GIANICOLENSE MONTEVERDE NUOVO COLLI PORTUENSI - SETTEMBRE 2015

 

 

Dopo aver passeggiato per il quartiere di Monteverde in lungo ed in largo al fine di riprendere immagini e immagazzinare sensazioni, dopo aver osservato architettoniche presenze ed il continuo sciamare di mezzi e genti nelle pubbliche strade e privati ambienti, dopo aver assorbito una enorme mole di informazioni provenienti dall’ambiente circostante, ineludibile è giunto il momento del rientro, mi introduco allora nella Stazione di Trastevere, distinto spazio pubblico adibito al mio mezzo di trasporto preferito, il treno. 

Nell’attesa del suo arrivo, inizio a fermare parte delle sollecitazioni accumulate prima che esse si diluiscano nei meandri della mia mente. Curvo sul mio strumento di scrittura portatile, lo sguardo non può vagare curioso nei grandi spazi della struttura ma viene attratto dallo scorrere intorno di una miriade di diverse calzature, di differente foggia e colore che scorrono, scivolano, incespicano, saltano, si accalcano, attendono… tutte scompaiono dopo un più o meno lungo lasso di tempo, alcune di esse lasciano dei segni o addirittura solchi sulla pavimentazione ma, tutte, ineluttabilmente, spariscono… automaticamente elaboro, per un semplice accostamento di idee,  la similitudine tra il dispiegarsi della vita umana e lo sciamare  delle persone negli spazi della stazione. .  Il calzante paragone da me riportato ha sollecitato ben più dotte riflessioni già dai tempi antichi, la stazione, che veniva definita la “Posta”, fu un efficiente ed insostituibile sistema di cambio presente sul territorio di quel trascorso Impero romano, che consentiva l’efficienza di società di trasporto, dal nome di TNT o  Trago ; queste stazioni giunsero pressoché inalterate al secolo scorso, quando vi fu l’avvento che modificò  il Mondo e la vita umana, e cioè l’invenzione della macchina a vapore con la sua Ferrovia.  Una delle prime grandi linee ferroviarie ad essere realizzate fu quella Nord Americana dove vi correva sopra, avanti ed indietro senza sosta, la locomotiva simbolo di proprietà della Company Union Pacific Railroad chiamata “Big boy” che trasportò dal 1862 in poi,  le genti europee per la definitiva colonizzazione del Nuovo Continente sostenuta dal presidente A. Lincoln;

l’avvento della ferrovia tracciò la via dello sviluppo dell’economia Mondiale ed incentivò, tra le altre, la costruzione della mitizzata “Transiberiana”, la linea ferroviaria più lunga al Mondo che con i suoi 9288 km e con le sue innumerevoli stazioni collega l’Ovest dell’immensa “Madre Russia” al suo estremo Est, impresa voluta dall’imperatore Nicola II;  o la linea dell’altrettanto mitico “Orient Express” che cucì  con l’intreccio dei suoi acciaiosi binari l’Occidente all’ Oriente trasportando personalità pubbliche e persino la più affascinante delle spie, nome in codice H21 (Mata Hari) sollecitando la fervida fantasia di scrittori come Agatha Christie (Omicidio sull’Orient Express) o quella di J. Fleming che vi ambientò alcune avvincenti e movimentate scene del re degli agenti speciali ( Sir James Bond,  agente  007).  Quante evanescenti immagini ci accompagnano quando parliamo della stazione ferroviaria, alle memorie più acerbe essa si materializza, probabilmente, in una imponente struttura per lo più  in cemento, ospitante avveniristici  locomotori capaci di trasportare alla velocità del “tuono” indaffarati viaggiatori;  per quelle mature, si materializza  in seducenti ed armonizzanti strutture che si dispiegano nell’aria in armoniose volute di contorti materiali ferrosi  disegnanti floreali metallici spazi nei centri urbani; stazioni centrali o periferiche, sobrie o appariscenti, nella loro diversità sempre le accumuna l’immancabile orologio incastonato al loro ingresso, ieri meccanico, oggi digitale posto a ricordare ai viaggiatori che in questo luogo è deleterio “dare tempo al tempo”;    

