OSTIENSE, SAN PAOLO - FEBBRAIO 2018

Eccomi di nuovo a voi affezionati lettori. Siamo tornati su questo territorio della città appartenente al Municipio Roma VIII  con l’ormai attesa iniziativa divulgativa dei “Numeri 1”  divenuta un riferimento per l’intera cittadinanza romana,  nella quale convivono informazioni commerciali e curiosità culturali; ricordo poi di non mancare di visitare il sito Web dei “Numeri 1” dove, tra le altre informazioni, troverete gli articoli storico-artistici già pubblicati dedicati al territorio romano, che possono essere uno spunto anche per ricerche bibliografiche. Detto questo, entro nello spazio che mi compete con la narrazione della storia e delle vicende relative a questo territorio di San Paolo e, per fare ciò, prendo a riferimento, introducendolo con i versi del Sommo Dante Alighieri,  una nota personalità della storia ricordata nel quartiere con un Viale che ne prende il nome, che incise profondamente sulla formazione della Chiesa di Roma determinando la nascita della nostra paleo società Occidentale e, con la speranza di creare una gradevole suspense nel lettore, ne celo il nome:                                                                                                                                                                   “…poscia Costantin che l’aquila volse, contr’ al corso del ciel che ella seguìo, dietro a l’antico che Lavinia tolse, cento e cent’anni e più l’uccel di Dio ne lo stremo d’Europa si ritenne, vicino a’ monti de’ quai prima uscìo; e sotto l’ombra de le sacre penne governò il mondo lì di mano in mano, e, sì cangiando, in su la mia pervenne. Cesare fui e son…”.

 Un incontro casuale ed inaspettato il mio, avvenuto passeggiando per le vie del quartiere, incontro che ha rinverdito in me il ricordo di quei sopra accennati sommi versi, che consacrarono questa Figura per l’eternità alla memoria dell’umana posterità. Così un poco per saziare la costruttiva “vanità intellettuale” dello scrittore, un poco perché emblematica personalità ispiratrice di molteplici contrapposti sentimenti nelle genti e non pochi quesiti negli studiosi, ho deciso di accennare di Costui in questo articolo cercando di ordinare le contraddittorie informazioni giunteci sulla Sua indelebile figura. Rimasto nella storia come colui che riunificò il territorio dell’assediato Impero romano, fu preso come modello di probo Principe-cristiano dal nostro Medievale Sommo Poeta col fine di far ravvedere le sue contemporanee genti dalla loro secolare azione disgregatrice, spronandole a riunire, sotto le protettrici ali dell’aquila imperiale, il parcellizzato ed insanguinato territorio italico.  Un Principe-cristiano ispirato dalla “Divina Provvidenza”, si disse, che seppe perseguire, ed ottenere, la riunificazione dei popoli elevandoli all’antica dignità di romana cittadinanza riordinando l’antica stratificata legislazione sottraendoli,  così, alla strumentale manipolazione ed alla confusione del  “troppo ed il vano” in esse contenuto. Fautore del Corpus Iuris Civilis (Codice delle leggi) 

che contraddistinse tutta la civiltà Occidentale sino ai recenti giorni nostri, ispirato legislatore (si avvalse del contributo del giurista Triboniano) ma anche fervido religioso e Padre della Chiesa romana, si adoperò alacremente nel saldare le laceranti divisioni nelle allora molteplici Chiese cristiane presenti sul territorio dell’Impero, beneficiando della stretta collaborazione di  papa Agapito I. Operò da sapiente e giusto Principe nei confronti del Popolo, portando l’Impero romano al lustro ed alla estensione del passato. La sua magistrale opera civile-religiosa la condivise con la sua leggendaria consorte Teodora nonché co-imperatrice, la quale lo sostenne nei drammatici giorni della rivolta della Nike nel 532  prendendo Essa stessa fondamentali decisioni strategiche nei rapporti con i sottoposti e rivoluzionarie iniziative civili con le quali disciplinò comportamenti e consolidati costumi del Popolo romano.

