TRIONFALE

FEBBRAIO 2017

Del territorio disteso alle pendici di Monte Mario, oggi censito come XIV quartiere di Roma “Trionfale”, furono delineati i confini con la programmazione urbanistica della città di Roma decisa nei primi anni del secolo scorso e fu ufficialmente istituito nel 1921. Dopo un tentativo iniziale di programmazione urbanistica prettamente signorile, promossa dall’ingegnere Carlo Pompilio, il territorio del Trionfale passò a nucleo intensivo urbano a forte vocazione popolare. L’iniziativa di un’urbanizzazione di alto livello sociale intentata dall’ingegnere Pompilio a modello della contemporanea realizzazione in atto nel quartiere Parioli, fu disattesa dall’aristocratica Borghesia dell’epoca per motivi prettamente elitari. La casta aristocratica romana non ritenne opportuna la proposta del luogo dove acquartierarsi in quanto spaventata da una storica presenza di lavoratori delle fornaci e di operai di ogni genere. 

Per questa numerosa presenza di proletariato urbano, il territorio del Trionfale fu considerato un ribollente crogiuolo di “Anarchici”, “pedanti Comunisti” e di pericolosi “Repubblicani” portatori di utopiche espressioni di alternativa (rivoluzionaria) visione sociale. Una miscela esplosiva ritenuta “incontrollabile” che tanto spaventava l’aristocratica Borghesia dell’epoca, sospettosa di qualsiasi ammassarsi di folla, indispettita dai suoi deprecabili costumi, disgustata dalle sue degradanti manifestazioni di vita quotidiana, coi panni stesi alle finestre e le merci ammassate in via Andrea Doria, a due passi dalla Basilica di S. Pietro. La storica presenza sul territorio del “Mercato del Trionfale”, censito già dai primi anni dell’Ottocento, mi sollecita una riflessione sui costumi sociali in continua evoluzione.    

Il mercato, per secoli, ha ricoperto il determinante ruolo di motore dello sviluppo economico e sociale, veicolo di conoscenza, di idee e ricchezza, millenario luogo di raduno delle Genti, e ha consentito la crescita di civiltà come quella della nostra antica e potente città che nacque proprio grazie all’espansione delle attività dei mercati ai quali dedicava i luoghi più rappresentativi come il “Foro Olitorio”, dove era eretta l’Ara Sacra di Ercole. Il Medioevo vide l’ascesa dei “Mercatanti”, coloro cioè che facevano “mercato” come professione e la esercitavano sulla “Piazza del Campidoglio”, e persino l’intellettuale Clero non “arricciava il naso” quando gestiva direttamente i banchi della vendita del pesce dislocati entro l’antico Portico d’Ottavia, e dai quali otteneva un sostanzioso lucro. Tutte attività profane spiccatamente “Popolane” che non erano ritenute degradanti per i salotti della città coi suoi edifici architettonici antichi, né offensivi, per la principesca Aristocrazia che vi risiedeva. Aristocratici come il gaudente “Marchese del Grillo”, che amava confondersi nei luoghi popolani più triviali, o eminenti Prelati che amavano, ed amano, confondersi tra la frugale e frenetica attività del semplice “volgo” dove cogliere vitali aromi. In un recente passato prossimo furono gli intellettuali ad immergersi nei territori delle attività del vivere quotidiano alla ricerca delle radici di una supposta “saggezza Popolare” che introduceva alla felicità o, più prosaicamente, veniva considerato “cool” sciamare tra i banchi del “Robivecchi”, dove le dive del cinema romano, come Laura Antonelli, rintracciavano esclusive “mise” da sfoggiare nelle serate dell’élite romana ed un giovane Claudio Baglioni otteneva popolarità e successo cantando le sue emozionanti frequentazioni col mercato della domenica mattina affollato dalle più diverse categorie sociali dove ognuno trovava il proprio specifico interesse: per molti la tasca, per taluni l’intelletto e per la maggioranza…la panza. Ma, come sopra accennato, i costumi cambiano ed oggi, per rispondere ai cambiamenti comportamentali, si sono realizzati dei nuovi luoghi-mercato accentratori dei nostri incontinenti desideri. Siti che giudichiamo più idonei alle nostre abitudini ed esigenze che chiamiamo “Ipermercati o Centri Commerciali”, dislocati in strutture eleganti e confortevoli dove molte Genti si accalcano quotidianamente; essi costituiscono il luogo depositario dei bisogni e dei desideri dell’attuale individuo “popolano”. Moderni, asettici, organizzati ed ammiccanti, i Centri Commerciali sono costituiti da una “rivoluzionaria” architettura studiata appositamente per attrarre l’acquirente ed introdurlo in un orientato percorso di confortevoli parcheggi, invitanti ingressi, sfavillanti vetrine corredate da brillanti ed invitanti signore o muscolati ragazzi (si risponde a tutti i gusti), sazianti cibi e di ipnotizzanti divertimenti, col dichiarato fine di trattenere il visitatore a lungo nell’ambito luogo dei desideri. Un ammiccante e rassicurante luogo dove ogni giorno, nell’ovattato tepore o refrigerato ambiente, si celebra la promessa di esaudire qualsiasi richiesta, dove tutto il desiderabile è a portata di mano o meglio, di portafoglio. In tutto questo sfavillio, in questa abbacinante “Disneyland” un poco artificiale dove si trascorrono intere giornate, ciò che risulta latente, ciò ch’è difficile da rintracciare non è la merce, non è il voluttuario bene, bensì il rapporto umano. I nuovi luoghi non offrono questa naturale esigenza che invece ha offerto la millenaria attività del mercato tradizionale, vera fucina dove si forgiano le arti della contrattazione, della persuasione, dell’emulazione, dell’empatia, indispensabile corredo delle qualità individuali. Risulta arduo, in questi nuovi edonistici luoghi, riuscire a praticare la umana arte del convincimento e della condivisione; ciò che conta, ciò che rende dignità, è esclusivamente la capacità inerente al plafond della propria carta di credito. Questa mia riflessione non intende divulgare dei valori di “Democrazia Sociale”, ormai considerati superati, o dare una visione edulcorata della passata realtà ch’è anche caratterizzata da ben altre spiacevoli ed indesiderate azioni, ma credo fortemente che, seppur spesso colpevolmente immersi nell’incuria o relegati ai margini periferici (ma non è questo il caso del Mercato Trionfale), nei mercati-suk tradizionali viene ancora esercitata l’arte dei fondamentali rapporti umani, quali quelli della solidarietà e della condivisione d’intenti che consentono alla vita umana di perpetuarsi nella sua complicata semplicità.    

