome dato al Quartiere ed al Suburbio di Tor di Quinto. Dal nome si comprende immediatamente che il riferimento alla “Torre” è fondamentale,  ma di torri a Roma, nella sua lunghissima esistenza, ne sono state innalzate una infinità, in modo particolare nel Medioevo, come ci viene testimoniato da eccellenti cronisti del tempo; ad esempio il sommo Petrarca al suo arrivo nella città eterna si stupì nel vedere l’orizzonte romano punteggiato da una “infinità” di torri e, estasiato, ci tramandò una descrizione della città che oggi potrebbe ben identificare quella di New York. Dunque, andare alla ricerca dell’origine del nome del quartiere rifacendosi all’indizio della “Torre” m’appare da subito un’impresa “impossible” alla stregua delle avventurose imprese che caratterizzarono gli archeologi ottocenteschi i quali, malgrado fossero dal mondo intellettuale del tempo derisi e tacciati d’inseguire fantasie, seguirono le sole tracce lasciate da antichissimi commentatori e poeti, riuscendo a far riemergere dall’oblìo civiltà scomparse  e ridonare materialità a Genti e personaggi Omerici ritenuti dai cattedratici soltanto delle invenzioni. I luoghi di Roma che vennero contraddistinti per la presenza di una torre sono numerosissimi ed hanno tutti dei ben definiti riferimenti storico-artistici e, forse, anche la “torre” che contraddistingue il nome del quartiere nasconde una storia particolare che è necessario raccontare e se si tratta di imbarcarsi in una impresa, bene, io sono il ricercatore delle sfide così, alacremente mi metto al lavoro.  Scopro abbastanza in fretta che si ha memoria di una torre su questo territorio che venne innalzata al tempo del papa Adriano I (772-795) con lo scopo di controllare e difendere la riva destra del Tevere e dominare l’importante via Flaminia in quanto qui fu edificata la Domus Culta di San Leucio.  Si trattava di una importante struttura amministrata da clerici che godeva di autonoma amministrazione e svolgeva la fondamentale funzione di grande azienda agricola capace di fornire diversi prodotti alimentari al Clero romano. La torre venne innalzata allo scopo di avvistamento, ed era in contatto semaforico (a mezzo luminarie appositamente organizzate) con la Torre di ponte Milvio, permettendo un pronto intervento delle milizie in caso di aggressioni.  Per l’importanza che la Domus rivestiva sul territorio fu naturale prenderla come riferimento e così, per descrivere la zona al di là del Ponte Milvio, la popolazione residente faceva riferimento alla Torre.

Questa la possibile spiegazione del riferimento alla torre nel nome del quartiere ricavato dalle pagine Web. Hummm…va bene rifletto è verosimile, ma la ricostruzione del nome che il quartiere porta non m’appare completa…e “Quinto?”…a cosa si riferiva? Occorre aggiungere delle altre coordinate per intendere l’origine di “quinto” ...chi era Quinto?  Vista la consuetudine di porre ai propri figli il nome in base alla loro graduatoria  di nascita si potrebbe pensare che Quinto fosse il “quinto” figlio del fattore che dirigeva la struttura di S. Leucio divenuto, che so, un Santo o che fosse stato protagonista di una straordinaria vicenda da tramandare ai posteri ma, non avendo trovato alcuna notizia di “Santi” sul territorio, la cosa più verosimile da desumere è che il “Quinto” fosse riferito ad una distanza. Certo! Ma a quale? …la curiosità inizia ad ardere in me come ardeva all’esimio archeologo tedesco Heinrich Schliemann quando, dopo decenni di attento studio sugli originali canti Omerici posò il piede sull’antica terra dove scovò la mitica città di Troia. Dalle approfondite ricerche da me realizzate su specifici lavori di seri ricercatori, emerge che “Quinto” faceva proprio riferimento alla distanza che vi era tra la “Torre” sul territorio e una porta, la Porta Ratumena. Porta Ratumena? Di cosa si tratta?...ormai sono eccitato come sicuramente lo fu Giovanni Battista Belzoni quando si incuneò nella piramide del faraone Ay posta nella Valle dei Re. La nebbia fitta che avvolge il passato e che sembrava dissolversi, improvvisamente si infittisce di nuovo. Dove si trovava questa porta?... sono certo di non avere mai incontrato sue indicazioni in città e poi, perché era importante? Continuo la ricerca e scorro le varie pagine sia cartacee che Web sfogliandole con la palpitazione del “tombarolo” e, come tale, mi incuneo in una pista che “sento” promettere avvincenti scoperte. Da specifici articoli archeologici che trattano del territorio, ricavo che si tratterebbe di una antichissima Porta che era posta proprio al di sotto del Campidoglio la quale (come ogni porta) consentiva il passaggio attraverso le originarie mura capitoline realizzate ancora prima dell’invasione dei Galli del 390 a.C.. 

