TRIONFALE

FEBBRAIO 2019

Il quartiere Trionfale è un territorio di Roma che vanta una sua lunghissima storia risalente al soverchiante splendore dell’Impero Romano, quando l’attuale territorio era reso centrale da quella trafficatissima romana via Trionfale che poneva in comunicazione la città con quella etrusca di Veio ma, seppur si tratti di una antica aristocratica presenza, questa non è la sola che contraddistingue il territorio.

Vi sono molteplici presenze Medievali che lo caratterizzano, tra queste ricordo la vicina spiritualissima chiesa di San Lazzaro in Borgo, punto d’arrivo di quella strada dei pellegrini, conosciuta come via Romea o Francigena, che collegò, come un cordone ombelicale, l’Europa medievale al suo centro Cristiano materializzato nella Basilica Vaticana.  La centralità del territorio si è perpetuata sino alla Modernità, ospitando differenti seducenti personalità al tempo molto note ed ora, racchiuse nelle ingiallite pagine della storia, sono relegate nell’oblio della memoria dei più; ma qui oggi, su questa pagina, nell’attuale momento di oscurantismo, di generale crisi locale e nazionale, di decadimento dell’organizzazione sociale, dove l’individuo ormai si trova smarrito a vagare, scrivere di una di quelle seducenti e dimenticate personalità ha lo scopo di solleticare la sensibilità onirica degli attuali cittadini. La storia europea che va dai primi anni del 1800 alla metà del ‘900 ci insegna che i tumultuosi eventi succedutisi furono il risultato di una radicale partecipazione politica individuale, ed in questa i nostri connazionali si contraddistinsero. Le grandi ideologie esplose nel Nord Europa si diffusero velocemente in tutti gli Stati, anche quelli d’oltre oceano, trovando inaspettatamente in Italia un terreno molto ricettivo, molti italiani o, meglio, i paleo-italiani, mostrarono il loro protagonismo nell’abbracciare e diffondere, con ogni mezzo, quel pensiero antiautoritario, libertario e federalista conosciuto come Organizzazione Internazionale Anarchica.  Movimento che si prefiggeva l’obiettivo di una universale  liberalizzazione dell’individuo, l’abbattimento della gerarchia politica e clericale oltre che l’abbattimento dell’asservimento dei lavoratori con conseguente collettivizzazione dei mezzi di produzione. Temi sufficientemente eversivi da rendere il movimento Anarchico universalmente perseguito dai regimi Monarchico-Liberali ed in continuità, Comunisti e Fascisti. L’obiettivo del pensiero anarchico era realizzare una società di uomini liberi e per questo combattevano il parlamentarismo, erano avversi alle deleghe di potere e a qualsiasi rappresentatività civile o religiosa che fosse.  “L’anarchia è l’estremo opposto dell’assolutismo monarchico”, asseriva J. Proudhon (1809-1865), il filosofo francese che fu il teorico della società anarchica, colui che, con le sue riflessioni sdoganò il pensiero anarchico dalla sua accezione dispregiativa nella quale lo aveva relegato l’ufficialità governativa del tempo. Per queste ragioni, la dura, contraria posizione tenuta dal potere costituito del tempo nei confronti del movimento anarchico, appariva  ragionevole a molti  in quanto, oltre a propugnare l’abbattimento del potere esistente, diversi individui ne equivocarono drammaticamente l’intervento. Così quella fine del secolo fu scandito da plateali attentati di fanatici anarchici o ad essi attribuiti, che segnarono l’indirizzo sociale futuro, ne rammento alcuni, rispettandone la cronologia, che contribuirono a cambiare l’indirizzo della storia. Quello non riuscito, compiuto da Giovanni Passannante nel 1878 ai danni del re del Regno d’Italia Umberto I;  poi l’assassinio della famosissima regina “Sissi” ( Elisabetta di Baviera consorte dell’imperatore Francesco Giuseppe) avvenuto nell’anno 1898, compiuto dall’anarchico Luigi Lucherini, che fece molta presa nel sentimento popolare; nel 1900, un nuovo attentato, questa volta riuscito, diede la morte al re Umberto I di Savoia per mano dell’anarchico Gaetano Bresci;

