DELLA VITTORIA - DICEMBRE 2015 

Nell’introdurre le vicende che si susseguirono nei secoli sul territorio di questo quartiere, che oggi contraddistinguiamo con il nome “della Vittoria”,  ho deciso di narrare di una antica chiesupola qui presente che, a dispetto del suo attuale anonimato, svolse secoli orsono un fondamentale ruolo nella città.   

La chiesetta della quale qui vi narro è quella di S. Lazzaro in Borgo, anche denominata dei Lebbrosi per il fatto che qui vennero ricoverati i contagiati dal terribile flagello che imperversò per tutto il Medievo, ma al tempo della sua originaria realizzazione ( XII secolo) fu dedicata a S. Maria Maddalena.  In quegli oscuri e lunghi secoli che si susseguirono alla sua nascita e che convenzionalmente definiamo Medioevo, Roma si era ridotta la larva della civilissima capitale di quel poderoso Impero che governò il “Mondo”. Eroso nelle sue fondamenta dalle innumerevoli rivendicazioni territoriali e dalle infinite rivendicazioni religiose, l’Impero si giocò la carta del riconoscimento del Cattolicesimo romano come unica Religione di Stato con la quale tentò di riaffermare sé stesso, ma questo tentativo naufragò miseramente; da lì a breve lo Stato Romano crollò miseramente ma… rimase ben viva nell’immaginario popolare la sua Universalità. Il Cattolicesimo romano riaffermò, mediata dai valori Cristiani, l’originaria Universalità romana e, pur faticosamente, riuscì nei secoli ad imporla alle Genti europee. Roma tornò così ad essere di nuovo il centro Universale dei popoli, questa volta come sede di “Città Sacra a Dio” e per questa ragione fu (ed è, come ci ricorda l’evento che la città si prepara per la ventinovesima volta a vivere) l’ambita meta di folle di fedeli.  L’indispensabile introduzione è necessaria per spiegare la ragione della scelta di dedicare questo articolo alla anonima “chiesetta” di S. Lazzaro tra le tante illustri presenze. Il fatto curioso è che questa oggi anonima chiesetta, costretta tra inferiate ed alte mura di nuovi caseggiati, fu una obbligata (ed ambita) sosta per i pellegrini che giungevano a Roma da tutta l’Europa percorrendo la via Francigena o meglio la strada Romea, come era al tempo conosciuta. In questa chiesa, che si trova alla fine dell’originaria via Romea e che confluisce con la via Trionfale, sostavano obbligatoriamente tutti i forestieri che desideravano entrare nella Città Santa ed intendo proprio TUTTI, pellegrini foresti ma anche le personalità, compresi gli Imperatori. Persino i Papi eletti fuori della Città iniziavano il loro corteo di presa di possesso del Soglio pontificio da questa chiesetta. Curioso davvero!... quante diverse e più o meno pacifiche genti questa vide passare!... e proprio di alcune di queste personalità davvero uniche intendo narrarvi.

Dalla chiesetta di S. Lazzaro in Borgo passò, per ben due volte ma con ben differente stato d’animo, uno dei più famosi Imperatori Medievali, ancora oggi ricordato, dal nome di Federico che la storia battezzò come il “terribile Barbarossa”. La prima volta che scese a Roma l’Imperatore germanico aveva uno stato d’animo ben disposto, cordiale ed ossequioso; era l’anno 1155 ed attendeva, pazientemente seduto sullo scranno regale appositamente collocato all’interno della chiesetta dell’allora S. Maria Maddalena, i messi papali che lo avrebbero accompagnato alla Basilica Vaticana, dove era atteso da quel papa Adriano IV che lo avrebbe, da lì a poco,  sacralmente incoronato Imperatore del Sacro Romano Impero. Non fu una cerimonia fastosa, regale, come sarebbe dato immaginare, non fu  festeggiata da imponenti festose folle di inneggianti sudditi, in quanto né l’autorità del Papa né quella dell’Imperatore vivevano all’epoca un buon rapporto con l’intera popolazione.