Teodora, affascinante giovane donna, elevatasi da plebea ad Imperatrice, rappresentò una eroina leggendaria per storici e letterati di ogni tempo tramandandola ai posteri come la vera mente della regale coppia, colei che fu capace nel terribile momento della rivolta, di mantenere i nervi saldi e trattenere il consorte, insieme a tutta la corte imperiale, dal darsi alla fuga; colei che seppe intervenire negli affari imperiali con sagacia e decidere delle sorti di intere componenti della popolazione con amore ed equità. Tutto questo splendore lo si ricava dall’autorevole parola di Procopio da Cesarea, storico e biografo ufficiale di corte che ci lasciò il fondamentale testo : “Storia delle guerre dell’Imperatore…”. Ciò detto, risulta estremamente curioso, sempre seguendo gli scritti, questa volta segreti (“la Storia Segreta”) di Procopio da Cesarea, riflettere sulla contrapposta versione qui fornita, sulle imprese e le azioni dell’Imperatore, della sua consorte e dei dignitari di corte. In questo serrato testo “segreto” pubblicato alla morte dell’autore, vengono riportate antitetiche notizie sull’azione svolta dall’Imperatore in riguardo al suo poderoso impegno nell’affermare l’unitaria restaurazione del corroso Impero romano fornendoci una ben diversa immagine del suo tempo e dell’azione imperiale. Egli, viene sostenuto, perseguì effimere conquiste territoriali sacrificando uomini e dilapidando immense ricchezze, impose violentemente una unica dottrina religiosa, quella elaborata nel Concilio di Calcedonia del 451 definita “Ortodossa”; si impegnò nella costruzione d’imponenti chiese e monasteri sottraendo fondamentali risorse per la realizzazione di indispensabili opere pubbliche; elargì immense sostanze e privilegi al suo protetto Clero in ogni angolo dell’Impero; Egli, fregiato del titolo di Isapostolo, si elevò a paladino della Chiesa cattolica, condannando eretiche le altre dottrine Cristiane, prima fra tutte la  Monofisita, perseguitando i loro rappresentanti; affamò intere popolazioni con esose imposte, arrivò a richiedere persino quelle degli ultimi cinquant’anni perché considerate “arretrate”; impedì gli scambi commerciali frenando drammaticamente l’economia facendo sprofondare l’Impero in una crisi che si acuirà negli anni a venire; non ebbe remore nel disattendere le stesse leggi da Egli stesso promulgate, essendo nelle sue decisioni : “più leggero di una piuma”. Con la sua consorte e co-imperatrice Teodora, convinta seguace di Eutiche (archimandrita Monofisita) ci fu una profonda divisione religiosa proprio all’interno della famiglia imperiale, fatto che testimonia la totale confusione e contrapposizione esistente tra i sudditi ; Ella creò papi (Vigilio) al fine di favorire l’affermazione della sua fede Monofisita; si elevò ad irraggiungibile fulgida divina entità serrata nelle sue regali residenze, concedendo udienza soltanto dopo infinite attese di interi giorni in asfittici ambienti e, quando infine ammessi al suo cospetto, Principi ed Ambasciatori, dovevano prostrarsi in terra per baciarle le piante dei piedi senza professare parola; dedita ad ogni lasciva pulsione erotica, Ella stessa trascorsa  prostituta, si eresse a visionaria moralizzatrice della dimensione femminile creando monasteri per il recupero forzato di “meretrici” inducendole spesso al suicidio per la disperazione.

