AURELIO - DICEMBRE 2016

C’è un edificio qui, in questo territorio dell’Aurelio, che mi è sempre parso molto intrigante; pressoché invisibile, immerso in venti ettari di parco e circondato com’è da alberi ad alto fusto che lo celano alla vista, è una presenza occulta che ha sempre sollecitato la mia fantasia, particolarmente quando, dall’alto della terrazza del Gianicolo, ho visto emergere, dal verde spazio che avvolge la villa come un delicato stelo di primula stagionale, una orientalizzante e brillante guglia. Vi assicuro che serve molto meno ad eccitare la mia curiosità e ho iniziato la ricerca  al d’appagare la mia e, sono certo, altrui curiosità.  Ho così appreso che la struttura, così poeticamente da me introdotta, è la Chiesa ortodossa di Santa Caterina Martire.    

Fu voluta dalla congregazione Ortodossa di Roma all’interno del parco dell’ambasciata Russa, a testimonianza della distensione nei rapporti tra la Santa Sede vaticana ed il rappresentante degli Ortodossi russi, il patriarca Alessio II; iniziata nell’anno 1999 fu ultimata nel 2009 .  Eccitata ancora di più (se possibile) la mia curiosità, effettuo mirate ed approfondite ricerche, e queste mi conducono ad incontrare, come da me sperato, delle personalità direttamente relazionate con la realizzazione o l’esistenza della Villa mentre, del tutto imprevisto,  emerge un curiosissimo intreccio di vita, di ideologia e di romanticismo Novecentesco da apparire frutto di “libertà narrativa” ma ricordate, per  sorprendente che vi apparirà quanto qui riportato, ciò che leggerete appartiene alla pura realtà degli eventi trascorsi .  Eccoli qui di seguito i fatti.                                                                                                                                                          Alla fine del ‘600  la villa venne costruita da un banchiere genovese, il marchese Paolo Girolamo Torre, come rappresentativa residenza nella città della Santa Sede. Nel 1722 la famiglia Torre, per insorte esigenze finanziarie,  vendette la Villa alla congregazione dell’Arcispedale di Santo Spirito in Saxia che la cedette subito a monsignor Giuseppe Maria Feroni,  nobile fiorentino, che la rinnovò incaricando  dei lavori (ed ecco una prima sorpresa) l’architetto Alessandro Galilei. Fu l’illustre diretto discendente dello scienziato Galileo Galilei a svolgere i lavori nella Villa, e proprio colui che a breve otterrà dal papa Clemente XII l’ambita commissione per rinnovare quelle facciate della basilica del Laterano e della chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini che ancora ammiriamo. Alla fine del 700 la Villa passò alla potente famiglia Torlonia con la sua discendente, la contessa Maria Teresa Marescotti, che la abitò per lungo tempo; in seguito, nella prima decade dell’800,  la cedette alla nobile  famiglia Giraud. Erano tempi burrascosi per la città di Roma quelli, ed il Papa se ne allontanava spinto dal vento rivoluzionario levatosi con l’avvento della Repubblica Romana, ma non tardarono ad arrivare le armate francesi in sua difesa e, per gli scambi di artiglieria pesante tra i contendenti, la nobiltà romana si pose in mobilità sparsa. Con la battaglia del Gianicolo del 1849  (e la conseguente caduta della Repubblica Romana)  la Villa rimase seriamente danneggiata dai colpi dei cannoni, così fu abbandonata e declinò. Tempo dopo, tornata la tranquillità sul territorio,  la Villa, o il rudere, fu acquistata dal principe Filippo Andrea V Doria Pamphilij che la annesse alla sua confinante proprietà. 

Ed eccoci al cospetto di un’altra eccellente personalità, discendente della pontificia famiglia che fu il primo a ricoprire la funzione di Sindaco nella Roma annessa al Regno d’Italia e fu poi Senatore del neonato Regno. Anche il nobile Pamphilij, dopo pochi anni, vendette la Villa ai Ricasoli, ancora una illustre famiglia, i quali la cedettero poi al principe russo Semen Semenovich Abamelek Lazarev  nel 1906.  Ed eccoci, finalmente, a conoscere  colui che ha dato l’attuale nome,  Abamelek, alla Villa. Il Principe russo, principiante archeologo, l’acquistò per amore verso la città di Roma e nella convinzione di potervi trovare delle testimonianze dell’antichità, ed ebbe ragione. Infatti, dalle ricerche realizzate, emersero  presto delle vestigia antiche e furono  trovati i resti dell’edificio che ospitava la guardia personale dell’imperatore Nerone insieme ad altri manufatti importanti. Realizzò così una residenza improntata sull’antichità, con marmi, pavimenti a mosaico e affreschi, una dimora degna della nobiltà dei tempi antichi.  Ma il principe Abamelek  non poté godersi a lungo il Ponentino romano visto che morì violentemente nel Caucaso nel 1916.  Sposato alla nobile russa Marija Pavlovna Demidov, le lasciò le sue proprietà, compresa villa Abamelek, ma per questa espresse la volontà che andasse in donazione all’Accademia di Belle Arti di S. Pietroburgo.  La vedova Abamelek rispettò la volontà del marito e fece in modo che la proprietà  finisse all’Accademia russa come dal consorte desiderato, ma accadde qualcosa davvero inatteso e sconvolgente per la nobiltà russa e non solo, avvenne la Rivoluzione ed il potere fu preso  dai “Bolscevichi”. Questo evento rivoluzionario fu ritenuto inaccettabile dalla signora Abamelek e così, al fine di bloccare la donazione, intentò una causa in Italia contro il nuovo Stato Rivoluzionario Russo. 

