GIANICOLENSE, MONTEVERDE VECCHIO - APRILE 2018

Ci fu un tempo, a noi non lontano, dove molto fu teorizzato sull’organizzazione sociale umana, e parecchio accadde nella secolare immobilità resa immutabile, in quanto cristallizzata dalla divinità; eppure, repentinamente quanto sorprendentemente, in quell’anno 1848, tutto mutò, e successe proprio quello che viene ricordato come un '48. Non fu un mutamento indolore, ma avvenne tra sommosse e contestazioni, un’esplosione di tali traumatici eventi sociali che segnò le future genti europee. Fu un’era di stravolgimenti e capovolgimenti, dove il basso si pose ambiziosamente  in alto e l’alto fu ridimensionato in basso, vennero cancellate le classi d’appartenenza per nascita, dove si veniva incasellati nei relativi quadri ed obbligati ad indossarne i riconoscibili corrispondenti abiti, furono emancipati gli schiavi della gleba e debellati i padroni per dinastia; in quei tempi, segnava la via dell’emancipazione l’intraprendenza della neonata Borghesia. Ognuno poteva ambire al successo sociale, niente più artificiose barriere poggianti su una netta distinzione di ceto, censo ed istruzione ma universale individuale partecipazione. Furono anni caldi quelli, infuocati da quelle inusuali idee repubblicano-liberali, le quali incendiarono prima i cuori e le menti e poi armarono le mani di immense masse di differenti genti, stanche di vedersi imporre con la restaurazione (Congresso di Vienna) quell’Ancien Règime combattuto e universalmente condannato.  Anche nella città “Santa” di Roma, intorpidita dai secolari sermoni del suo universale Vescovo, arrivarono le rianimatrici grida dei fratelli liberali europei, alle quali presto si unirono, caldeggiate dai bisbigli degli intellettuali e rinvigorite dai dissociati rampolli aristocratici nostrani, quelle dei sudditi popolani . Persino l’immagine rassicurante del Gesù cristiano abbandonò le sue molteplici regali residenze, e sembrò riaffermare la sua naturale insubordinazione verso il potere costituito unendosi alle marcianti sovversive genti. Roma divenne così,  un ribollente “Melting pot” internazionale  ignoto alla memoria della città, fu quel 1848 che la storia ricorda come l’anno che ogni cosa fece deflagrare sovvertendo gli iniqui, inalterabili equilibri secolari.  Così i regnanti, nella speranza di conservarsi, concessero le prime Costituzioni e nelle differenti capitali si innalzarono i vessilli delle Repubbliche liberali e così avvenne anche a Roma.  La Chiesa non le accettò, rivendicò la sua supremazia etica e morale reclamando la sua continuità nella guida sociale mentre il papa Pio IX , costretto a lasciare il Sacro Suolo con la fuga da Roma, si acquartierò momentaneamente nell’accogliente Regno delle due Sicilie.

Da qui rispose alle grida ed agli scoppi nelle strade nel modo più duro che gli era possibile fare, utilizzò le (affilate) armi della dottrina, con i suoi veementi  sermoni, e della spada chiamando a sé le protettrici armate conservatrici. Tornò presto in città, in pompa magna da vero sovrano Universale soltanto cinque mesi dopo la promulgazione della Repubblica e fece in tempo, nel frastuono generale, a condannare tutta la Modernità con il Sillabo (elenco contenente i principali errori del nostro tempo), unito all’enciclica  "Quanta Cura" dove ribadiva la propria infallibilità sulle cose terrene. Era il 1864.  Gli eventi successivi gli diedero su ogni cosa torto (nascita della nazione e Regno d’Italia nel 1870 e scomparsa dello Stato pontificio)  e Roma fu ancora al centro di questi fermenti sociali: il territorio di Monteverde, per la sua dominante posizione geografica, fu reso protagonista degli eventi rivoluzionari, con i contendenti che difesero ed attaccarono le alture gianicolensi, la Porta di San Pancrazio, le larghe spianate di Villa Pamphili.

