MONTESACRO-MARZO 2017

Nel quartiere di Monte Sacro, oggi delimitato dai confini geografici stabiliti dalle zone di Val Melania, Pietralata, Trieste e Nomentano, vi sono una molteplicità di segni di presenze umane del passato che testimoniano una sua assidua frequentazione.  Alcuni di questi sono lontanissimi nel tempo, come gli utensili in pietra ed i crani neandertaliani che ci provengono dal Paleolitico, visibili soltanto presso il museo di Antropologia dell’Università La Sapienza di Roma; altri a noi più abituali, come il Ponte Nomentano, di realizzazione antico romana in tufo e travertino, che possiamo osservare ed ancora utilizzare. Fu costruito al fine di consentire all’antica via Nomentana di attraversare il fiume Aniene ed indirizzarsi verso l’antica città di Nomentum (odierna Mentana) dalla quale prese il suo attuale nome.

Ma all’origine, nell’antica lontana laboriosa Roma Repubblicana, la via Nomentana arrivava sino all’ancora più antica città di Ficulea, oggi scomparsa, (è stata individuata nell’attuale località di Casal Bianco) e per questa ragione, al tempo antico Repubblicano, la consolare era chiamata via Ficulensis. Cito questa ormai invisibile città, della quale abbiamo notizia soltanto dalle antichissime fonti letterarie, perché molto probabilmente questa fu una delle città costruite dagli…aborigeni. Proprio così! In un tempo ormai lontano, nell’attuale territorio di Monte Sacro, emerso lentamente dall’ultimo disgelo relativo all’epoca del “Pleistocene Superiore”, subito dopo la scomparsa degli animali preistorici come l’Elefante a zanne dritte (Palaeoloxodon Antiquus) e dell’Hippopotamus maior, con l’evoluzione degli originari uomini di Neanderthal, apparvero sul territorio gli…”aborigeni”. Non erano certamente quelli australiani, ma questa popolazione viene indicata dalle antiche fonti greco-romane come tra le più antiche stanziate nell’Italia centrale (territorio, al tempo, conosciuto col nome di Esperia o Ausonia).

Il sapiente Marco Porcio Catone, studiando documenti antecedenti, la identificava come una popolazione di origine Greca, ed infatti la parola latina “aborigines”, derivante dal greco, ha il significato di “Ab Origine” quindi sin dall’inizio, dunque, originari abitanti. Può apparire strano ma l’attuale territorio era stato colonizzato già dal XIII secolo a.C. da questa popolazione nomade degli aborigeni i quali l’avevano conteso alle altrettanto antiche popolazioni degli Umbri ma soprattutto dei Siculi che erano stanziati su un territorio che si estendeva sino agli attuali Castelli romani.

Secondo la leggenda, fu con questa popolazione “aborigena” che il manipolo dei fuggitivi troiani guidati da Enea, giunto alla foce del fiume Tevere, strinse un solido patto che diede vita a quel popolo dei Latini che conquistò l’intero territorio dei Colli Albani e che vedrà lo sviluppo della potente città di Alba Longa, da dove si mosse Iulio (o Ascanio, figlio di Enea) per dare inizio a quella discendenza che diede vita alla nascente forza espansionistica di Roma. Questo forte ed audace antico Popolo, che si fuse con l’altrettanto forte ma più civilizzato popolo Troiano e dai quali discesero i nostri avi, praticava un rito “Totemico” che spiega molto dello sviluppo futuro della città di Roma e dell’integerrima forma mentis delle originarie Genti latino-romane che la contraddistinse nei secoli a venire. Il rito al quale mi riferisco è ben conosciuto dagli antropologi per gli approfonditi studi elaborati alla metà dell’Ottocento da studiosi come James G. Frazer, che col suo fondamentale scritto “Il ramo d’oro” aprì enormi spazi alla comprensione della struttura della società e del pensiero Antico, consentendo di derubricare l’Antichità dall’alveo della sola superstizione, ignoranza e violenza dove era stata rinchiusa per millenni.

