PORTUENSE, MAGLIANA - SETTEMBRE 2014

Scrivere di questo quartiere di Roma mi da l’opportunità di eccitare non poco l’ancestrale “orgoglio romano” agli attuali cittadini sull’originarie radici, e di gratificare la mia vanità personale per poter accennare a vecchi brandelli di Antica storia ormai dimenticata nei dormienti libri depositati sugli impolverati scaffali delle biblioteche. Il quartiere di cui tratto, che lusinga le mie riflessioni, è il “Portuense”. Prende il nome dalla strada che lo attraversa, la via Portuense, la quale, per l’intero suo percorso, fende moderni ed anonimi edifici urbani, capannoni industriali e degradati ambienti fluviali.  Si deve possedere la visionaria fantasia  di uno storico d’arte per immaginare oggi, percorrendo l’attuale via, che, al di sotto dell’attuale, si snodava l’Antica Portuensis, fondamentale via di collegamento col nuovo porto sul mare di Ostia voluto e fatto costruire dall’imperatore Claudio nel 42 d.C. al fine di facilitare gli approvvigionamenti della città. L’Antica Portuensis collegava il porto con il centro urbano e, per il fondamentale ruolo che svolgeva, fu ornata per tutto il suo intero percorso da sublime statuaria ed archi trionfali. Credo che pochi, degli attuali cittadini, riescano in tale titanico sforzo immaginativo. Altrettanto difficile risulterà materializzare la via Portuensis di Claudio dipartirsi a ridosso di quella che era l’area Sacra di Ercole che si trovava in quella che è l’attuale piazza di Santa Maria in Cosmedin,  per allungarsi, fiancheggiando il Tevere, verso il mare per poi congiungersi all’altra fondamentale consolare che intersecava questo territorio, la via Campana (attuale via della Magliana) per distaccarsene definitivamente all’altezza di Ponte Galeria  e raggiungere finalmente il mare. Certamente, leggendo questa descrizione, starete riflettendo che la via Portuense attuale viene segnalata dalla famosa Porta Portese, ingresso dell’altrettanto famoso mercato della domenica, e non sbagliate ma… è curioso conoscere che l’attuale Porta fu costruita dal papa Urbano VIII  Barberini nel 1644,  il quale spostò l’originaria Porta Portuensis, che con il trascorrere del tempo era divenuta un fondamentale ingresso delle successive Mura Aureliane, di ben 450 metri al fine di ottimizzare la concomitante costruzione delle Mura gianicolensi con le quali si ampliava la fortificazione delle più antiche Mura leonine. 

Tutte queste fortificazioni, che si succedettero nel tempo, furono causa di molte “cancellazioni” di testimonianze storiche esistenti sul territorio. Dell’Antica Porta Portuensis, ad esempio, non abbiamo più alcuna rimanenza, soltanto il ricordo in brandelli di documenti e, questi, ci rammentano che essa fu un passaggio di fondamentale importanza per i commerci, che fu restaurata dall’imperatore Onorio tra il 401 ed il 403 d.C., che su questa campeggiava una epigrafe, per la nostra memoria storica d’importanza fondamentale, in quanto vi si richiamava la presenza a Roma del generale vandalo-romano Flavio Stilicone e, questo riscontro, mi rende quella lusinghiera possibilità sopra accennata. Il generale, di origine Vandala, ebbe un tormentato rapporto con le gerarchie imperiali passando, inesorabilmente, dalla posizione di eroe militare e reggente dell’imperatore occidentale Onorio, a quella poco gratificante d’incapace, per pervenire  speditamente, poi, nella scomoda e tragica posizione di traditore, la quale lo traslò inesorabilmente alla conseguente condanna a morte e relativa esecuzione. La scomparsa di questo illustre protagonista del tardo Impero, mi permette di collegarmi ad altri eventi che caratterizzeranno le pagine dei manuali di storia. L’antica Porta Portuensis vide passare, al di sotto dei suoi archi, tra le innumerevoli genti, anche quelle meno gradite dei Vandali di Genserico che nel 455 compirono quell’azione devastatrice e funesta che i manuali scolastici ricordano come il “Sacco di Roma” con la quale si suole “chiudere” la storia della Roma imperiale.  Quegli stessi Vandali che, da secoli, erano la spina dorsale delle Legioni romane, al tempo di Stilicone divennero degli abitudinari allegri ospiti nelle “festive” scorribande che spesso, le romanizzate genti, organizzavano nell’attrattiva capitale, Roma.

