TRIESTE-SETTEMBRE 2016

La parte del quartiere Trieste denominato quartiere Africano, come è alternativamente conosciuto dal romano cittadino, si sviluppò già dall’unificazione d’Italia e possiede, condensate nei nomi delle vie che lo caratterizzano, delle fondamentali pagine della nascente storia politica e sociale della Penisola italica, passata in breve tempo dall’idealista movimento risorgimentale di unificazione di un territorio secolarmente diviso in sette autonomi Stati, ad un unitario Stato monarchico contraddistinto dalla marcata vocazione d’espansione territoriale di decadente e ritardata (storicamente) idea colonialista, dettata dalla ricerca di una protagonista stabile collocazione nel panorama nazionalistico europeo. 

Erano i tempi, quelli della fine dell’800, in cui l’Italia credeva di godere di una  “ubriacatura” di stampo liberale, si era unificato il territorio (almeno tecnicamente) con gli ideali “moti garibaldini”, le Genti presenti sulla penisola, sino allora sudditi dei vari Stati regionali, divennero sudditi dello Stato italiano, possedevano finalmente una Liberale Carta Costituzionale Octroyèe (cioè magnanimamente concessa dal monarca) e di una forma di Governo Parlamentare formato dai suoi rappresentanti, votati dal 3% della sola Popolazione maschile.    Visitando il quartiere, che sino al 1946 portò il nome  “Savoia”, si passa dalle eleganti ottocentesche vie umbertine  delineate  dalle ricercate palazzine in stile Liberty a quelle vie, popolari, colorate e confusionarie dalle affastellate abitazioni, che portano il nome di quei  dirimpettai solari territori tanto ambiti dalla classe dirigente del tempo. Percorrendole, sono subito evidenti, nella diversità urbanistica, le fasi dell’allora espansione geopolitica italiana scandita da un dirompente miscuglio di idealità ed ipocrisia.  

 

 

 

La mia visita inizia scendendo alla fermata della metro di  S. Agnese-Annibaliano  da dove raggiungo piazza Addis Abeba, mi introduco così nei vasti spazi ricoperti di bitume e cemento con l’intenzione di ripercorrere gli itinerari africani percorsi dall’ultimo Impero italico.  Mi ritrovo così, idealmente, nella Tripolitania da dove raggiungo “Tripoli” (via)  perla della vasta “Libia” (viale) per poi sbucare in “Eritrea” (viale) perdendomi nei desertici territori “d’Etiopia”(viale) e della “Somalia” (viale) dove, infine, posso concedermi una ritemprante sosta in piazza Gondar.  Un lungo itinerario, anche se solo virtuale, nell’Africa Sahariana affrontato al fine di rammentare le pagine di storia che legarono  quei  territori alla neonata Italia monarchica, territori che furono resi ambita meta di “folle” per nulla turistiche, di intraprendenti “gioiose colonie” di sudditi italiani in divisa per circa 50 anni.  

 