Una lunga e contrapposta lista di capziose notizie, riguardanti ogni aspetto della vita pubblica e privata della corte che testimoniano la incredibile confusione nella quali versava l’impero in quel VI secolo, confusione alla quale neppure il nostro biografo Procopio da Cesarea, ci sembra, fu immune.  L’Italia divenne Prefettura del Pretorio e, l’ex capitale dell’impero, Roma, venne governata dal generale Narsete, espressione dell’Imperatore, il quale si adoperò nella riqualificazione architettonica di chiese come quelle di S. Teodoro e di S. Maria Antiqua, nel sostegno al Clero ed alla diaconia di S. Paolo e al monastero di San Paolo all’Aquas Salvias, ma al contempo non esitò nel declassare la città alle dipendenze della nuova capitale della Prefettura d’Italia, Ravenna, e di rendere la Chiesa ravennate autocefala.  Queste decisioni crearono laceranti conflitti di cui ancora sentiamo l’eco.  Ora posso svelare ai lettori (anche se superfluo) continuando i versi danteschi, il nome dell’illustre Autorità di cui ho qui accennato :  “…son Iustiniano che, per voler del primo amor ch’i’ sento, d’entro le leggi trassi il troppo e il vano”.

A imperitura memoria, il quartiere, con il Viale intitolato a Giustiniano Imperatore, ricorda.


OSTIENSE, SAN PAOLO - MARZO 2015

Sul territorio del quartiere romano dell’Ostiense si erge nella sua eccessiva volumetria di cemento e vetri l’edificio sede della Regione Lazio. La sua mole lo rende di facile individuazione per i molti frequentatori,  ma per i residenti è una ingombrante sagoma familiare.

Questo fu, al tempo della sua costruzione nei recenti fine anni ’60, motivo di orgoglio territoriale e di speranza economica per le molteplici presenze produttive del quartiere ma al contempo venne considerato, da larga parte della cittadinanza, l’eccessivo simbolo della degenerata rappresentatività istituzionale sul territorio ed emblema dell’elefantiaca burocrazia del sistema Lazio, con tutte le inevitabili negative ricadute sull’immaginario collettivo.

 

A sottolineare la visione dispregiativa che la sede della Regione Lazio infondeva nell’immaginario popolare contribuì, in quegli anni socialmente caldi, la maschera ironica e dissacrante del “travet” più amato nella storia della cinematografia italiana, il ragionier Ugo Fantozzi il quale, nella sua unica e innaturale manifestazione di incontenibile pulsione contestataria,  prese come riferimento proprio l’edificio della Regione dove era impiegato, al fine di scaricare la propria intemperanza sociale a mezzo del “irrispettoso lancio di un sasso contro i vetri del potere Istituzionale” incarnando, con il dissacrante gesto, un universale malcontento popolare. Con quella mitica scena, girata dinanzi all’ingresso della sede della Regione Lazio, si celebrò il territorio e lo si legò per l’eternità (almeno quella visionaria cinematografica) al “Palazzo Regionale” sede istituzionale e, come tale, destinatario del risentimento rivoluzionario incarnato dal sottomesso ragioniere, maschera iconografica della classe media italiana.  L’edificio dallo stile modernista, sito in via Rosa Raimondi Garibaldi proprio a ridosso della grande arteria urbana della Cristoforo Colombo entrò così, sin dalla sua costruzione, nella vita di una miriade di imprenditori e cittadini che a vario titolo lo identificarono, e lo identificano, come il materiale simbolo del degenerato potere istituzionale al quale far pervenire le proprie istanze ed arrabbiate rimostranze, o come multiforme corpo organico dal quale attingere ricchezza.

Nonostante questa diffusa immagine di arrogante spocchia politica e di degradazione morale che la lucente mole dell’edificio emanerebbe e che influenzerebbe il comune sentire, la sua presenza si è rivelata di fatto, nel tempo, un consistente volano per l’economia del territorio di riferimento in quanto le molteplici funzioni esplicate nella sede inducono quotidianamente una variegata affluenza di persone nel quartiere, con i relativi benefici per quelle piccole attività di servizi ed ospitalità presenti, ai quali si aggiungono i benefici di cui godono i numerosi lavoratori residenti che operano negli uffici. Si può a pieno titolo assumere dunque  questo edificio, sede istituzionale ubicata nel quartiere, come il “simbolo” delle nostre discrasie sociali.