Avete compreso dalla data riportata, che si fa riferimento alla notte dei tempi della città di Roma e disvelare quegli antichi legami mi elettrizza come un… “imprevisto incontro passionale” come usava dire lo studioso Winckelmann mentre catalogava febbrilmente, in Villa Albani, i reperti provenienti dagli scavi di Pompei. Dunque, la Porta, questa segnava proprio l’inizio della via Flaminia (la via attraversa il territorio di Tor di Quinto), era antichissima e godeva di una sacrale considerazione dalle Genti romane  in quanto apriva il passo all’Arx Capitolina, l’antichissimo luogo  dove avvenne la fondazione di Roma e dove fu posta la sacra “Ara Capitolina”. Qui si elevavano i templi di Giove Feretrio e quello di Giunone Moneta ( in latino “Moneta” ha il significato di “Ammonitrice”). Le antiche cerimonie ed i rituali trionfali passavano attraverso la Porta Ratumena (o Fontinalis) per giungere al tempio di Giove Feretrio, fondamentale riferimento per le azioni militari. Per scoprire dove questa fantomatica Porta si trovava debbo recarmi sino nel cuore dell’antica Roma proprio là, dove da un poco più di un secolo si erge, sugli antichi resti, il mastodontico monumento del Vittoriano progettato dall’architetto Giuseppe Sacconi vincitore del concorso indetto nel 1880. Opera in seguito maliziosamente ribattezzata, da uno stimato studioso d’arte, la “Macchina da scrivere”. Proprio qui, in quell’antica area sacra delle antiche Genti romane, si apriva la fantomatica porta Ratumena che sto ricercando. Fu per la fondamentale importanza attribuitale nell’antica vita sociale romana che venne presa come punto di partenza dell’ importante via Flaminia. 

Sono giunto alla fine dunque, ho compreso la ragione dell’aggiunta “Quinto” al nome che contraddistingue il quartiere di Tor di Quinto, si faceva riferimento alla distanza esistente tra l’inizio della via Flaminia (porta Ratumena) e la Torre posta a difesa dell’azienda di S. Leucio e cioè al “quinto miglio della via Flaminia”. Buona ricostruzione, sono soddisfatto della ricerca operata e sfoggio il sorriso beffardo che sfoderava il gigante Belzoni  quando mostrava il candelotto di dinamite nella mano (mezzo ritenuto idoneo per aprirsi dei varchi nelle piramidi) ma… una invisibile citazione di una recente, sconosciuta rivista mi spegne il soddisfatto sorriso; questa cita che la distanza esistente dalla chimerica porta Ratumena e la torre di S. Leucio non corrisponde alla distanza di “cinque miglia”. Delusione! Addio alla bella spiegazione del riferimento di “Quinto” elaborato. State sogghignando per il mio scivolone, vedete il mio volto trasfigurato come quello che doveva avere l’onnipresente Belzoni mentre cadeva nella botola ideata dal vendicativo Faraone. Sorridete vero?  Invece vi strabilierò ancora!  La ricerca paga e sono avvezzo alle possibili “cadute”.  Scopro, dopo essere ricorso a elaboratissssssime  ricerche, che il nome al quartiere fu effettivamente dato in omaggio all’antico passato che lo legava indissolubilmente al cuore della città ed alla romanità.     

Sul territorio dell’attuale quartiere fu ritrovato nel 1875, all’interno di quello spazio del territorio assegnato al distaccamento dei Carabinieri a cavallo dal nuovo istaurato Stato Monarchico, un monumentale sepolcro del primo secolo che, a somiglianza di quello più famoso di Cecilia Metella, era tondo a più tamburi e poggiava su di un alto basamento. Questa era la “Torre” posta proprio al “Quinto miglio della via Flaminia” a cui si fece riferimento al fine di donare il nome al quartiere. La solenne struttura parzialmente recuperata fu ricostruita e spostata sulla via Nomentana ( vicino Villa Blanc dove è ancora oggi visibile) ad opera dell’archeologo G. Boni e, udite, udite, viene ipotizzato che possa essere un cenotafio postumo dedicato al poeta Publio Ovidio Nasone il quale, proprio sulla collina dove oggi insiste l’area residenziale Fleming, aveva la sua elegante residenza suburbana.    

Quindi, oltre a venire a capo della ricerca sul nome del quartiere, sono riuscito ad assegnargli anche un illustre antico suo abitante che lo lega indissolubilmente alla romanità. Non vi narrerò la sorprendente vita di Ovidio però, né la spiegazione della realizzazione postuma del sepolcro nella sua amata residenza. Riuscite a scorgere ora il mio di soddisfatto e beffardo sorriso ad imitazione degli illustri archeologi sopra citati, vero?

 

 

 

 

 

Agostinelli Iorise autore del libro S.P.Q.R. (storie, profezie e quesiti romani) acquistabile su lafeltrinelli.it