Il nome di quelle genti Vandale fu legato, da una certa propaganda prona al potere costituito, all’azione predatrice e devastante compiuta da quelle popolazioni “barbare” che “distrussero” la civiltà, tanto che fu coniato l’aggettivo “vandalo” per contraddistinguere tali azioni. 

Molti, ancora, pensando a queste genti, materializzano l’immagine del santo papa Leone I che, armato della sola croce, ferma le fameliche devastatrici orde “vandaliche”.  Bene, dimenticatele e… “resettate” tutte quelle influenze storiografiche passivamente subite ed imposte da compiacenti “studiosi” al fine di dare una utilitaristica versione ideologica degli accadimenti a sostegno ed uso di Governi nazionalisti. Sconvolgerò alcuni, scettici ai voli pindarici della moderna ricerca, dicendo che i Vandali, guidati da Genserico, quasi certamente non vennero a Roma per loro supposta devastante iniziativa, ma furono, invece, calorosamente invitati nella città nientemeno che dall’allora cristianissima imperatrice Licinia Eudossia, figlia di Teodosio II e consorte dell’imperatore Valentiniano III . Come ho avuto già modo, in un altro contesto, di scrivere,  fu l’ Imperatrice che, dopo l’assassinio del consorte Valentiniano, al fine di resistere alla costrizione di un matrimonio istituzionale con  il senatore Petronio Massimo auto proclamatosi nuovo Imperatore, accoratamente invitò Genserico ad intervenire in sua difesa. Genserico, che con le sue genti aveva conquistato gran parte dell’Impero romano Occidentale occupando i territori spagnoli e africani, era molto sensibile alla voce dell’Imperatrice, in quanto rivendicava la promessa sancita tra la famiglia imperiale e quella del re Vandalo di matrimonio tra la principessa Eudocia ed il proprio figlio Unerico; mirava cioè al titolo imperiale.  

Fu così che, prontamente, il regale “Vandalo” si imbarcò dalla conquistata città di  Cartagine per sbarcare con le sue truppe proprio in quello che fu il porto di Claudio, al tempo divenuto di Traiano e, usufruendo della comoda via Portuensis arrivò indisturbato a Roma nella quale entrò spavaldamente proprio attraversando le arcate della Porta Portuensis. Coscienziosamente compì il servigio che era stato chiamato a svolgere, liberò l’Imperatrice e le figlie, mentre l’usurpatore Petronio Massimo fu linciato dalla folla romana imbestialita. Le truppe vandale si lasciarono andare a qualche ruberia ma nulla di eclatante, non furono compiute azioni che danneggiarono la città, si accontentarono di ricevere un “logico” riscatto (per tutte le spese sostenute del viaggio) dalle mani del vescovo Leone.

Subito Genserico abbandonò la città ripercorrendo a ritroso la via Portuensis e, Roma, per nulla abbacinata dalla fulgente figura di Genserico, riprese la sua ormai confusa e non più determinante azione quotidiana nel brulichio delle vie consolari. L’Imperatrice rientrò nella sua residenza di Costantinopoli mentre la principessa Eudocia venne trattenuta a Cartagine dove convogliò a nozze con il principe vandalo Unerico. 

La via Portuensis dunque, ancora una volta, svolse il suo compito, favorì incontri ed iniziative, anche quelle indesiderate. La strada, orgoglio dell’organizzazione civile Antica romana, che per analogia concretava il legame tra culture, viatico per la conoscenza, insostituibile cordone ombelicale tra desiderio e soddisfazione, tra ambizione e moderazione, anche se cancellata dall’attuale geografia urbana, sprona ancora noi cittadini di oggi, che ricalchiamo ignari le sue ancestrali impronte, ad una riflessione: quella di comprendere e, perché no?... magari orgogliosamente fantasticare sul fatto che quel grande, immenso movimento ideale condiviso dalle diverse genti ed enfaticamente definito Universale che si affermò e veicolò, ormai troppi secoli or sono, viaggiando su comode vie consolari, portava il nome di... Romano... da non confondere con la  successiva, illusoria, nonché riduttiva ed osteggiata “romanità”.

 

Iorise Agostinelli autore del libro RomAmor acquistabile su www.feltrinelli.it