La resistenza repubblicana, guidata dall’audace Giuseppe Garibaldi, fu eroica ma si esaurì in fretta dinanzi all’artiglieria pesante dell’esercito restauratore, a testimoniare ciò, sono ancora visibili i pesanti segni lasciati dalle palle di cannone su quell’edificio barocco chiamato il “Vascello” (Villa Giraud) che fu, in quel breve ma intenso scambio d’artiglieria, il quartiere generale della difesa repubblicana.

Perirono negli scontri giovani idealisti come il Mameli, ma non gli ideali, che ancora oggi plaudiamo nel tricolore italiano.  La idealizzazione dei moti liberal-repubblicani fu così presente nell’immaginario popolare, che venne largamente strumentalizzata da successive opposte forze popolari  in storica contrapposizione tra loro, come quelle Socialista-Comunista e quella Fascista, appropriandosi, alternativamente e indebitamente, delle gesta degli abiti garibaldini.  Ma gli anni trascorrono e le vicende umane si aggrovigliano;

è curioso sapere che oggi  il “Vascello”, simbolo dell’anelata libertà del popolo italiano, sia di proprietà dei massoni del Grande Oriente d’Italia e loro sede di rappresentanza. All’apparenza sembrerebbe un ossimoro della storia invece, a ben vedere, ci si accorge che il GOI (Grande Oriente d’Italia), fondato ufficialmente nella città di Charleston  negli Stati Uniti nel 1801 e  strutturatosi  in Italia nel 1805 come “Supremo Consiglio d’Italia del Rito Scozzese Antico ed Accettato”, si rese molto attivo nell’azione di affermazione degli ideali libertari e basti ricordare, e non è certo una rivelazione, che a questa Loggia appartenne lo stesso Giuseppe Garibaldi che vi ricoprì la solenne carica di “Sovrano e grande ispettore generale”. Una approssimativa ricerca, da me effettuata sulla lista degli appartenenti alla Loggia, mi informa però (e questa è una scoperta) che una moltitudine di personalità di spicco del tempo vi appartenne.

Nella lista vi sono, oltre al generale Garibaldi citato, altri patrioti come il figlio Ricciotti, Federico Campanella, Francesco Raffaele Curzio e Giuseppe Mazzini; poi dei politici come Agostino Depretis  (Presidente del Consiglio del Regno d’Italia), Francesco Crispi (pluriministro nel Regno d’Italia), Luigi Pianciani ed Ernesto Nathan (Sindaci di Roma)…oppure inventori come Antonio Meucci; medici come Gaetano La Loggia e Timoteo Riboli; poeti come Giosuè Carducci e Olindo Guerrini; artisti come Ettore Ferrari (autore della statua di Giordano Bruno in Campo dè Fiori); il Re di Spagna e Duca d’Aosta Amedeo Ferdinando Maria di Savoia; l’elenco è lungo e non ho lo spazio per riportarlo integralmente, però i nomi citati sono già di per sé rappresentativi di una complessa realtà, denunciano la presenza di appartenenti alla Loggia in ogni settore civile ed istituzionale, si intuisce allora di come questa organizzazione semi-occulta abbia inciso sulle vicende nazionali. Certamente quegli anni subirono l’influsso di quelli precedenti caratterizzati dai movimenti “Carbonari”; immersi in una organizzazione sociale opprimente di qualsiasi libertà individuale, per i sudditi non era certo possibile effettuare le proprie rivendicazioni alla luce del sole però, per noi, cittadini dello Stato di Diritto, sapere che dietro ai movimenti rivoluzionari popolari che furono la matrice per la nascita della nazione Italia, vi fu una sorta di Lobby segreta che elaborava tesi e muoveva i fili istituzionali nell’oscurità, lascia perplessi. Nel corso degli anni vi fu una dura condanna della Massoneria espressa sia dalla Chiesa sia da parte del Governo fascista, che perseguì gli affiliati e ne chiuse le Logge.  Anche nella nostra Repubblica molteplici sono state le prese di posizione contrarie alla Massoneria (vedi Loggia P2). Allora mi chiedo, vi fu e vi è forse, una volontaria conveniente negazione da parte delle istituzioni, della reale oscura appartenenza alla setta di questi illustri personaggi? Davvero tutte le Istituzioni costituite erano all’oscuro dell’appartenenza di questi illustri signori alla Massoneria?