la stazione, ambita rampa di partenza, troppo spesso colpevolmente celata alla vista da una  “leopardiana siepe” a tanta speranzosa e diversa gente. Questa volontaria citazione letteraria rende evidente come gli intellettuali gli diedero dentro negli anni, nello strumentalizzare e spesso umanizzare la stazione ferroviaria, elaborando parafrasi e similitudini, piegandola ad emblema ora di ideologiche visioni ora di futuristiche previsioni; sagaci menti che arrivarono poeticamente a qualificare le variopinte folle che attraversarono i loro spazi come: “portatrici di Moltitudini solitudini” ( C. Baudelair ) o materialisticamente descritte come luogo di sosta di omogenee “Masse di sradicate realtà contadine” ( E. Zola )  rese realisticamente protagoniste nell’immaginario popolare dagli esausti corpi riprodotti abbandonati  e disfatti su lignei sedili di una “Carrozza di terza classe” (O. Daumier) ;  la stazione ferroviaria ambivalentemente proposta come metafora  delle epilettiche tensioni sociali scaturite dalla nascente “Massa urbana”  o  interpretata come insostituibile strumento del quale valersi per il definitivo volontario abbandono della propria identità come lo fu per quel “ Mattia Pascal” di pirandelliana memoria;  a volte plasmata a luogo di Metafisica dimensione dove rappresentare la fragilità terrena dell’esperienza umana (De Chirico) altre, spiritualizzata in una “modernista” fucina dalla quale emerge, forgiato da mano celeste, un potente locomotore simbolo della “virile, travolgente, poderosa ed innovatrice ideologia” lanciata in una “Futurista” umana dimensione (T. Marinetti);  la fantasia artistica continuò ad essere sollecitata dalla stazione ferroviaria anche con l’avvento delle nuove tecniche di comunicazione e non è un caso che la prima pellicola realizzata riprendeva la stazione ferroviaria della pigra cittadina francese di La Ciotàt invasa dai fumi di una sbruffante macchina ferrosa che si muoveva imperiosa verso  gli attoniti spettatori terrorizzandoli (fratelli Lumiére, 1896) no, di certo non fu un caso, in quanto la stazione continuava ad eccitare l’immaginazione di famosi registi come quella di  J. Ford (Il cavallo d’acciaio, 1924);  la stazione ferroviaria, romanticamente descritta foriera di inaspettati o sospirati  incontri, di desiderate o noiose partenze, di promettenti o deprimenti arrivi… transitorio luogo al cui varcare la porta d’ingresso si può tentennare o  con sollievo speditamente imboccare la sua uscita, dove si possono versare lacrime di felicità per un sorriso che si riceve o di disperazione per una mano aperta che si allontana irrimediabilmente, ma, chissà, anche per l’infrangersi sul volto di ignari viaggiatori di sonori “sganassoni” distribuiti da nostrani e annoiati cinquantenni, come ci mostrò M. Monicelli (Amici miei).   Questa mia veloce e disordinata carrellata di pagine letterarie, di fondamentali opere pittoriche o di tumultuose riprese cinematografiche capaci d’interpretare antiche e nuove aspirazioni umane, riportate di getto su questo scritto, rammenta quanto la Stazione Ferroviaria con la sua strada ferrata sia stata importante, e lo è tuttora, nell’immaginario collettivo e quanto abbia inciso nella sua formazione.    

La  mia riflessione scaturisce dalla abituale frequentazione di questa stazione di Trastevere posta sul territorio di Monteverde in piazza Flavio Biondo, attualmente deputata a smistare il traffico di cinque milioni di  pendolari l’anno provenienti dalle aree periferiche limitrofe della città Metropolitana di Roma.  Mentre scrivo queste righe, per una ragione affettiva, mi tornano alla mente le ottimistiche parole di un letterario viaggiatore, del quale ora non ricordo il nome, con le quali egli sosteneva che : “la vita è cosa bella, ch’è vita dolce quella che non si conosce, non quella passata dunque, ma la futura, che questa ci tratterà certamente meglio della passata e che sarà con il futuro che ci attende che si principierà una nuova felicità…” sento di condividere il sentimento che spronava il letterato a questa fiduciosa affermazione… intento nella riflessione, non mi avvedo della segnalazione luminosa che annuncia l’arrivo del mio treno in stazione, poi, sobbalzando al cigolio delle porte del vagone, le collego all’informazione… mi muovo speditamente ma… riesco soltanto a sbattere contro un “serrato muro”; resto immobile nella stazione di Trastevere a guardare melanconicamente il convoglio che si allontana, seguito dalle sue gialle tremolanti luci, sino a scomparire nel prospettico fondo divenuto di un cupo colore blu; non scrivo le contrastanti riflessioni che ora si affollano nella mente sulla considerazione del mio futuro prossimo, dirò soltanto che in questo momento sono pervaso da un leopardiano “ pessimismo Cosmico ”…desolato mi siedo di nuovo, getto uno sguardo sconsolato all’immancabile orologio appeso il quale, implacabile, mi ricorda i certi lunghi tempi che mi aspettano per il rientro… ora non emulo l’ottimismo del letterario viandante sul sicuro “Futuro” che attende, in questo momento esso non mi appare per niente un “principiare di felicità”.