L’Imperatore era sceso in Italia anche per rivendicare la sua posizione dominante e non gradiva  la resistenza di alcuni Comuni settentrionali italiani che rifiutavano le vessatorie richieste dell’unica entità civile alla quale dovevano riconoscere il regale dominio come materiale “incarnazione della volontà Divina”; non da meno, il Papa aveva seri problemi con la stessa popolazione per l’azione dispotica e libertina che il Clero svolgeva nella Città (e fuori), denunciata a gran voce da molti fedeli, ma in particolare da quella altisonante di un monaco “provocatore” dal nome di Arnaldo da Brescia il quale fu la “causa” della nascita del sedicente Comune di Roma.  Ancora una volta, però, Il connubio tra Stato e Chiesa sacralmente riaffermato dal Barbarossa e da Adriano IV frenò la crisi, permise l’arresto e l’uccisione di Arnaldo da Brescia (zittendo momentaneamente le voci di protesta per la tranquillità del Clero) e favorì il vassallaggio di molti Comuni obbligati a riconoscere al Barbarossa la sacralità “Divina” sancita dal Papa (per la tranquillità dell’Imperatore). L’alleanza tra le due sovrane entità civile e religiosa non durò però a lungo, le alleanze all’epoca duravano lo spazio di una “riflessiva notte” è risaputo, ed Adriano IV, dopo sì prolungata meditazione,  preferì spostare la sua attenzione sugli emergenti principi Normanni allontanandosi dal belligerante e scomodo Barbarossa, ma questi non dimenticò il “tradimento” ed alla morte di Adriano IV intese intervenire direttamente nella proclamazione del suo successore. La maggioranza dei Cardinali elesse nel 1159 Alessandro III, mentre una minoranza di loro scelse Vittore IV, il quale però era gradito al Barbarossa; questi, allora, non riconobbe Alessandro III e proclamò Papa Vittore IV.

Questa decisione dell’Imperatore causò uno scisma all’interno della  Chiesa che durò venti lunghi anni vedendo il contemporaneo pontificato di due Papi che si apostrofavano a vicenda “eretico Antipapa”. Ciò causò non pochi drammi e curiosi eventi nel mondo Cristiano. Mentre il Barbarossa era impegnatissimo nella sua lotta, divenuta armata, con i Comuni settentrionali, moriva Vittore IV e gli succedeva, ancora per volontà Imperiale, Pasquale III che prese come sede pontificale la città di Viterbo. Al Barbarossa la cosa fu molto gradita, in quanto trovava logisticamente comoda la nuova residenza del Papa anche perché la città di Viterbo si dichiarò Ghibellina e per questo l’Imperatore la gratificò con un regale riconoscimento civile. Era il 1167 e l’Imperatore decise di invadere Roma e detronizzare il papa Alessandro III per chiudere così definitivamente la disputa Impero-Chiesa. Lo seguirono nell’impresa, oltre all’anti papa Pasquale III, una folta schiera di entusiasti militi viterbesi. L’invasione di Roma da parte delle truppe imperiali fu fulminea (questa volta l’Imperatore non si fermò ad attendere nella chiesetta) ma Alessandro III riuscì rocambolescamente a fuggire a Benevento nelle terre Normanne e così il Barbarossa desistette momentaneamente dal rincorrerlo per farsi incoronare per la seconda volta, da Pasquale III, Imperatore del Sacro Romano Impero. Mentre le truppe imperiali che invadevano la città si dedicavano alle scorrerie, inaspettatamente esplose tra la truppa una pestilenza che indusse l’Imperatore ad allontanarsi  frettolosamente da Roma ed a lasciare in sospeso i conti da regolare. I militi viterbesi pensarono allora di riportare un ambito trofeo dalla Città eterna a testimonianza della loro impresa e fu così che, affermarono, trafugarono le porte bronzee della Basilica Vaticana. Il rientro dei militi viterbesi fu trionfante! Venne diffusa la voce delle ardimentose azioni compiute nell’assedio di Roma ed a testimonianza della conquista murarono le supposte porte di bronzo della Basilica Vaticana, benedette da una partecipata processione, nella loro chiesa di S. Maria Nuova.