La Massoneria ufficialmente non è mai stata un’organizzazione “segreta” ma sin dalla sua nascita, in Inghilterra nel XVIII secolo, si è proposta con un alone di oscuro mistero ammantato d’insegnamento esoterico tanto che, ancora oggi, nell’immaginario generale la massoneria è sinonimo di “occultismo” e di “complottismo” ed è stata più volte inserita nelle variegate “Teorie del Complotto” elaborate negli anni, le quali ipotizzano che un manipolo di uomini potenti, legati da un rito iniziatico, riescano a guidare o condizionare le scelte e gli eventi di intere nazioni o addirittura dell’intero pianeta. Personalmente non ho mai dato peso a queste teorie complottiste ma debbo ammettere che sono molto intriganti e sollecitano la fantasia; comunque, da quanto emerso da questo breve scritto, naturalmente derivano delle domande.  E se tutti noi fossimo figli del “Complottismo” massonico? Godremmo oggi delle libertà generosamente a noi “octroyée” (concesse) da occulti potentati?  E cosa sarebbero le nostre conquistate libertà ed i nostri insanguinati eroi? Sentirsi manipolati da un oscuro Grande Fratello è poco piacevole ma forse, ,ma non per tutti è così, alcuni si sentono liberi soltanto quando viene loro detto cosa devono fare.

GIANICOLENSE, MONTEVERDE VECCHIO - GIUGNO 2015

Quanta storia! Quanti eventi! Quanti drammi! Quanti eroismi! Quanta vergogna! Quanti e quali differenti accadimenti si sono succeduti su questo territorio!.. decidere di quale specifico evento trattare tra i tanti che caratterizzarono lo sviluppo del quartiere Monteverde Vecchio è veramente arduo, talmente numerosi sono gli accadimenti che si affastellano diramandosi dall’antichità sino a saldarsi alla modernità.  

Quale periodo riportare allora?.. quale evento ricordare?.. iniziare forse dai primordi e scrivere del territorio dedicato dalle primigenie romane all’Antica divinità “Giano il Bifronte” dal quale ne eredita il nome di Gianicolo?.. o forse trattare della magnifica antagonista civiltà etrusca che con il suo esercito guidato dal Lucumone Porsenna a lungo stazionò su questi luoghi soggiogando la nascente universale Roma?.. oppure ricordare le importanti strade romane che attraversavano questo territorio e che costituivano le arterie trasportanti linfa vitale dal resto dell’Impero?.. o forse, è più attuale narrare delle invasioni straniere le quali, straripando su questo territorio imperversarono nell’intera città, padri di quelle stesse genti che in seguito introdussero quella rivoluzionaria idea Liberale che sollecitò la formazione della prima Repubblica romana del 1798  

la quale aprì la strada alla seconda e breve esperienza repubblicana del 1849 quella mazziniana e garibaldina, che lasciò un ricordo indelebile nell’immaginario collettivo del nascente nuovo cittadino italiano alla formazione del quale contribuì, non poco, la romantica eroica azione di un popolano romano di nome Angelo Brunetti detto il Ciceruacchio?..  davvero un problema decidere quale riportare tra i tanti avvenimenti che qui si dispiegarono e, visto che sono in questa situazione d’incertezza riflessiva e che certamente avrò occasione in seguito, di trattare di quegli eventi sopra accennati ed ampiamente vergati sui testi storici nonché  rammentati dai letterati o ingigantiti dai fantasiosi strumenti cinematografici, attrarrò l’attenzione del lettore scrivendo di qualcosa che è generalmente trascurato dalla disamina degli eventi storici perché ritenuto secondario, ma vedrete, vi accorgerete che in verità non lo è affatto.