 

Agostinelli Iorise autore del libro, “Basso, Alto o Medio…cre?”  acquistabile su lafeltrinelli.it 

 

 


GIANICOLENSE MONTEVERDE NUOVO COLLI PORTUENSI - NOVEMBRE 2014

Strutture mastodontiche, a volte asettiche e spesso un poco decadenti, sempre circondate da ridotti spazi verdi,… destinate agli insostituibili interventi sanitari per la popolazione: questi sono gli Ospedali. Sono una istituzione insostituibile e largamente apprezzata ma... chi mai desidera avere l’esigenza di ricorrervi?... pochi... ed io sono uno di quei molti che ne è terrorizzato, eppure, non c’è Istituto, espressione dell’organizzazione sociale civile, che possa vantare la stessa importanza nell’immaginazione delle persone, come quella dell’Ospedale. L’Hospitalia, come lo definivano già nel Basso Impero, divenne con l’avvento della “Nuova” religione Cattolica l’Istituto più rappresentativo della “Carità cristiana”, quello che più avvicinava, ed avvicina, il bisognoso, il debole, alla gerarchia del Potere costituito. L’organizzazione ospedaliera romana la si fa risalire alla costituzione, nel 1204, della Regula Sive Statuta Hospitalis Sanctis Spiritus, costituita per l’ospedale di S. Spirito in Saxia da parte del papa Innocenzo III e di Guido da Montpellier; fu tra le prime in Europa con lo scopo di provvedere alla cura dei propri sudditi, oltre all’esigenza insopprimibile di prevenzione di malattie epidemiche. Una primaria esigenza dunque, tanto che anche le “Nuove” moderne organizzazioni sociali civili come gli Stati, si sono adoperati ad ammodernare, restaurare o a costruire nuove strutture ospedaliere o meglio,  nosocomi, sul territorio. Ed è in questo Quartiere, nell’originaria località di Vigna di S. Carlo (proprietà del Pio Istituto di S.Spirito) che vi è uno dei più grandi nosocomi di Roma, il S. Camillo o, per citarne il nome interamente, il S.Camillo de’ Lellis.

La storia di questo fondamentale servizio pubblico non ha radici molto lontane ma, forse proprio per questa ragione, ha scatenato più volte nel tempo diverse orgogliose rivendicazioni revansciste, le ultime una decina di anni or sono, tornate d’attualità con l’ultima Giunta comunale. A cosa mi riferisco?... non ne siete al corrente?... certo che sì!... ma per i pochi che non lo fossero, ecco l’opportunità che mi consente di fare “sfoggio” della mia… memoria. L’attuale ospedale che tutti conosciamo come il S. Camillo (quindi, anche per coloro che non sono avvezzi alla pratica religiosa, risulta chiaro che si tratta di una personalità ecclesiastica) una volta, nel non troppo lontano passato (1919), nel momento della sua realizzazione, fu deciso che doveva chiamarsi… “Della Vittoria”. Un ospedale con un nome simile?... cosa si vinceva?...(troppo facile rispondere: un posto letto) e poi... della vittoria di chi? Bene, il richiamo storico del nome risulta chiaro se vi soffermate sulla sua data di inizio costruzione, il 1919. 