La signora Abamelek era figlia di Pavel Pavloviĉ Demidov, nobile russo che aveva avuto una lunga frequentazione con l’Italia tanto che aveva acuistato varie proprietà in Toscana, vicino Firenze, a Pratolino ed all’isola d’Elba. Così la principessa Marija crebbe nelle residenze tra  S. Pietroburgo e Firenze e per questo motivo si considerava per metà italiana. La principessa Marija dimostrò sempre un sincero attaccamento all’Italia ed alle sue istituzioni, sentimento che materializzò con numerose opere benefiche e filantropiche . Durante la Prima Guerra Mondiale trasformò la sua villa di Firenze in ospedale per i feriti di guerra e poi la donò, con l’aggiunta di una sostanziosa somma di denaro, all’istituto per mutilati “Casa Nazionale Simone Abamelek- Lazarev” ; intervenne a sostegno dei feriti della forza pubblica italiana causati dai violenti scontri con i “Proletari” che erano scesi in piazza al grido “Viva la Russia, viva la Rivoluzione”, insomma la Principessa si dimostrava una conservatrice  sostenitrice del “naturale potere costituito” ma anche presente con opere benefiche e per questo gradita al potere.  Alla fine degli anni ‘20  fu ricevuta in udienza da B. Mussolini e, per l’occasione, la Nobile russa dimostrò ulteriormente la sua disponibilità e sensibilità verso le sofferenze del popolo donando la somma di Diecimila lire al fine di sostenere le famiglie delle vittime di un tragico evento accaduto nell’Italia settentrionale; Il 10 Aprile del 1930, in occasione delle nozze di Edda Mussolini con il conte Ciano, la signora Abamelek  fece pervenire il suo personale (sontuoso) regalo alla coppia scrivendo personalmente al Duce queste righe :   “in segno della grande ammirazione che nutro per Chi ha salvato l‘Italia dall’abisso in cui è caduta la mia patria, la  Russia”.  Nel 1934, dopo l’attentato dei Nazionalisti croati nel quale restò ucciso il re Alessandro I, la Principessa inviò un preoccupato messaggio al Duce, questo il contenuto : “ S.E. Mussolini – Roma,  a conoscenza degli impegni pubblici di V.E. coll’animo devotamente affezionato prego  V.E. di non partecipare al corteo programmato. Vorrà compatire questo mio angoscioso sentimento dopo l’orribile fatto di Marsiglia occorso. L’Italia siete Voi e l’Italia è Voi”.  Si ha dunque la documentazione di uno stravagante scambio epistolare tra una rappresentante conservatrice dell’alta nobiltà russa ed il rappresentante della rivoluzione ideologica “Nazional popolare”, fatto che apre a considerazioni diverse sui reali rapporti con la Russia prerivoluzionaria.  Nel frattempo la causa intentata contro il nuovo Stato Sovietico,  alla quale tanto teneva la signora Abamelek, inaspettatamente si arenò (vizio epocale a quanto pare). Usufruendo delle amicizie nell’alta borghesia sulle quali confidava, la signora Abamelek incontrò di nuovo il Duce nel 1935,  e gli chiese di intervenire al fine di velocizzare il verdetto sulla causa intentata. Mussolini non disattese le attese e la contesa legale sembrò accelerare e parve volgere a favore della Principessa  ma, inaspettatamente, al momento della sentenza, nel 1937,  la causa fu rimandata alla Corte di appello di Roma con data di discussione da definire.  Dopo lunghissima attesa la Principessa vedeva disattese le sue aspettative malgrado il distratto intervento del Duce, ma questi aveva ben altre priorità impegnato com’era  nel costruire il nuovo Impero. Così, nel disappunto della nobildonna russa, la proprietà  seguì le disposizioni testamentarie. Poi il conflitto, con la conseguente caduta del Fascismo, e Villa Abamelek fu prima espropriata dal nuovo Stato italiano per essere riconsegnata,  poi, alla Federazione dell’Unione Sovietica e per finire, oggi, nelle proprietà della Federazione Russa. 

La principessa Abamelek morì amareggiata a Pratolino, vicino Firenze, nel 1955; non riuscì a salvare la Villa, non le riuscì l’azione di difesa della nobiltà Russa zarista né della nobiltà Italiana fascista, tutte scomparvero. Per fortuna la Villa è ancora qui a sollecitare la nostra curiosità sulla vita in essa trascorsa.                                                                                                                                      

 

(Notizie ricavate dalla documentazione dell’ Archivio Storico della Provincia di Firenze)                              

 

 

Agostinelli Iorise autore del libro S.P.Q.R. acquistabile su  www.lafeltrinelli.it