Vi introduco subito nel contesto storico da me deciso e per fare ciò non può esservi migliore prefazione che varcare l’antica soglia d’ingresso ancora qui presente, che ci consentirà d’osservare con occhio indiscreto una cruciale parte della vita della Roma del XVII secolo.

Lo varchiamo come lo si faceva al tempo, gridando la richiesta d’attraversamento e porgendo al contabile preposto, attorniato dagli armati sbirri, la quantità di denaro stabilita per il pedaggio.

 

E si, perchè per oltrepassare la soglia della famosa porta di S. Pancrazio, posta allora a sbarramento del territorio dall’allora papa Urbano VIII (Maffeo Barberini), si doveva pagare un corrispettivo monetario, una gabella. La famosa Porta era incassata nelle nuove possenti mura Gianicolensi volute da Urbano VIII,  le quali ampliavano la antecedente cinta muraria voluta dall’imperatore Aureliano nel III secolo. Questa nuova “diga” fu innalzata nel 1640  ed aveva lo scopo ufficiale di “impedire” gli attacchi alla città dal lato destro del Tevere integrando le mura Leonine costruite a difesa del Vaticano settecento anni prima. Certo i nemici della città, anche ai tempi dei Papi, non erano mai mancati e non mancavano al tempo di Urbano VIII, ma questo mastodontico lavoro sembrò inutile anche allora, per il fatto evidente che i principali e più pericolosi nemici il Papa li aveva dentro la sua abitazione ed, al tempo, erano ben materializzati nella potente famiglia dei... Farnese.

Era in atto infatti una feroce faida, una delle tante  scaturite tra le potenti famiglie romane detentrici del soglio di Pietro, che inondò di sangue la città ed i suoi dintorni abbattendo mura e porte più o meno colossali.

La scintilla ufficiale che innescò la dura azione armata del papato la provocò Odoardo Farnese, signore dei ducati di Ronciglione e Castro nonché di Parma e Piacenza, non corrispondendo le prebende delle rendite di questi territori alla Corte Pontificia; in verità vi era la volontà da parte della famiglia Barberini di allargare la propria personale influenza anche su quei territori togliendoli al dominio dei Farnese. Così nel 1641  fu il Papa in persona (non voleva perdersi lo spettacolo del trionfo sugli odiati rivali) a guidare l’esercito papale nell’invasione dei Ducati di Ronciglione e di Castro proprietà della famiglia Farnese, siti nel territorio di quella che fu l’antica Etruria.

Il desiderio di trionfo di Urbano VIII fu però avvilito dalla resistenza del Farnese che non soltanto si difese, ma addirittura contrattaccò entrando in forze a Roma proprio dove vi era l’antica porta sul Gianicolo costringendo alla difesa il Papa, il quale, al fine di indurre il Farnese a togliere l’assedio, ritirò la scomunica promulgata con relativa cancellazione delle prebende rivendicate. 

Fu dopo questa avvilente disavventura che il Papa prese la decisione che : “ Roma aveva bisogno di rinforzare le proprie difese” e quindi dotò quel lato della città, di una ulteriore cinta muraria che avrebbe scoraggiato gli attacchi esterni e, al contempo, assicurato alla “popolazione” romana sicurezza e protezione.