La città di Viterbo poteva vantare un’azione degna della sua volontà di espansione e di dominio del territorio. Passarono alcuni anni e l’antipapa Pasquale III morì; fu eletto allora Callisto III, terzo Papa designato dall’Imperatore, ma nel frattempo si concretò, per la determinazione del “vecchio” papa Alessandro III che aveva sostenuto i Comuni ribelli, la disfatta dell’iniziativa militare del Barbarossa.  Così egli fu costretto ad un avvilente concordato ricordato come  “La Pace di Costanza” del 1183. Il Clero di Roma aveva trionfato! All’antipapa Callisto III non rimase altro che sottomettersi al “tosto” papa Alessandro III il quale trionfò percorrendo l’itinerario della via Trionfale che si dipartiva dalla piccola chiesetta di S. Maria Maddalena dalla quale anche noi siamo partiti. Tutto si era concluso per il meglio?... i vecchi rancori e confronti istituzionali dimenticati?... No. Seppur pacificati (momentaneamente) i due contendenti, restava in sospeso l’onta subita del furto delle porte bronzee, furto appena addolcito dalla dimostrazione che non erano state asportate dalla Basilica  Vaticana ma dalla vicina chiesa di S. Maria in Turri.  La vendetta, si sa, va consumata fredda.

L’occasione del riscatto romano nei confronti di Viterbo, che contendeva alla Città Eterna la residenza pontificia, si ebbe nel 1200 quando l’amica città di Vitorchiano le chiese aiuto per difendersi dalle mire espansionistiche di Viterbo. I Consoli romani intervennero ma ci fu l’ostinato rifiuto dei viterbesi che inveirono loro contro; lo scontro fu inevitabile.  La città di Roma tutta scese in campo con i suoi segni distintivi e le gloriose armature e, dopo una “cruenta battaglia durata addirittura una intera mattinata”, ottennero la resa della città di Viterbo ed in segno di sottomissione la costrinsero a restituire le porte bronzee trafugate e come bottino di guerra  i romani si appropriarono della famosa campana bronzea, simbolo del comune di Viterbo, conosciuta con il nome di “Patarina”. Oggi, se vi capita di assistere all’elezione del Sindaco del Comune di Roma, potete sentirla suonare ancora: è il suo tintinnio che annuncia alla cittadinanza la  nomina del primo cittadino.                                         

Un sentito ringraziamento al custode sig. Belli dal quale ho appreso cose che mi aiuteranno anche in futuro. 

                                                                                                                                  

 Agostinelli Iorise autore del libro Basso, Alto o Medio…cre?  acquistabile su lafeltrinelli.it


DELLA VITTORIA - MARZO 2014

Per parlare di questo quartiere prenderò spunto da una via dello stesso molto conosciuta per la presenza degli stabilimenti e degli uffici della Tv Pubblica, cioè via Teulada, che fu l’immaginario riferimento di due generazioni di italiani che fecero del servizio Pubblico il proprio referente informativo mentre oggi, è affollata dalla generazione di ricorrenti all’azione del Giudice di Pace. Il nome di questa via mi porta alla mente Edmondo Sanjust di Teulada, famoso ingegnere, artefice del primo piano regolatore di Roma realizzato nel 1909 sotto la giunta Nathan, nel quale piano si prevedeva l’espansione della città fuori dalle mura Aureliane. Fu così che, sulla base di questo programma, avvenne l’urbanizzazione di questo territorio ufficializzato col piano regolatore del 1911 ed istituito nel 1926 con il nome di Milvio che in seguito, nel 1935 , fu rinominato nel definitivo Della Vittoria. Riporto queste date in quanto sono emblematiche al fine delle vicende che intendo ricordare. Apparirà straordinario ai cittadini romani di oggi, avvezzi nel percepire la città come una “megalopoli” e a districarsi tra le sue “sconosciute” vie, che nel 1911, dopo 40 anni dalla sua proclamazione a capitale d’Italia,  Roma aveva 400.000 abitanti e se consideriamo che al momento della sua conquista realizzata dall’esercito “italiano” nel 1870 la città ne aveva 200.000, possiamo comprendere come questa fosse profondamente diversa dall’immagine che ne percepiamo oggi. Nulla di paragonabile con le Metropoli europee del tipo Parigi, Berlino o Londra che superavano, già al tempo, abbondantemente i due milioni di abitanti. Quindi Roma venne improvvisamente chiamata a coprire un ruolo di “confronto” con le capitali europee al quale non era più attrezzata da millenni. Perso il ruolo di “ombelico” dell’Impero romano nel lontano IV secolo, fu in seguito trasformata a centro universale dell’immagine religiosa “vincente” del Cattolicesimo e al tempo del nascente Stato italiano si volle ancora una volta trasformare in “tronfia moderna capitale di una nuova nazione votata all’espansione coloniale”.  

