TRIESTE-OTTOBRE 2016

Descrivere quest’angolo di Roma attraverso quello che a suo tempo venne definito il  “quartiere Coppedè”  è obbligatorio, visto che l’odierno quartiere Trieste si sviluppò sull’iniziale progetto di Gino Coppedè, ma è anche un affascinante esercizio per la particolarità  architettonica  che conserva e che può essere interpretata in una dimensione squisitamente estetica o in quella ammaliante ed oscura dell’interpretazione esoterica. Vediamo di dare un ordine alle tante informazioni e sollecitazioni che ci provengono da questo quartiere.

Gino Coppedè, architetto fiorentino nato nel 1866,  discendente da una dinastia di architetti, scalò i gradini del successo già dal suo affacciarsi alla professione giovanissimo per poi continuare la scalata sino alla cima arrivando ad ottenere cattedre universitarie, presidenze onorarie accademiche nonché importanti affidamenti di lavori privati e pubblici tra i quali, appunto, la realizzazione del “quartiere Coppedè” in quello che era la nascente urbanizzazione del quartiere di Roma denominato Savoia, oggi Trieste. Il progetto originario  dell’architetto prevedeva la realizzazione di 27 palazzine e diciotto palazzi scanditi da vie e piazze, un agglomerato  residenziale completo ed autonomo elaborato in un personale stile architettonico che non entusiasmò gli allora dirigenti della commissione edilizia, i quali chiesero numerose correzioni  sia architettoniche che squisitamente estetiche al suo ideatore. Troppa libertà floreale-decorativa! Troppa confusione di stili! Furono  queste le contestazioni che gli vennero mosse, intimandogli, contestualmente, di rispettare la secolare impronta romanica della città e la sobrietà dei suoi edifici rappresentativi delle istituzioni, se desiderava ottenere le necessarie autorizzazioni.  Coppedè  accettò le critiche ed apportò le correzioni suggerite inserendo al suo progetto iniziale una serie di modifiche estetiche che accoglievano (apparentemente) i consigli della Commissione.

Allora intervenne su vari aspetti strutturali ed estetici come quella della realizzazione dell’emblematico arco a tutto sesto posto all’ingresso del piccolo agglomerato in via Tagliamento,  che tanto ricordava gli archi trionfali di romana memoria; inserì dei fregi tipicamente romanici come quelli intorno alle finestre dei grandi edifici, il bugnato degli esterni  e persino la riproduzione della “Lupa capitolina”, non lesinando neppure targhe in Latino e simboli romani.

Non dimenticò di inserire delle citazioni ai ritenuti “padri” della lingua italiana Dante e Petrarca  (suoi concittadini) e richiami al fantasioso Medioevo nelle forme degli edifici più rappresentativi in un fantasioso stile fiabesco  come quello delle “Fate”,  il tutto immerso in una libertà architettonica che fondeva Classico,  Gotico, Barocco, Liberty e ancora di più, riuscendo comunque a non  snaturare  la sua intuizione iniziale.  Nulla a che vedere con quel severo stile architettonico “Umbertino”  ufficiale del suo tempo e a quello “Razionalista” che si apprestava a divenire la “lingua” urbanistica dello Stato Monarchico-Fascista imperante.  Allora ci si è chiesto: come fu possibile per l’architetto Coppedè ottenere l’accredito delle conservatrici autorità per questo progetto architettonico, ancora oggi, unico nella città di Roma e così dirompente nella sua lettura?  Ci fu, (e c’è) chi sostenne (e sostiene) che ciò fu dovuto alla protezione della Loggia Massonica del “Grande Oriente d’Italia” della quale godeva l’architetto; infatti, viene vociferato da diversi canali informativi che Gino Coppedè fu un iniziato alla Massoneria e che godette della opportuna protezione degli oscuri e potenti appartenenti al simbolo della “Squadra e del Compasso”.

Con l’appoggio di esimi protagonisti della storia d’Italia i “Fratelli massoni” riuscirono a fare “digerire” alle conservatrici autorità monarchiche del 1916 un progetto che non aveva eguali nella città e che, per il suo contenuto europeistico, appariva  addirittura “sovversivo”  in quanto portava Roma in linea con l’evoluzione architettonica ed ideale in voga nell’intera Europa, affascinata da quell’Art  Nouveau che combatteva l’eclettismo degli stili storicistici ed il loro falso contenuto storico nonché la loro ridondante ufficialità rappresentativa dello Stato e della Burocrazia governativa. 

E' sufficiente confrontare il contenuto stilistico del “quartiere” con quello dei coevi edifici del Palazzo di Grazia e Giustizia e del Monumento a Vittorio Emanuele (espressione  del magniloquente compiacimento della Classe borghese al potere) per rendersi conto che il Coppedè vi si poneva in totale contrasto per la sua libertà architettonica ed artistica, la quale sarebbe sfociata in una interpretazione addirittura esoterica dell’architettura. Che il Coppedè avesse aderito alla Massoneria non è documentato e che poi lo fosse, o meno, non è  importante. Questa  interpretazione serve però a dare una ulteriore e diversa interpretazione ad un angolo della città di Roma che altrimenti sarebbe sconosciuto.

Ciò che interessa ai più è l’interpretazione fantasiosa, oscura e misteriosa. Quella versione alla quale occorre essere iniziati e che richiede un'immersione mistica all'iconografia per apprendere una simbologia capace di trasportare il visitante in territori misteriosi ed affascinanti.

Seguire le vie del “quartiere” soffermandosi sul gigantesco volto del guerriero posto sopra l’arco di via Tagliamento, proprio all’ingresso del “quartiere”, con lo stemma araldico e scena cavalleresca al di sopra, catapulta chi osserva nell’immaginifico Medioevo dei Cavalieri Teutonici  Templari;

così come osservare l’allegoria contenuta nella Fontana delle Rane porta a pensare alla materializzazione della primitiva pietra  emergente dal terreno, allegoria della Terra primigenia che è trasformata e plasmata nella “Sacra Coppa”,  la quale dona vita a tutti gli esseri viventi  trasmettendo  Sapienza a quegli adepti  capaci di dissetarsi  alla sua fonte.  Tutto ciò e ben altro è possibile estrapolare dal passeggiare tra le vie del “Quartiere Coppedè”,  dove un secolo fà un eccentrico ed ispirato architetto probabilmente intese spedire un messaggio cifrato ai posteri  in grado di decodificare i suoi segni: l’impegno nel costruire un sentimento comune Universale espresso tramite un’architettura capace di additare un nucleo di valori i quali, seppur interpretati diversamente nelle varie culture, non perdono la loro Universale invarianza.  Probabilmente la ricerca esoterica rappresentò, per il Coppedè, uno strumento per la costruzione di un sentimento comune nel labirinto delle diverse simbologie, esplorato (coerentemente con i primitivi fautori della Setta massonica, i “liberi Muratori”) con gli attrezzi della geometria, della squadra e del compasso. Gino Coppedè morì nel 1927 senza ultimare il suo progetto, che fu degnamente portato a termine dall’architetto  P. E. André .

Questi è di riserva:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Iorise Agostinelli