In questi secolari luoghi dove prima di riuscire ad acquistare un maglione devi conoscere pedissequamente tutto l’iter del prodotto che si dirama dal pastore che ha effettuato la cardatura della lana all’artigiano che ha stretto i nodi, ai nomi dell’intera famiglia del venditore che lo ha selezionato, dove devi assolutamente contrattare il prezzo richiesto attingendo a tutte le tue capacità di persuasione per poi, infine, allontanarti esausto ma felice convinto di avere fatto un affare acquistando un pantalone. Il mercato tradizionale consente ancora un sentimento di vera convivialità. Tutto ciò, la cittadinanza del quartiere con il suo secolare radicamento “popolare” lo sà, e lo rinnova ogni mattino al suo risveglio quando si confonde negli spazi del Mercato Trionfale che, nel confusionario cicalare delle sue voci e dei suoi invitanti profumi, continua ad assicurare a tutti, senza distinzioni sociali (ma con interminabili trattative), un nuovo giorno di vitali opportunità.

 

Iorise Agostinelli autore del libro S.P.Q.R. acquistabile su lafeltrinelli.it

 

 

 


NOVEMBRE 2015

La curiosa notizia riportata alcuni giorni orsono dal quotidiano “il Secolo XIX”  riguardo al “Forte Braschi  violato” mi fornisce lo spunto per  introdurre questa struttura che con la sua presenza caratterizza il quartiere Trionfale ma al contempo  è pressoché  sconosciuta ai residenti. Il giornalista scandalizzato denunciava  l’avvenuta abusiva intrusione delle telecamere del gigante Nord Americano  Google all’interno del “Forte” violandone la segretezza.  La denuncia era  imperniata sull’azione spionistica  delle telecamere e polemizzava  sulla facilità con la quale queste si erano introdotte nel Forte raggirando i sistemi di sicurezza dei Servizi Segreti Italiani.  Servizi segreti?... certo per l’ingenuo cittadino venire a conoscenza che le rustiche vecchie mura di Forte Braschi, uno dei 15 bastioni  dislocati nei punti strategici del territorio di Roma decretati nel 1877 dall’allora nascente Governo Monarchico italiano con Regio decreto n° 4007,  ed innalzate per la difesa della nuova capitale che con la sua annessione completava il disegno politico del Regno Sabaudo, siano divenute oggi  il centro occulto delle avanzate organizzazioni spionistiche degli avanzati Servizi Segreti Nazionali, lascia un poco disorientati considerando che  il Forte, e tutta la cinta muraria,  furono da subito superate dalla nuova tecnologia militare.