questa serie di plateali attentati anarchici ai regnanti monarchici avvenuti in tutta Europa e culminati nell’attentato di Sarajevo nel 1914, vennero accompagnati da vari attentati dinamitardi sui civili, azioni violente che contribuirono ad innescare il tragico conflitto della Grande Guerra. Malgrado l’aspetto eclatante operato da fanatici, il movimento Anarchico, al contrario, propugnava la non violenza. I suoi divulgatori, personalità come Proudhon, M. Bakunin o il musicista R. Wagner, furono intellettuali e filosofi, protagonisti assoluti del secolo che si impegnarono alla diffusione di una “liberazione individuale” da tutti i regimi oppressivi, ma è Errico Malatesta (1853-1932), probabilmente il più conosciuto anarchico italiano dell’epoca, il protagonista di queste righe.

Figlio di un piccolo proprietario terriero del casertano, studiò medicina e, da studente, avvicinò gli ideali Repubblicani mazziniani. Abbandonò gli studi per partecipare attivamente ai movimenti rivoluzionari ed infine abbracciò convintamente la teoria Anarchica. Fu presente alle conferenze del movimento Anarchico in tutta Europa, compreso il famoso Congresso Internazionale di Saint-Imier dove prese conoscenza delle riflessioni di Michail Bakunin (1814-1876) il quale sosteneva: “Considero la libertà l’unica condizione nella quale l’intelligenza, la dignità e la felicità umana possono svilupparsi e crescere, e la libertà a cui mi riferisco, non è quella concepita in modo puramente formale, limitata e regolata dallo Stato, un eterno inganno  che in realtà non rappresenta altro che il privilegio di alcuni fondato sulla schiavitù degli altri”. Il Malatesta abbracciò con entusiasmo tali principi e si adoperò per realizzarli materialmente dando vita alla “Banda del Matese” con la finalità di sollecitare una insurrezione popolare. Fallì per la ferma opposizione dell’esercito del Regno d’Italia, così si recò in peregrinazione in tutta Europa prendendo contatto con le altre cellule anarchiche. Ricercato e perseguito in Italia e in Europa si diede alla clandestinità vagabondando per mezzo mondo arrivando sino in Sud America.  In seguito rientrò in Italia e fondò a Milano, nel 1920, il giornale “Umanità Nova” al quale veniva accreditata una tiratura che superava quella del socialista Avanti. La testata, nella quale il Malatesta ormai scriveva dal carcere, nel 1921 fu incendiata dai nuclei d’azione Fascista come reazione all’attentato anarchico del “Kursaal Diana”.  Il Malatesta su questo tragico evento pubblicò un suo articolo nel quale, censurando l’azione violenta, sostenne: “Qualunque sia la barbarie degli altri, è compito di noi anarchici non arrivare mai alla violenza indiscriminata al fine di rivendicare la nostra libertà”.  Rilasciato, il Malatesta realizzò una nuova sede del giornale a Roma e si trasferì proprio nel quartiere Trionfale. La stampa avvenne in edizione quotidiana per alcuni mesi ancora, sino al 1922, quando venne definitivamente chiuso dal neo Governo fascista che impose al Malatesta un controllo quotidiano da parte della polizia. La sua immagine rivoluzionaria popolare (era ritenuto il “Lenin” italiano) fu così oscurata e velocemente decadde. Alla sua morte avvenuta nel 1932, nessun organo d’informazione diede risalto alla sua figura. Il Governo fascista vietò la richiesta di cremazione del corpo per timore che le sue ceneri potessero divenire simbolo alla resistenza al regime Fascista.