È evidente infatti l’alternativa e conflittuale immagine che la sede regionale da di sé, alternando indifferentemente il lato oscuro ed arcigno del suo volto a quello sorridente, benevolo ed accogliente ed è questo, il lato che mi piace e desidero portare all’attenzione. È l’immagine costruttiva  del servizio pubblico, quella improntata all’ospitalità ed all’accoglienza del cittadino nella sua evoluzione e partecipazione sociale, quella che trasforma l’edificio del “Potere” da uso personalistico e protetto a struttura multifunzionale capace d’assolvere alle molteplici e differenziate esigenze della nostra complessità organizzativa. Il riferimento che infonde in me un così significativo ottimismo è la lieta notizia appresa dalle pagine del Web dell’avvenuto bando (aprile del 2011) di ideazione e realizzazione all’interno dell’edificio sede della Regione Lazio di un Asilo Nido Aziendale.

La notizia è davvero esaltante per diverse ragioni, non soltanto finalmente si inizia a rispondere in modo efficiente ad una esigenza insopprimibile delle famiglie dei lavoratori migliorandone la qualità di vita, ponendo così la nostra organizzazione civile sulla strada delle nostre consociate Nazioni europee ma, straordinariamente, si mina la radicata convinzione esposta sopra che questi luoghi del potere siano cioè soltanto strutture realizzate per il beneficio di pochi che gravano indebitamente sulla collettività. Debbo confessare, nell’annebbiamento mentale dovuto all’eccessiva euforia che mi coglie, che io ero tra coloro che sostengono questo modo di pensare, ora vengo smentito e la cosa non mi ferisce, sapere che sarà dalla profondità delle potenti strutture dell’emblematico edificio, dall’elevarsi dei suoi monolitici plinti di cemento che avverrà la contaminazione del potere a mezzo della categoria dei cittadini più ingenui e rappresentativi, i bambini, mi inebria. Conoscere che le viscere, le profondità oscure del “Palazzo” acquisiranno e si illumineranno dei sorrisi dei più indifesi dei cittadini che sono il solo futuro dell’istituzione, rende un senso di continuità e partecipazione. Con orgoglio riporto la notizia ch’è risultato vincente del bando il progetto denominato “Il giardino incantato”, elaborato da uno studio internazionale di architettura il quale realizzerà una avveniristica struttura a misura di bimbo, capace di trasformare il freddo ambiente strutturale dell’edificio in un onirico bosco in grado di sollecitare la fantasia dei suoi piccoli ospiti e donare loro un costruttivo luogo dove crescere, ed ai genitori un sicuro luogo dove condurli.

Questa sì che è una notizia costruttiva!

Finalmente si è dato seguito alle insistenti richieste provenienti dai lavoratori di avere un centro organizzato di assistenza all’infanzia, capace di assolvere alla cronica esigenza di ospitalità dei bambini permettendo loro di crescere in adeguato modo. Sarà lo sguardo incantato ed ingenuo dei bimbi che invaderà, partendo dal basso, arrampicandosi sulle potenti gambe che sorreggono le esclusive aree alte dell’edificio, quegli elevati luoghi dove avrebbero sede gli aristocratici burocrati di fantastica elucubrazione fantozziana, saranno i bimbi che innerveranno di nuovo spirito la classe dirigenziale. Sarà la fanciullesca contaminante “follia” dell’utilizzo delle cose nei loro aspetti  e modi non convenzionali, al di fuori della obbligata adulta razionalità, che genererà una nuova visione ed un nuovo rapporto cittadino-istituzione ed aprirà quel dialogo che il “rivoluzionario Ragioniere” tentò, inutilmente, di scardinare violentemente. Dopo questa riflessione generata dallo scrivere queste righe mi sento rilassato, pacificato con l’intero spazio circostante “Urbi et Orbi” come misticamente viene ancora ripetuto. Sapere che il “Palazzo” si sta trasformando da monolitica sede del tronfio potere politico in spazio multi servizi per il cittadino e per tutti i residenti, è rassicurante. Farò un salto alla sede della Regione per prendere alcune foto da dedicarvi e chiedere informazioni al personale.