Si voleva ricordare la “Grande Vittoria dell’Italia” nella 1° Guerra Mondiale. Già, come detto sopra, l’Ospedale è sempre stata un’esigenza insopprimibile del genere umano e, in quegli anni, lo era particolarmente. Milioni di feriti, storpi e disadattati vagavano per tutta l’Europa trascinandosi faticosamente sui “trionfalmente conquistati territori” nazionali e così, tra l’entusiasmo di aver conquistato i territori del “sacro suolo” ed ancora sospinta dal vento Liberale, l’allora neonata classe dirigente italiana volle dare questa ulteriore prova di “sensibilità e vicinanza” ai propri sudditi. Il Re d’Italia, dopo aver benignamente donato la sua Costituzione nel 1848 (per questa ragione è chiamata octroyée) ai propri sudditi, aprendo all’era Liberale italiana, ora paternamente provvedeva a lenirne le ferite di guerra. Per l’inaugurazione dell’ospedale di Roma si accesero le luci sul palco Istituzionale ed apparve, nel tripudio generale, S.M. il Re d’Italia accompagnato dal sindaco di Roma, l’allora onorevole Principe Prospero Colonna. Ma di buoni propositi è “lastricata la strada che porta all’inferno”, cita amaramente un antico detto popolare, ed a sua conferma la così enfaticamente annunciata realizzazione dell’Ospedale si fermò per la congenita mancanza di fondi. Si arrivò così a tempi nei quali anche i possenti venti Liberali scemarono, ed alle “gentili concessioni” si sostituirono le “volitive” deliberazioni. Comunque le iniziative, anche benefiche, non mancavano, ma erano le risorse finanziarie che languivano, ed arriviamo al secondo atto della vicenda della realizzazione dell’Ospedale con il suo secondo nome e relativo battesimo: Ospedale del Littorio. 

Bene. Quando si dice, basta il nome per riconoscere l’oggetto. Sì, si era in era Fascista, e fu il già popolarmente osannato DUX  Benito Mussolini ad intervenire nella realizzazione di un così fondamentale servizio per i sudditi. Lo fece, come suo costume, con grande energia e decisione facendo approvare il finanziamento di 42 Milioni di lire dell’epoca e, quando vi fu nel 1929 alla presenza dello stesso Duce la trionfale inaugurazione, si dice che mille posti letto erano già a disposizione della popolazione romana.

I complimenti, all’allora Istituzione civile, furono generali ed incondizionati; il fatto è che quegli entusiastici encomi (ecco il riferimento iniziale al revanscismo) sono stati recentemente rinnovati dalle Giunte comunali romane con commemorazioni ufficiali. Questo ha innescato non poche polemiche tra le attuali forze politiche e si è avviata una diatriba alla quale non si è sottratto neppure l’Istituto religioso che rivendica la sua attiva azione al fine della realizzazione e dello sviluppo del nosocomio, ed entriamo con queste rivendicazioni nella terza fase, quella post Fascista. 

La Repubblica italiana nell’immediato dopoguerra (1946) ultimò, ampliò e ammodernò la struttura esistente (i lavori terminarono nel 1957) con la immancabile collaborazione delle Gerarchie ecclesiastiche. Non mancò, anche per il nuovo Stato, la ufficiale celebrazione e manifestazione di giubilo per la lodevole iniziativa, ed alla cerimonia d’inaugurazione vi erano, oltre alla presenza delle Istituzioni civili, rappresentate dall’Onorevole Egilberto Martire (mai nome fu così inappropriato data la circostanza), storico attivista del Partito Popolare Italiano ed organizzatore-scrittore di varie associazioni cattoliche nonché esponente della Democrazia Cristiana, anche le Eminentissime personalità del Cardinale Tedeschi, il Monsignore Beretti, il presidente degli Ospedali Riuniti di Roma (istituito nel 1896) prof. Tommaselli, eccetera...eccetera... ;

la Banda dell’Aeronautica, insieme alla Schola Cantorum Camilliano eseguirono l’inno popolare dedicato all’ormai deciso e definitivo nome, Ospedale di S. Camillo de’ Lellis. Tripudio e sospiro di sollievo, finalmente i cittadini romani potevano godere di uno spazio attrezzato alla cura e prevenzione delle malattie, perché, ed è una mia riflessione, per la Popolazione l’unica meritevole considerazione a cui soggiacere è quella di avere un ospedale che allevi qualche suo male.  

Lo scopo dichiarato del Potere costituito è di agire per mitigare le intemperie della vita e di donare al suo assistito il sorriso. Dunque, che faccia pure tutte le sue cerimonie e processioni, che la sua Maestà, l’Eminentissimo o l’Onorevole carichino i loro petti di onorificenze o mostrino i loro gagliardetti, perché tutto ciò ci rassicura in quanto, come dicono le parole di una popolare canzone scritta da un popolare artista recentemente scomparso, e colgo qui l’occasione per ricordarlo, “sempre allegri si deve stare altrimenti il nostro piangere fa male al Re, al Ricco ed al Cardinale”.

 

 

Iorise Agostinelli autore del libro RomAmor acquistabile su www.ilmiolibro.it