 

 

 

 

Dal suo ultimo indirizzo di Piazzale degli Eroi, venne trasferito e sepolto nel cimitero del Verano, e lì giace relegato definitivamente nell’oblio della memoria.  La pubblicazione di Umanità Nova riprese dopo la caduta del regime Fascista, oggi è l’attuale organo della Federazione Anarchica Italiana con il quale si divulga l’utopico ideale di’ autonomia e libertà individuale. In uno scettico mondo dove l’individuo si sente libero soltanto quando gli viene detto cosa fare, l’azione divulgatoria appare alquanto illusoria ma, l’utopia, si sa, prospera nell’umana fantasia.                                                                                                                                                                                            

Autore, Iorise Agostinelli, ultimo libro pubblicato: “S.P.Q.R. da Romolo a Romolo Augustolo” acquistabile presso le librerie Feltrinelli o nei siti lafeltrinelli.it   Ibs libri  e  Amazon libri 

FEBBRAIO 2017

Del territorio disteso alle pendici di Monte Mario, oggi censito come XIV quartiere di Roma “Trionfale”, furono delineati i confini con la programmazione urbanistica della città di Roma decisa nei primi anni del secolo scorso e fu ufficialmente istituito nel 1921. Dopo un tentativo iniziale di programmazione urbanistica prettamente signorile, promossa dall’ingegnere Carlo Pompilio, il territorio del Trionfale passò a nucleo intensivo urbano a forte vocazione popolare. L’iniziativa di un’urbanizzazione di alto livello sociale intentata dall’ingegnere Pompilio a modello della contemporanea realizzazione in atto nel quartiere Parioli, fu disattesa dall’aristocratica Borghesia dell’epoca per motivi prettamente elitari. La casta aristocratica romana non ritenne opportuna la proposta del luogo dove acquartierarsi in quanto spaventata da una storica presenza di lavoratori delle fornaci e di operai di ogni genere. 

Per questa numerosa presenza di proletariato urbano, il territorio del Trionfale fu considerato un ribollente crogiuolo di “Anarchici”, “pedanti Comunisti” e di pericolosi “Repubblicani” portatori di utopiche espressioni di alternativa (rivoluzionaria) visione sociale. Una miscela esplosiva ritenuta “incontrollabile” che tanto spaventava l’aristocratica Borghesia dell’epoca, sospettosa di qualsiasi ammassarsi di folla, indispettita dai suoi deprecabili costumi, disgustata dalle sue degradanti manifestazioni di vita quotidiana, coi panni stesi alle finestre e le merci ammassate in via Andrea Doria, a due passi dalla Basilica di S. Pietro. La storica presenza sul territorio del “Mercato del Trionfale”, censito già dai primi anni dell’Ottocento, mi sollecita una riflessione sui costumi sociali in continua evoluzione.    