Immaginare che, in quelle scrostate mura,  oggi risiederebbe la occulta base dei super servizi di sicurezza nazionali come il SISMI con i suoi “agenti 007” fa sorridere.  La fantasia, sorretta da una corposa letteratura e cinematografia di spionaggio, ci solleciterebbe  la materializzazione di ben altri luoghi per individuare l’ubicazione di tali servizi, che so, grattacieli di riflettenti superfici di cristallo o bunker sotterranei accessibili esclusivamente via mare con sottomarini atomici… sovviene naturale ironizzare sull’equipaggiamento dei nostri agenti:  saranno stati dotati di funi, ganci e olio  bollente per respingere gli assalti di catapulte, balestre e poderosi arieti? A questa immaginaria e ridicola ipotesi non so rispondere, ma immerso in  questi inestricabili segreti, che sono la fondamentale linfa di quella narrativa sopra citata,  ne seguo affascinato la scia e vi propongo un curioso giallo-storico degno della sceneggiatura del libro-film  “Il nome della rosa”.

Il quesito che vi sottopongo è questo: a cosa è legato il nome dato al Forte presente su questo territorio arrivato all’attenzione della cronaca?... perché cioè, Forte Braschi si chiama “Braschi” e non Trionfale?  Essendo il territorio quello del “Trionfale”  sarebbe logico che il Forte ne perpetrasse il nome, come  accade per gli altri suoi simili che si chiamano “Forte Antenne” o “Forte Tiburtino“.  Ecco che da subito si entra nella caligine degli eventi storici.

Una veloce ricerca rivela che il Forte in questione  condivide il nome del più influente Cardinale del XVIII secolo, quello dell’aristocratico Romoaldo Braschi-Onesti.  Cosa ci azzecca, direbbe qualcuno, un Cardinale con un forte militare? Siete già eccitati dalla intrigante ed intricata trama che si delinea, vero?... proseguiamo ed inoltriamoci nell’intrico storico. Nato a Cesena nella metà del 1700, il giovane Romoaldo Braschi  fu introdotto al percorso degli studi teologici ed alla conseguente carriera ecclesiastica come da consuetudine familiare, infatti nella nobile famiglia vi era già un potente cardinale, quel Giovanni Angelo Braschi che a breve diverrà papa Pio VI (1775-99). Così il nostro Braschi Romualdo fu incoraggiato alla carriera ecclesiastica e, terminati gli studi presso il Collegio dei nobili di Ravenna, fu chiamato a Roma dallo zio che nel frattempo era divenuto Pontefice e lo nominò  Delegato Apostolico presso la corte di Francia. Nel suo primo viaggio ufficiale in terra francese il giovane neo Delegato  Braschi strinse una personale  amicizia con il re Luigi XVI dal quale ricevette, al fine di suggellare questa simpatia,  la sostanziosa e perpetua rendita dell’abbazia della Diocesi di Meoux; l’amicizia accidentalmente non durò a lungo per l’improvvisa quanto indesiderata dipartita dello stesso Re, avvenuta nella affollata Place de la Concorde di Parigi.