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Sono trascorse dodici ore dallo scritto di cui sopra, dopo aver parlato con gli addetti agli uffici relazioni con il pubblico (URP) e con una sottoposta degli uffici dirigenziali preposti, debbo mestamente comunicarvi che tutto ciò che ho riportato va resettato. Non ci sarà alcun Asilo Nido Aziendale, non ci sarà alcun “Bosco Incantato” che pone le proprie radici nelle viscere dell’edificio, non vi sarà la “folle” contaminazione giovanile del potere istituzionale. Il progetto resta tale, fermo sulla carta ad immalinconirsi ed ingiallirsi come la quarantennale pellicola cinematografica dello sconfitto ragioniere Fantozzi.  L’istintiva emozionale reazione è quella di dire, dove è il sasso?..presto!..datemi un sercio!

 

Iorise Agostinelli autore del libro dal titolo Basso, Alto o Medio…cre? acquistabile su lafeltrinelli.it


OSTIENSE, SAN PAOLO - LUGLIO 2013

Esco dal luogo dove sono stato gentilmente ricevuto completamente assorto e, mentre ancora deambulo meditabondo tra le eccitate genti che perennemente stazionano su questo territorio, concentrato sulle sensazioni che questa visita ha generato in me, rifletto sull’influsso che questo luogo ha avuto sulle genti passate e che continua ad avere su quelle presenti. Il luogo da dove provengo, ch’è presenza millenaria e simbolo del territorio, materializza, ai miei occhi, il “labile confine” tra il perpetuarsi della vita quotidiana con i suoi dinamici tempi e l’incessante  metodico ripetersi dell’azione umana dettata dal “tempo Divino” la quale fonde insieme passato e presente e, forse, persino il futuro.  Di questo luogo non ci si avvede,  non si ha percezione, risultando pressoché invisibile agli odierni distratti sguardi.

A quale luogo mi riferisco, vi chiedete? All’Abbazia di S. Paolo Fuori le Mura. Attenzione!

Parlo dell’Abbazia, non della Basilica di S. Paolo. Le due strutture ecclesiastiche, seppur strutturalmente distinte, sono integrate una all’altra ed è tanto visibile ed osteggiante della sua bellezza l’una, quanto invisibile e riservata l’altra. Certo, la Basilica è il luogo adibito ai fedeli, è  l’essenza della Divinità, la “Casa del Signore” che riverbera la salvifica luce sui fedeli, un inno alla grandezza Divina; mentre l’Abbazia, dalla sua genesi, è un luogo di clausura adibito alla preghiera e allo svolgimento di quelle semplici, abitudinarie pratiche quotidiane che cercano di innalzare l’umano verso il Divino, ma, malgrado le loro apparenti diversità che sanciscono un “labile confine” di separazione, esse si completano, si integrano. La Basilica ostenta il suo splendore come riflesso Divino, l’Abbazia l’ascetismo, l’intimismo dei monaci, è un fulgido centro di preghiera e laboriosità (ora et labora). 

I Monasteri e/o Abbazie, si svilupparono già ai primordi del Cristianesimo, scaturirono dal misticismo dei primi monaci orientali (il nome monaco deriva da Monos e significa Uno) eremiti, intorno a molti dei quali, giudicati santi per il modello di vita che professavano (i mistici monaci praticavano la povertà, il digiuno, la castità e questo li contraddistingueva dai Preti che sino all’ XI secolo potevano sposarsi) furono realizzate grandiose strutture religiose, appunto, i monasteri.

Il particolare ascetismo di cui erano portatori questi monaci, si può condensare  nell’esempio del famoso santo Simeone Stilita. Egli visse (si narra) per circa quarant’anni su di una isolata alta colonna posta su di una arida collina nelle vicinanze della città di Antiochia (Siria) dalla quale pronunciava i suoi vaticini e, per questo, acquistò tale fama in tutto il territorio dell’Impero romano (si era alla metà del V secolo) che il luogo divenne itinerario di pellegrinaggio e centro di venerazione. Intorno al pilastro dove il Santo viveva,  fu costruito un grandioso complesso monastico il famoso (per coloro che compiono determinati studi) Qal’at Sim’ àn .