Il mercato, per secoli, ha ricoperto il determinante ruolo di motore dello sviluppo economico e sociale, veicolo di conoscenza, di idee e ricchezza, millenario luogo di raduno delle Genti, e ha consentito la crescita di civiltà come quella della nostra antica e potente città che nacque proprio grazie all’espansione delle attività dei mercati ai quali dedicava i luoghi più rappresentativi come il “Foro Olitorio”, dove era eretta l’Ara Sacra di Ercole. Il Medioevo vide l’ascesa dei “Mercatanti”, coloro cioè che facevano “mercato” come professione e la esercitavano sulla “Piazza del Campidoglio”, e persino l’intellettuale Clero non “arricciava il naso” quando gestiva direttamente i banchi della vendita del pesce dislocati entro l’antico Portico d’Ottavia, e dai quali otteneva un sostanzioso lucro. Tutte attività profane spiccatamente “Popolane” che non erano ritenute degradanti per i salotti della città coi suoi edifici architettonici antichi, né offensivi, per la principesca Aristocrazia che vi risiedeva. Aristocratici come il gaudente “Marchese del Grillo”, che amava confondersi nei luoghi popolani più triviali, o eminenti Prelati che amavano, ed amano, confondersi tra la frugale e frenetica attività del semplice “volgo” dove cogliere vitali aromi. In un recente passato prossimo furono gli intellettuali ad immergersi nei territori delle attività del vivere quotidiano alla ricerca delle radici di una supposta “saggezza Popolare” che introduceva alla felicità o, più prosaicamente, veniva considerato “cool” sciamare tra i banchi del “Robivecchi”, dove le dive del cinema romano, come Laura Antonelli, rintracciavano esclusive “mise” da sfoggiare nelle serate dell’élite romana ed un giovane Claudio Baglioni otteneva popolarità e successo cantando le sue emozionanti frequentazioni col mercato della domenica mattina affollato dalle più diverse categorie sociali dove ognuno trovava il proprio specifico interesse: per molti la tasca, per taluni l’intelletto e per la maggioranza…la panza. Ma, come sopra accennato, i costumi cambiano ed oggi, per rispondere ai cambiamenti comportamentali, si sono realizzati dei nuovi luoghi-mercato accentratori dei nostri incontinenti desideri. Siti che giudichiamo più idonei alle nostre abitudini ed esigenze che chiamiamo “Ipermercati o Centri Commerciali”, dislocati in strutture eleganti e confortevoli dove molte Genti si accalcano quotidianamente; essi costituiscono il luogo depositario dei bisogni e dei desideri dell’attuale individuo “popolano”. Moderni, asettici, organizzati ed ammiccanti, i Centri Commerciali sono costituiti da una “rivoluzionaria” architettura studiata appositamente per attrarre l’acquirente ed introdurlo in un orientato percorso di confortevoli parcheggi, invitanti ingressi, sfavillanti vetrine corredate da brillanti ed invitanti signore o muscolati ragazzi (si risponde a tutti i gusti), sazianti cibi e di ipnotizzanti divertimenti, col dichiarato fine di trattenere il visitatore a lungo nell’ambito luogo dei desideri. Un ammiccante e rassicurante luogo dove ogni giorno, nell’ovattato tepore o refrigerato ambiente, si celebra la promessa di esaudire qualsiasi richiesta, dove tutto il desiderabile è a portata di mano o meglio, di portafoglio. In tutto questo sfavillio, in questa abbacinante “Disneyland” un poco artificiale dove si trascorrono intere giornate, ciò che risulta latente, ciò ch’è difficile da rintracciare non è la merce, non è il voluttuario bene, bensì il rapporto umano. I nuovi luoghi non offrono questa naturale esigenza che invece ha offerto la millenaria attività del mercato tradizionale, vera fucina dove si forgiano le arti della contrattazione, della persuasione, dell’emulazione, dell’empatia, indispensabile corredo delle qualità individuali. Risulta arduo, in questi nuovi edonistici luoghi, riuscire a praticare la umana arte del convincimento e della condivisione; ciò che conta, ciò che rende dignità, è esclusivamente la capacità inerente al plafond della propria carta di credito. Questa mia riflessione non intende divulgare dei valori di “Democrazia Sociale”, ormai considerati superati, o dare una visione edulcorata della passata realtà ch’è anche caratterizzata da ben altre spiacevoli ed indesiderate azioni, ma credo fortemente che, seppur spesso colpevolmente immersi nell’incuria o relegati ai margini periferici (ma non è questo il caso del Mercato Trionfale), nei mercati-suk tradizionali viene ancora esercitata l’arte dei fondamentali rapporti umani, quali quelli della solidarietà e della condivisione d’intenti che consentono alla vita umana di perpetuarsi nella sua complicata semplicità.    