Dal 1780 ricoprì la carica di Maggiordomo e Prefetto dei Sacri Palazzi (il che gli consentì di organizzare una fastosa cerimonia per il matrimonio del fratello Luigi all’interno della Cappella Sistina);  nel 1784 Romoaldo divenne il potente ed influente “Cardinal Nipote” (ruolo che ricoprì con sagacia e tribolazione vista la tumultuosa epoca che gli fu, “dall’Onnipotente” concessa di vivere); nel 1786 ottenne l’onorificenza della Gran Croce dell’Ordine dei ss. Maurizio e Lazzaro e divenne Gran Priore dell’Ordine di Malta a Roma,  onorificenza attribuitagli  “brevi manu”, dal Re di Sardegna Vittorio Amedeo III di Savoia. La trama degli eventi si infittisce!  Avete compreso in quale intreccio storico-poliziesco degno dei  grandi virtuosi letterari di genere ci stiamo introducendo?... no?... vi siete forse persi nei labirintici corridoi dei Palazzi?... bene, vi lancio un robusto filo per uscirne e vi dico che ci troviamo nel periodo storico europeo  più “effervescente”  dell’epoca moderna: sull’intero Vecchio Continente vi sono movimenti rivoluzionari che sciamano ed esportano la rivoluzione in Nord America, mentre quella Francese, dotata del rappresentativo ed efficiente strumento realizzato da Ignace  Guillotin è alle porte, i Giacobini invadono e promulgano Costituzioni Repubblicane sull’intero territorio monarchico, Roma stessa vedrà a breve  proclamata la  Repubblica Romana (1798-99) e il vento del Nord soffia  gelido e tagliente sul collo degli istituzionali rappresentanti e loro cosa fanno?.. stringono convenienti amicizie, realizzano grandi avvenimenti mondani  si scambiano onorificenze… in una parola, si autocelebrano.  Possedevano un sangue freddo eccezionale o vi era una volontaria aristocratica sufficienza nel leggere i tumultuosi avvenimenti?  Cerchiamo di rispondere a questa domanda. L’ aristocrazia secolare dominante confidava sul fatto che giammai sarebbe stato sovvertito il sacro legame che sanciva per volontà divina “Ab Aeternum”  alla guida del “Popolo di Dio” l’Aristocrazia, la quale era spiritualmente guidata dall’unico rappresentante  di Dio in Terra, il Papa di Roma. Insomma, fin quando il secolare sodalizio tra Chiesa e Stato si perpetuava, la classe dominante si sentiva intoccabile.  Inoltriamoci nelle brume del tempo tenendo bene in vista i protagonisti, il Cardinale Braschi ed il savoiardo Amedeo III; essi ci forniscono un esempio illuminante delle trame che si ordirono all’interno delle celate stanze dei Palazzi rappresentativi del millenario connubio Teocratico.  All’apparente sincronismo di intenti  vi era una oscura , segreta, opposta condotta delle due Istituzioni riscontrabile nei  nostri due protagonisti i quali, l’uno, Amedeo III, mentre pubblicamente mostrava devozione alla Santa Apostolica Romana Chiesa contemporaneamente  apparteneva alla Setta Massonica (setta scomunicata dal Pontefice Clemente XII nel 1738); specularmente l’altro, il Cardinale Braschi, officiava a Parigi, alla presenza del nuovo papa Pio VII (Gregorio Barnaba Chiaromonti)  l’incoronazione ad imperatore di Napoleone (1804) e questo mentre lo Stato Pontificio veniva ridimensionato territorialmente ed i suoi rappresentanti subivano la deportazione e l’esilio (papa Pio VI). Quale fosco ordito veniva tessuto nelle celate stanze dei Palazzi del potere? Napoleone  dal suo palazzo ancora splendente, diffidò della fasulla partecipazione all’incoronazione  del Vescovo di Roma e del suo Cardinale e da lì a breve, decise di scendere in Italia ed annetterla, insieme alla città del Papa di Roma,  all’Impero francese (1809). Pio VII subì la prigionia e l’esilio prima a Savona e poi a Fontainebleau in Francia, il cardinale Braschi fuggì nella sua Cesena, ma la Curia non restò dispersa ed inoperosa, l’Imperatore francese fu ovunque osteggiato e, dopo la sua rumorosa nonché  sospirata caduta a Waterloo, Pio VII rientrò a Roma ed il cardinale Braschi fece in tempo, prima di morire all’età di 64 anni, ad issare di nuovo il giallo vessillo Pontificio sul Palazzo del Quirinale (nel quale Napoleone mai mise piede) e vederlo di nuovo orgogliosamente garrire al vento della Restaurazione (1815), con la quale lo Stato Pontificio tornò nella sua originaria dimensione, l’unione ed il legame tra il potere Secolare e quello Temporale fu di nuovo sancito ma la storica diffidenza continuava a serpeggiare tra i protagonisti.  Non passò molto tempo infatti, che il “sacro territorio romano” fu di nuovo occupato (1870) e questa volta da quegli stessi  aristocratici dal nome Savoia, che dispensavano onorificenze  al “Cardinal Nipote”.   Per dissuadere nuove volontà “restauratrici” costruirono la cintura fortificata intorno Roma, ripiegarono l’ormai  floscio giallo vessillo Pontificio e si stabilirono sul Quirinale. Comunque, dall’alto del loro aristocratico blasone i nuovi governanti non dimenticarono la forma, riconobbero agli sconfitti l’onore delle armi lasciando il loro ricordo ai posteri nel nome del bastione, Braschi , per l’appunto.  Che storia!.. quale trama!..  a quali riflessioni ci sottopone il disvelamento di celati “segreti storici”.  Altro che le segrete immagini rubate dall’occhio della telecamera, si è risolto brillantemente  un secolare enigma usando la vecchia semplice “lente” altro che le soporifere immagini  di Google. Un egregio lavoro investigativo mi pare.                                                                                                                                                                                   

 

 

                               Agostinelli Iorise  autore del libro Basso, Alto o Medio…cre?  acquistabile su lafeltrinelli.it