Furono dunque realizzate tutte quelle “strutture” logistiche ritenute adeguate a ospitare l’enorme numero di burocrati che, nello spostamento della Capitale da Firenze a Roma, si erano moltiplicati facendo così nascere l’esigenza di una caterva di “palazzi istituzionali” che andarono a soppiantare interi storici quartieri e ad affollare i numerosi altri nuovi creati. A questa elefantiaca organizzazione burocratica si unirono tutti quegli “istituti d’affari” che prevedevano una numerosa presenza di funzionari e impiegati e quindi, l’esigenza di offrire loro un “adeguato” alloggio. Da tutto ciò ne derivò l’esigenza dell’espansione della città soprattutto fuori delle mura cittadine e questo, a tutto vantaggio dei costruttori che usufruirono di importanti agevolazioni, come il minore costo dei materiali e, soprattutto, gli incentivi esistenti dovuti alla legge della Bonifica dell’Agro Romano che premiava quelle realizzazioni urbanistiche che “sanavano” il territorio.  Di questo ambizioso disegno, ostinatamente perseguito per circa un secolo, la città ne porta ancora fisicamente ed indelebilmente i segni nel centro storico, che è possibile simbolicamente materializzare con il “famoso” Vittoriano o nella via della Conciliazione, ed i labili ricordi con il primo grande scandalo politico-finanziario della storia dell’Italia dei Savoia conosciuto come lo “Scandalo della Banca Romana”. 

Scandalo su scandalo la nuova Roma fu edificata, e si realizzarono quei quartieri come il “Milvio” destinato ad accogliere questa nuova classe media “importata” dal resto d’Italia con soluzioni abitative “mirate” che erano fuori dalle possibilità economiche della popolazione autoctona, che fu espulsa nelle periferiche borgate. Con l’avvento del Fascismo e l’iniziativa di dare maggiore risalto alle imprese del regime, furono decise varie azioni di sviluppo del quartiere e, nel 1935, fu deciso il cambiamento del nome del quartiere  da “Milvio” in Della Vittoria a memoria delle conquiste coloniali italiane del tempo.

Non a caso questo territorio fu scelto per la fondamentale azione svolta dalla ONB (Opera Nazionale Balilla) nella realizzazione del Foro Mussolini (oggi Foro italico), determinante struttura multifunzionale al fine della propaganda di Stato. È’ qui che doveva essere realizzato il grande spazio per le “adunate oceaniche” (piazza d’Armi) organizzate dal regime per i “Campi Dux”, gli accampamenti che annualmente accoglievano nella città gli avanguardisti provenienti da tutti i Comitati Provinciali dell’ONB che entusiasticamente partecipavano al “Concorso Nazionale Ginnico-Sportivo-Militare”. Nell’attesa della realizzazione della “colossale opera per i raduni oceanici” al  IX Campo Dux, l’ultimo organizzato dalla ONB,  parteciparono 50.000 avanguardisti provenienti da tutta Italia, che furono alloggiati nelle tende da campo militari e dislocati negli spazi intorno al Foro e negli ampi spazi del quartiere Della Vittoria. 

Per i curiosi, riporto il militaresco funzionamento del campo: sveglia ore 5,30 e abluzioni; attività fisica per la preparazione del saggio finale dalle ore 07 alle ore 11 poi pranzo composto da 250 grammi di pane, 150 grammi di pasta, 70 grammi di legumi e 50 di condimenti; in seguito visita guidata di Roma e dintorni, canto corale ed informazioni di cultura generale, visita alle autorità del regime; cena: 150 grammi di carne, 90 di pasta e 250 di pane, condimento 50 grammi; ore 21,30, il silenzio.

Una vita appropriata per la crescita della cameratesca gioventù dell’epoca.

Questa era la formazione fisica e culturale, di quella forza umana che doveva portare lo Stato italiano alla realizzazione del “nuovo brillante Impero” che l’enfatico nome di questo quartiere ci rammenta. Come finì quella allucinante avventura è storia conosciuta: lutti e devastazione ma, questi lutti, non spazzarono le speculazioni sul territorio della città; gli speculatori ed i “palazzinari”, come l’Araba Fenice, risorsero dalle ceneri più arroganti e spregiudicati di prima e risultarono determinanti nell’erigere il mostruoso dedalo di palazzi, strade, viadotti e tangenziali con il quale ogni giorno ci dobbiamo confrontare in questa ambiziosa “terza” Roma che ci è stata consegnata agognando spasmodicamente l’avvento di una più vivibile “Quarta”.

 

Iorise Agostinelli autore di RomAmor   www. Feltrinelli.it