In questi secolari luoghi dove prima di riuscire ad acquistare un maglione devi conoscere pedissequamente tutto l’iter del prodotto che si dirama dal pastore che ha effettuato la cardatura della lana all’artigiano che ha stretto i nodi, ai nomi dell’intera famiglia del venditore che lo ha selezionato, dove devi assolutamente contrattare il prezzo richiesto attingendo a tutte le tue capacità di persuasione per poi, infine, allontanarti esausto ma felice convinto di avere fatto un affare acquistando un pantalone. Il mercato tradizionale consente ancora un sentimento di vera convivialità. Tutto ciò, la cittadinanza del quartiere con il suo secolare radicamento “popolare” lo sà, e lo rinnova ogni mattino al suo risveglio quando si confonde negli spazi del Mercato Trionfale che, nel confusionario cicalare delle sue voci e dei suoi invitanti profumi, continua ad assicurare a tutti, senza distinzioni sociali (ma con interminabili trattative), un nuovo giorno di vitali opportunità.

 

Iorise Agostinelli autore del libro S.P.Q.R. acquistabile su lafeltrinelli.it

 

 

 


NOVEMBRE 2015

La curiosa notizia riportata alcuni giorni orsono dal quotidiano “il Secolo XIX”  riguardo al “Forte Braschi  violato” mi fornisce lo spunto per  introdurre questa struttura che con la sua presenza caratterizza il quartiere Trionfale ma al contempo  è pressoché  sconosciuta ai residenti. Il giornalista scandalizzato denunciava  l’avvenuta abusiva intrusione delle telecamere del gigante Nord Americano  Google all’interno del “Forte” violandone la segretezza.  La denuncia era  imperniata sull’azione spionistica  delle telecamere e polemizzava  sulla facilità con la quale queste si erano introdotte nel Forte raggirando i sistemi di sicurezza dei Servizi Segreti Italiani.  Servizi segreti?... certo per l’ingenuo cittadino venire a conoscenza che le rustiche vecchie mura di Forte Braschi, uno dei 15 bastioni  dislocati nei punti strategici del territorio di Roma decretati nel 1877 dall’allora nascente Governo Monarchico italiano con Regio decreto n° 4007,  ed innalzate per la difesa della nuova capitale che con la sua annessione completava il disegno politico del Regno Sabaudo, siano divenute oggi  il centro occulto delle avanzate organizzazioni spionistiche degli avanzati Servizi Segreti Nazionali, lascia un poco disorientati considerando che  il Forte, e tutta la cinta muraria,  furono da subito superate dalla nuova tecnologia militare.

Immaginare che, in quelle scrostate mura,  oggi risiederebbe la occulta base dei super servizi di sicurezza nazionali come il SISMI con i suoi “agenti 007” fa sorridere.  La fantasia, sorretta da una corposa letteratura e cinematografia di spionaggio, ci solleciterebbe  la materializzazione di ben altri luoghi per individuare l’ubicazione di tali servizi, che so, grattacieli di riflettenti superfici di cristallo o bunker sotterranei accessibili esclusivamente via mare con sottomarini atomici… sovviene naturale ironizzare sull’equipaggiamento dei nostri agenti:  saranno stati dotati di funi, ganci e olio  bollente per respingere gli assalti di catapulte, balestre e poderosi arieti? A questa immaginaria e ridicola ipotesi non so rispondere, ma immerso in  questi inestricabili segreti, che sono la fondamentale linfa di quella narrativa sopra citata,  ne seguo affascinato la scia e vi propongo un curioso giallo-storico degno della sceneggiatura del libro-film  “Il nome della rosa”.

Il quesito che vi sottopongo è questo: a cosa è legato il nome dato al Forte presente su questo territorio arrivato all’attenzione della cronaca?... perché cioè, Forte Braschi si chiama “Braschi” e non Trionfale?  Essendo il territorio quello del “Trionfale”  sarebbe logico che il Forte ne perpetrasse il nome, come  accade per gli altri suoi simili che si chiamano “Forte Antenne” o “Forte Tiburtino“.  Ecco che da subito si entra nella caligine degli eventi storici.