Questa la versione ufficiale dell’allora Governatore della città... peccato che, come spesso accade si pensò che le porte, unica possibilità di transito di genti e merci, potevano divenire un ottimo investimento finanziario e fu così che oltrepassare la cinta muraria divenne un lusso per pochi. Altro che “gita fori porta”: per uscire dalla città vi era l’obbligo del pagamento di un pedaggio!.. e, per rientrarvi?.. indovinate?.. esatto!.. sempre un pedaggio. E scommetto che siete in grado d’indovinare anche l’entità del pedaggio... Indovinato. Un Fiorino! Davvero la esilarante  scena del duo Benigni- Troisi nel film “Non ci resta che piangere” non ha esagerato in nulla la realtà del tempo. So che sembrerà assurdo ma le gabelle sugli attraversamenti, anche all’interno della città, rappresentavano un vero salasso per il cittadino, in pochi potevano permettersi il lusso di attraversare un ponte o imbarcarsi da un porto della città come quello di Ripa Grande.

 

Vi assicuro che questa non è una “rivisitazione letteraria” dell’autore, è tutto reale e documentato, gli unici ingressi alla città, le Porte, erano appaltati a privati i quali, dall’attraversamento di genti e merci, ricavavano un sostanzioso lucro. Dal registro della Dogana romana del 1474 si ricava che il prezzo dell’appalto per la Porta di S. Sebastiano era di 25 fiorini semestrali e gli appalti erano distribuiti ad eminenti personalità legate alla Curia pontificia.

Al tempo qui trattato il costo dell’appalto per la Porta di S. Pancrazio era salito a 50 fiorini semestrali!.. ciò indica che questo passaggio era molto trafficato. Dunque, per attraversare una delle diverse porte d’ingresso della città occorreva il pagamento di un… “salato” pedaggio.

La conoscenza di questi fatti ci permette di intuire il motivo dell’isolamento sino al XIX secolo dei Rioni di Roma, questi erano dei veri e propri “isolati paesi” all’interno delle mura delle città!

Comunque, leggendo le cronache del tempo, ci si rende conto che, malgrado l’azione speculativa posta in essere dal potere costituito al suddito veniva concesso, senza dover corrispondere gabelle, di “viaggiare” all’interno del territorio delineato dalle mura e dalla riva del Tevere, andare al di là usando gli attraversamenti era prerogativa esclusiva di Principi e del Clero.

L’attraversamento gratuito della città, per il popolano, veniva assicurato dalle processioni Liturgiche oppure per l’evento dell’Anno Santo, in quel periodo infatti gli attraversamenti erano liberi da gravami.  

Quanto riportato, per quanto esilarante, ci propone una riflessione più che mai attuale, nel periodo storico che più si avvicina all’unità territoriale realizzata dall’Impero romano, la discussione sui pedaggi per l’ingresso nelle città è continuamente riproposto da “accorti tecnici”.

Il rischio è che ci potremmo inconsapevolmente ritrovare in quelle passate condizioni descritte e di doverci gratificare dalle vessatorie richieste monetarie con il solo sterile uso dell’evocativa liberatoria esclamazione di quel Mario, protagonista del film sopra ricordato, indirizzata all’aguzzino esattore… “ma Vafanc...”

 

 Iorise Agostinelli autore del libro Basso, Alto o Medio…cre?  acquistabile su lafeltrinelli.it


GIANICOLENSE, MONTEVERDE VECCHIO -  GENNAIO 2014

Vi è una leggenda che, seppur lontana nel tempo, ancora aleggia su questo territorio, e c’è qualcuno pronto a confermarlo: la notte del 7 di Gennaio di ogni anno si vede sfrecciare, sulla strada di via Leone XIII, una carrozza trainata da 4 neri destrieri avvolta da purpuree vivide fiamme.

Immagino quello che molti staranno pensando: “na’ carozza de ‘sti tempi?... e do’ la trovi?”.