Scusate, mi correggo, meglio dire che “tentarono una gioiosa colonizzazione”, perché le mire colonialiste dell’allora aristocratica ambiziosa casa Savoia franarono dinanzi a quelle di un altro impero esistente, quello di Menelik II. L’ Eritrea fu resa colonia italiana già nel 1885 ma questa durò il breve spazio di una fanfara militare in Abissinia.  Gli eventi ci dicono che dopo la conquista dell’esercito italiano dell’Eritrea, sino allora sottoposta al controllo dell’Impero etiope, venne firmato tra la Monarchia italiana e quella etiope il trattato di “Uccialli” che divenne la causa dello scontro armato tra le due monarchie. Nel trattato si prevedevano i termini che dovevano regolare i rapporti tra i due Stati confinanti, quello Eritreo, divenuto un “protettorato” italiano e l’autonomo Regno etiope. Negli allora trattati tra due Nazioni con differenti mire espansionistiche, facilmente sorgevano differenze di contenuto “letterale” ma, nel caso di quello di Uccialli  la differenza era abissale. Nella traduzione italiana del trattato veniva riconosciuto un “Protettorato” del Regno d’Italia anche sul Regno Etiope, il che estendeva la presenza ed il controllo italiano nell’area africana governata da Menelik II, mentre in quello in lingua etiope veniva stabilito un rapporto paritario tra i due Regni.  Che confusione! C’era o no una accettazione di protettorato? Un dilemma che non si cercò di appianare amichevolmente tramite le ambasciate. L’allora Primo Ministro alla guida del Governo italiano, Francesco  Crispi, che era succeduto ai Governi del massone Agostino Depretis (espressione del movimento risorgimentale di sinistra),  si affrettò a notificare l’accordo alle ambasciate degli altri Stati internazionali e, quando queste lo posero all’attenzione del Regno etiope al fine di regolare i propri rapporti con l’Impero di Menelik II, questi manifestò subito il suo dissenso negando il contenuto del Trattato in lingua italiana e ritenendo valido quello scritto nella lingua madre (Amarico) e ne chiese la modifica. Da parte italiana vi fu un secco rifiuto alle richieste etiopi, risultato? L’incomprensione linguistica (sigh) trascritta, venne risolta soltanto da una “chiarificatrice” e risolutiva dichiarazione di guerra (gulp!).  Guerra  che si concluse con la disfatta di Adua del 1896 dell’esercito italiano. La inattesa débâcle italiana portò alla umiliante  firma della pace di Addis Abeba scritta, questa volta, in lingua amarica e francese (non più in italiano!) dove si stabilì l’accettazione del rivendicato riconoscimento dell’autonomia dell’Impero di Menelik II, il pagamento dei danni di guerra con l’aggiunta del riscatto dei prigionieri.  Con questo penoso evento si concluse la prima guerra italo-etiope.  Questa infausta pagina delle mire espansionistiche italiane, portò all’ennesimo stravolgimento dei rapporti di Governo (i primi di sinistra) e trascinarono nell’oblio molte personalità illustri, tra le quali, oltre a quella dello stesso capo del Governo Crispi, anche quella del Comandante delle forze italiane in Africa, il Tenente Generale Oreste Barattieri, reo di avere infangato l’immagine dell’esercito italiano con delle scelte condannate “nevrotiche  ed improvvisate” dalla Corte Marziale alla quale fu sottoposto. Il Generale Barattieri fu defenestrato, mentre il Governo Crispi si dimise aprendo una profonda crisi istituzionale.

Pagina non eclatante per l’allora regime monarchico italiano alla ricerca del suo posizionamento internazionale, una pagina della storia che produsse una serie di problemi a cascata  prodromici agli eventi di quello che sarà il periodo Monarchico-Fascista. Fu così che tra una Dannunziana trasvolata, l’attivismo interventista Futurista ed una marcia Fascistissima, la neo popolazione italiana fu impegnata nella costruzione di un impero coloniale per le conquiste africane che le avrebbero consentito di beneficiare di un posto al sole servito da una magra “Faccetta Nera”.  

 

 

 

Per 50 anni la politica italiana fu orientata all’espansione coloniale ed all’interventismo alla tragedia della I Guerra Mondiale, con la nuova nascita della Nazione italiana la sua popolazione non conobbe giorni di tranquillità, questi si rincorsero freneticamente al ritmo di fanfare ed adunate militari, al fine di costruire un effimero impero.  Come andò a finire il colonialista revanscismo monarchico-fascista lo conosciamo, durò lo spazio di alcuni festeggiamenti e di roboanti attribuzioni di titoli alla casata Savoia con Vittorio Emanuele III re d’Italia, d’Albania e Montenegro ed imperatore d’Etiopia.

Poi, nel breve volgere degli italici festeggiamenti, arrivarono in fretta, ed inattese, quelle forze che oggi definiamo “i Nostri” ma al tempo erano considerati i…  “loro” e così i vaneggiamenti e le marce si dissolsero insieme ai protagonisti che le avevano generate. Tutto tornò alla “realtà” dimenticando i trascorsi deliri, peccato che l’ultima allucinazione italo-germanica  costò la vita a circa 50 milioni di persone; per fortuna nostra arrivò la Repubblica Italiana.

 

 

Iorise Agostinelli