Una veloce ricerca rivela che il Forte in questione  condivide il nome del più influente Cardinale del XVIII secolo, quello dell’aristocratico Romoaldo Braschi-Onesti.  Cosa ci azzecca, direbbe qualcuno, un Cardinale con un forte militare? Siete già eccitati dalla intrigante ed intricata trama che si delinea, vero?... proseguiamo ed inoltriamoci nell’intrico storico. Nato a Cesena nella metà del 1700, il giovane Romoaldo Braschi  fu introdotto al percorso degli studi teologici ed alla conseguente carriera ecclesiastica come da consuetudine familiare, infatti nella nobile famiglia vi era già un potente cardinale, quel Giovanni Angelo Braschi che a breve diverrà papa Pio VI (1775-99). Così il nostro Braschi Romualdo fu incoraggiato alla carriera ecclesiastica e, terminati gli studi presso il Collegio dei nobili di Ravenna, fu chiamato a Roma dallo zio che nel frattempo era divenuto Pontefice e lo nominò  Delegato Apostolico presso la corte di Francia. Nel suo primo viaggio ufficiale in terra francese il giovane neo Delegato  Braschi strinse una personale  amicizia con il re Luigi XVI dal quale ricevette, al fine di suggellare questa simpatia,  la sostanziosa e perpetua rendita dell’abbazia della Diocesi di Meoux; l’amicizia accidentalmente non durò a lungo per l’improvvisa quanto indesiderata dipartita dello stesso Re, avvenuta nella affollata Place de la Concorde di Parigi.