Sì!... lo ribadisco, una carrozza! Che cosa devo fare? Non posso cambiare certi dettagli della fiaba, non posso dire che la notte del 7 Gennaio sfreccia sulla strada uno sportivo... Suv rosso fiamma! Stonerebbe con la protagonista della vicenda. La leggenda è “datata” dunque portate pazienza e lasciatevi trasportare nella vicenda che seppur “datata”, l’ho già detto, sono certo troverete intrigante e chissà, forse più di uno di voi nel passare di là di certo a questa fiaba ripenserà (scusate la rima ma sono entrato nell’atmosfera fiabesca). Dicevo della carrozza in fiamme. Questa, si vocifera a bassa voce e con la bocca velata, trasporta la “Pimpaccia” che, uscita dal suo palazzo in piazza Navona, si reca con il diabolico mezzo di trasporto a Villa Pamphili, che non raggiungerà. Perché?... moderate la curiosità, è una fiaba no?  Ha bisogno dei giusti tempi per creare la giusta elegiàca atmosfera.

Dunque, inquadramento temporale, siamo a Roma ed è la notte del 7 Gennaio del 1655;  muore, dopo giorni di agonia, papa Innocenzo X  e le  voci di Palazzo dicono che :

 “Ella ha tratto da sotto il suo letto due casse piene d’oro e se l’è portate con sé ”.  

Innocenzo X, civilmente Giovanni Battista Pamphili, era il cognato della donna, all’epoca, più importante di Roma (notate che ho posto nella biografia in secondo piano il Papa!) e questa donna era… Donna Olimpia! Proprio quella della omonima via. Donna Olimpia, detta volgarmente la “Pimpaccia”, non era una “romana”, proveniva da Viterbo ed era una delle tre figlie del capitano Maidalchini. Una modesta famiglia la sua, legata al Clero cittadino, ma divenne la donna più potente nella città del Cattolicesimo Universale. Decisa a perseguire una strada molto diversa da quella tracciata da suo padre che l’aveva destinata a prendere i voti, facendo una falsa dichiarazione di tentativo di seduzione operato nei suoi confronti dal Sacerdote spirituale che la istruiva, riuscì a svincolarsi dalla vita monastica preparatale. Non fece trascorrere troppo tempo, la Donna, che si trovò subito un marito facoltoso il quale, provvidamente,  morì dopo soli tre anni di matrimonio. Ora la giovane Olimpia era affrancata e sufficientemente indipendente per rispondere al richiamo suadente della città Eterna. 

 

Ella sapeva ciò che cercava, lo aveva sempre avuto ben presente: desiderava ardentemente l’ingresso nell’aristocrazia e prontamente  trovò la giusta via;

l’opportunità fu l’unione col decaduto ed anziano aristocratico Pamphilio Pamphili che le fece obliterare l’acquistato biglietto d’ingresso.

Era il 1612, da quel momento più nulla e nessuno poté frapporsi al suo smodato desiderio di potere. Donna Olimpia aveva ereditato una discreta somma dal suo primo marito e questo le permise di fare l’agognata scalata sociale sposando il vecchio e impoverito aristocratico ma, soprattutto, le consentì d’investirla sulle capacità del cognato Giovanni Battista. Ella puntava sulla sua possibilità di carriera ecclesiastica, e mai investimento si rivelò più redditizio. Resa vedova anche del secondo marito, Donna Olimpia si dedicò anima e corpo, impiegato con infinita abnegazione, al sostegno delle questioni del cognato G.B. Pamphili il quale, chissà per quale oscuro ed imperscrutabile  disegno della “Provvidenza divina” fu eletto Papa nel 1644 e prese il nome di Innocenzo X. 

Insieme, due corpi ed un’anima, approntarono le azioni da svolgere per rimpinguare le casse dello… Stato. Così, mentre Innocenzo riusciva a vendicare i suoi amici e protettori Barberini facendola pagare al figlio di quel Odoardo Farnese che aveva ridicolizzato il Barberini papa Urbano VIII ,  la Olimpia si dedicava a sbrigare le faccende quotidiane nella città di Roma incontrando ambasciatori, organizzando incontri ed ascoltando le suppliche. Riuscì anche a non dimenticare le persone e le categorie svantaggiate, ed a questo scopo nel 1645 fece emanare un editto dove si asseriva la rispettabilità delle  “meretrici di alta classe”, qualificandole Cortigiane e permettendo loro di viaggiare in carrozza alla luce del giorno. In breve la “liberale” Donna Olimpia divenne una “magnate” della prostituzione.