Il rito “Totemico” di cui vi parlo, e che le antiche Genti praticavano, è conosciuto come “Rito della Primavera Sacra” ed ha svelato agli studiosi il reale significato anche di altri arcani riti mentre, per quanto ci riguarda, aiuta a comprendere come queste antiche Popolazioni affrontavano un cruciale problema, quello della migrazione (oggi così discussa nella nostra società), che si lega a doppio filo a quello dello scambio culturale e della capacità di creare ricchezza diffusa. Il rito della Primavera Sacra veniva celebrato nel periodo dell’anno che andava dal 1° Marzo al 30 Aprile e si svolgeva con processioni ed elaborati rituali nei quali venivano effettuati sacrifici umani e di animali al dio Mamerte (Marte). Qualcuno, probabilmente, già sorride ironicamente e pensa che gli “sbrigativi” antichi nostri avi risolvevano drasticamente, ma pragmaticamente, il problema della condizione del sovrappopolamento del territorio urbano, immolando umani ad un “fantasioso terribile Dio” ma…no, non era così, chi ha avuto questa intuizione è in errore. Il sacro rito prevedeva delle ripetute e grandi cerimonie che si prolungavano per gli interi due mesi, in questo periodo venivano immolati animali (mucche, pecore, uccelli…) e le loro carni venivano cucinate e distribuite tra la popolazione partecipante al rito al fine di condividere la “sacra mensa con il Dio”, mentre riguardo al “sacrificio umano” venivano scelti bambini d’estrazione nobile (di solito secondogeniti maschi) i quali venivano resi sacri alla Divinità ed alla stessa comunità con un complesso rito cerimoniale (non uccisi). Gli “immolati” al Dio, al momento del raggiungimento dell’età “adulta” (che ai tempi era quella puberale), dovevano lasciare il luogo di appartenenza per spingersi alla ricerca del territorio da colonizzare o il regno nel quale fondersi sposando una principessa (questo diffuso costume perdurò sino a tutto il Medioevo con la figura del Principe errante partecipante ai tornei). Questo antichissimo rito Totemico (Totem erano tutte quelle regole comportamentali concesse ai componenti della comunità, mentre erano Tabù quelle vietate e duramente sanzionate) era esercitato per far sì che l’iniziato prescelto affrontasse lo sconosciuto contesto esterno portando le conoscenze e la cultura della tribù ad altre realtà, arrivando così a dare vita a dinastie strettamente relazionate con quella d’appartenenza ed al contempo arricchite dalle altre. Fu questa iniziativa migratoria che spinse le iniziali antiche e diversissime Genti (tribù) ad associarsi ed a dare vita a quella che ancora viene definita la “Città Eterna”. 

La forza dei nostri avi scaturì da questi riti Totemici che spronavano gli individui a conoscere ed incontrare nuove genti e dimostrare le proprie capacità e valore alla stregua della vita degli Eroi mitologici costellata di prove (Ercole) e di ricerca (Argonauti). C’è stato spiegato molto della passata umana società, ma poco abbiamo appreso. La nostra società attuale è troppo lontana da quell’idealistico passato, è assopita, ormai le “eroiche” prove sono realizzate in modo virtuale (benché sempre costellate di spaventosi e catastrofici tsunami), e, per restare il più possibile tranquilli nel nostro rassicurante virtuale ambiente, progettiamo reali muri che ci isolino dagli invadenti “altri”, considerati dei “sottosviluppati” migranti, per il timore che essi possano ampliare il nostro mondo virtuale e rendercelo improvvisamente materiale, imprevisto e sconosciuto, tanto da costringerci a riconquistarlo con titaniche prove. Si è perduta l’ispirazione Totemica dei nostri Avi che consentì di costruire la “eterna romana Universalità”. E pensare che tutto iniziò da una nomade sparuta popolazione aborigena che si fuse con dei fuggiaschi Troiani che si stanziarono su questo territorio definito poi “Sacro”.

 

Iorise Agostinelli