Dal 1780 ricoprì la carica di Maggiordomo e Prefetto dei Sacri Palazzi (il che gli consentì di organizzare una fastosa cerimonia per il matrimonio del fratello Luigi all’interno della Cappella Sistina);  nel 1784 Romoaldo divenne il potente ed influente “Cardinal Nipote” (ruolo che ricoprì con sagacia e tribolazione vista la tumultuosa epoca che gli fu, “dall’Onnipotente” concessa di vivere); nel 1786 ottenne l’onorificenza della Gran Croce dell’Ordine dei ss. Maurizio e Lazzaro e divenne Gran Priore dell’Ordine di Malta a Roma,  onorificenza attribuitagli  “brevi manu”, dal Re di Sardegna Vittorio Amedeo III di Savoia. La trama degli eventi si infittisce!  Avete compreso in quale intreccio storico-poliziesco degno dei  grandi virtuosi letterari di genere ci stiamo introducendo?... no?... vi siete forse persi nei labirintici corridoi dei Palazzi?... bene, vi lancio un robusto filo per uscirne e vi dico che ci troviamo nel periodo storico europeo  più “effervescente”  dell’epoca moderna: sull’intero Vecchio Continente vi sono movimenti rivoluzionari che sciamano ed esportano la rivoluzione in Nord America, mentre quella Francese, dotata del rappresentativo ed efficiente strumento realizzato da Ignace  Guillotin è alle porte, i Giacobini invadono e promulgano Costituzioni Repubblicane sull’intero territorio monarchico, Roma stessa vedrà a breve  proclamata la  Repubblica Romana (1798-99) e il vento del Nord soffia  gelido e tagliente sul collo degli istituzionali rappresentanti e loro cosa fanno?.. stringono convenienti amicizie, realizzano grandi avvenimenti mondani  si scambiano onorificenze… in una parola, si autocelebrano.  Possedevano un sangue freddo eccezionale o vi era una volontaria aristocratica sufficienza nel leggere i tumultuosi avvenimenti?  Cerchiamo di rispondere a questa domanda. L’ aristocrazia secolare dominante confidava sul fatto che giammai sarebbe stato sovvertito il sacro legame che sanciva per volontà divina “Ab Aeternum”  alla guida del “Popolo di Dio” l’Aristocrazia, la quale era spiritualmente guidata dall’unico rappresentante  di Dio in Terra, il Papa di Roma. Insomma, fin quando il secolare sodalizio tra Chiesa e Stato si perpetuava, la classe dominante si sentiva intoccabile.  Inoltriamoci nelle brume del tempo tenendo bene in vista i protagonisti, il Cardinale Braschi ed il savoiardo Amedeo III; essi ci forniscono un esempio illuminante delle trame che si ordirono all’interno delle celate stanze dei Palazzi rappresentativi del millenario connubio Teocratico.  All’apparente sincronismo di intenti  vi era una oscura , segreta, opposta condotta delle due Istituzioni riscontrabile nei  nostri due protagonisti i quali, l’uno, Amedeo III, mentre pubblicamente mostrava devozione alla Santa Apostolica Romana Chiesa contemporaneamente  apparteneva alla Setta Massonica (setta scomunicata dal Pontefice Clemente XII nel 1738); specularmente l’altro, il Cardinale Braschi, officiava a Parigi, alla presenza del nuovo papa Pio VII (Gregorio Barnaba Chiaromonti)  l’incoronazione ad imperatore di Napoleone (1804) e questo mentre lo Stato Pontificio veniva ridimensionato territorialmente ed i suoi rappresentanti subivano la deportazione e l’esilio (papa Pio VI). Quale fosco ordito veniva tessuto nelle celate stanze dei Palazzi del potere? Napoleone  dal suo palazzo ancora splendente, diffidò della fasulla partecipazione all’incoronazione  del Vescovo di Roma e del suo Cardinale e da lì a breve, decise di scendere in Italia ed annetterla, insieme alla città del Papa di Roma,  all’Impero francese (1809). Pio VII subì la prigionia e l’esilio prima a Savona e poi a Fontainebleau in Francia, il cardinale Braschi fuggì nella sua Cesena, ma la Curia non restò dispersa ed inoperosa, l’Imperatore francese fu ovunque osteggiato e, dopo la sua rumorosa nonché  sospirata caduta a Waterloo, Pio VII rientrò a Roma ed il cardinale Braschi fece in tempo, prima di morire all’età di 64 anni, ad issare di nuovo il giallo vessillo Pontificio sul Palazzo del Quirinale (nel quale Napoleone mai mise piede) e vederlo di nuovo orgogliosamente garrire al vento della Restaurazione (1815), con la quale lo Stato Pontificio tornò nella sua originaria dimensione, l’unione ed il legame tra il potere Secolare e quello Temporale fu di nuovo sancito ma la storica diffidenza continuava a serpeggiare tra i protagonisti.  Non passò molto tempo infatti, che il “sacro territorio romano” fu di nuovo occupato (1870) e questa volta da quegli stessi  aristocratici dal nome Savoia, che dispensavano onorificenze  al “Cardinal Nipote”.   Per dissuadere nuove volontà “restauratrici” costruirono la cintura fortificata intorno Roma, ripiegarono l’ormai  floscio giallo vessillo Pontificio e si stabilirono sul Quirinale. Comunque, dall’alto del loro aristocratico blasone i nuovi governanti non dimenticarono la forma, riconobbero agli sconfitti l’onore delle armi lasciando il loro ricordo ai posteri nel nome del bastione, Braschi , per l’appunto.  Che storia!.. quale trama!..  a quali riflessioni ci sottopone il disvelamento di celati “segreti storici”.  Altro che le segrete immagini rubate dall’occhio della telecamera, si è risolto brillantemente  un secolare enigma usando la vecchia semplice “lente” altro che le soporifere immagini  di Google. Un egregio lavoro investigativo mi pare.                                                                                                                                                                                   

 

 

                               Agostinelli Iorise  autore del libro Basso, Alto o Medio…cre?  acquistabile su lafeltrinelli.it