Fece tutta questa mole di lavoro con tanto e tale impegno e dedizione che, in breve tempo, il Popolo romano per voce del Pasquino nostrano affermò:

“Per chi vuol qualche grazia dal sovrano,

aspra e lunga è la via del Vaticano,

ma se è persona accorta, corre da Donna Olimpia a mani piene

e ciò che vuole ottiene.”

La nobildonna non sottovalutò neppure il potere del mecenatismo e così sponsorizzò artisti affermati e non, ma non dimenticò neanche quelli caduti in “disgrazia”: all’ex architetto del Pontefice, il G. L. Bernini, assegnò i lavori della fontana dei Quattro Fiumi a piazza Navona soltanto perché… si era dimostrato così ardimentoso e delicato nei suoi riguardi, con il dono di un modellino in scala (1/10) della fontana realizzato tutto in argento, che non seppe negargli il suo consenso.

Non dimenticò nulla e nessuno la Nobildonna, nella sua azione meritoria; curò nei minimi particolari l’evento del Giubileo del 1650 con grandiose cerimonie alle quali gli aristocratici invitati gareggiavano nell’ostentare la loro “modestia” tanto che, alla sua udienza, l’ambasciatore di Filippo IV si presentò con un seguito di trecento carrozze tirate da cavalli bardati e “corredate” di negri lacché in porporata livrea. La Nobildonna non sfigurò nel confronto: nelle serate mondane che organizzò nel suo palazzo di Piazza Navona (regalatole da suo cognato) esibiva, come ospite d’onore, l’applauditissimo predicatore gesuita Oliva. Per riqualificare le piazze da raduno di mercato a gioiello altolocato, il costo era elevato ed ecco allora che, per allestire la fontana del citato Bernini, prontamente la gabella per il Popolo arriva dal magnanime Sovrano, “un quattrino per libbra sulla carne e sul sale con l’aumento del costo del grano” ed il fontanone è assicurato.

Nella calura estiva non mancarono i “rinfreschi” organizzati per i suoi altolocati ospiti da Donna Olimpia in una Piazza Navona completamente allagata  trasformata a mo’ di lago.

Questo connubio “imprenditoriale” si impantanò con la improvvisa morte di Innocenzo, che fece però in tempo a donarle le proprietà della Chiesa site nella originaria terra di Donna Olimpia che divenne così Principessa di S.Martino al Cimino, feudataria di Montecalvello, Grotte di S. Stefano e Vallebona con le sue terre, genti e armenti.

Per permettere poi alla Olimpia di portare via il più possibile dal Palazzo, Innocenzo resistette in agonia per tre giorni e, per altri tre, fu tenuta nascosta la sua morte, finché si vide la ricolma carrozza della “Papessa” sparire di gran carriera. A chi le chiese di provvedere alle esequie di suo cognato rispose: “cosa può fare una povera vedova?”.

Il successore, Alessandro VII, tentò di recuperare parte del maltolto ma non vi riuscì, fu solo capace di impedirle il rientro a Roma e così la “Pimpaccia” la “Papessa” si ritirò nel suo palazzo Pamphili a S. Martino al Cimino dove morì colpita dalla peste e, se non vi succede d’incontrare la sua luciferina carrozza sulla omonima via, potete sempre vedere dove sono deposte le sue ossa… nell’antico Borgo, all’abbazia di S. Martino al Cimino.

 

Iorise Agostinelli  autore del libro RomAmor acquistabile su www.ilmiolibro.it