In Occidente il monachesimo si sviluppò in epoca più tarda, con asceti che si ispirarono al modello di  S. Martino di Tours che fu l’iniziatore della vita monastica in Gallia, introdotta da S. Cassiano sul modello egiziano. Furono allora sviluppate delle Regole di condotta della vita dei monaci, tra le quali cito quelle di S. Basilio, di S. Colombano ma soprattutto quella fondamentale di S. Benedetto da Norcia. Prendendo spunto dalle antecedenti, Benedetto realizzò la sua regola con la quale si organizzò, sin nei minimi particolari, la vita dei monaci. La regola benedettina, che sancirà la vita monastica sino al 1400 (ma non è cambiato molto)  fu elaborata da Benedetto sul monte di Cassino all’incirca nel 540, nel periodo in cui egli si recò sul monte per abbattere gli antichi Templi dedicati ad Apollo. Benedetto riuscì, tra non poche vicissitudini (per ben due volte attentarono alla sua vita), a costruirvi il Monastero che diverrà d’esempio in tutta Europa e, quando l’imperatore del Sacro Romano Impero, Carlo il Calvo, istituì l’obbligo per i Monasteri dell’Impero di adottare la Regola di S. Benedetto, i Benedettini divennero il simbolo della vita monastica.

La Regola consentì ai monasteri un veloce sviluppo, tanto che divennero veri centri di governo, gestendo e sviluppando vaste aree del territorio. Non mancavano poi i monasteri femminili che anzi furono numerosi e, su questo territorio, ve ne era uno antichissimo, come testimoniano i recenti ritrovamenti archeologici adiacenti alla Basilica, mentre la targa marmorea chiamata “Praeceptum” di S. Gregorio I (documento del quale sono orgoglioso di darvi l’immagine gentilmente concessami dall’Abate), conservata nel Museo lapidario Paolino, cita, adiacente alla Basilica, l’esistenza dell’Abbazia di S. Paolo.  

I benefici di cui godeva, con il suo governo che si estendeva su tutto il territorio che arriva al mare comprese vaste proprietà nel reatino, le permisero un veloce sviluppo. Conseguentemente alla gestione del territorio, anche l’Abate (che poteva essere un laico) acquisì sempre più potere arrivando a competere con il Vescovo della diocesi anche se le due figure risultavano ancora gerarchicamente divise da un “labile confine”.

Nel Medioevo le abbazie furono al centro di “interessi particolari” in conseguenza del reddito che producevano e spesso venivano concesse “in commendam” (affidamento); questa pratica “speculativa” portò in breve tempo alla disgregazione dei monasteri ed acuì la tensione nel clero.  Si percepì così l’esigenza di riformare l’istituto monastico e nel 1408 il papa Gregorio XII nominò il nobile Ludovico Barbo, abate del monastero di Santa Giustina (Padova) con lo scopo di riformare il monastero. Il Barbo riformò anche quello di S. Giorgio in Alga (Venezia) e diede vita ad una federazione. Nello stesso periodo, Gabriele Condulmer  (che diverrà papa Eugenio IV) fu nominato Abate di S. Paolo da suo zio papa Gregorio XII  e chiamò a Roma il Barbo per concretizzare la Riforma elaborata ed alla quale aderì.  Alla federazione si unirono altre Abbazie e quando nel 1504 si federò anche l’Abbazia di Montecassino, questa fu rinominata Congregazione Cassinense. Anche la posizione dell’abate fu regolata. Per il Diritto canonico gli Abati regolari sono, ora, prelati e la loro dignità è divisa in tre gradi: quello più basso, se l’Abate presiede soltanto gli ecclesiastici ed i laici del suo monastero, in questo caso è sottomesso all’autorità del Vescovo; quello intermedio se la sua giurisdizione si estende oltre i limiti della sua Abbazia, e ha una sudditanza “attiva” a quella del Vescovo; ed infine l’Abate che ha giurisdizione su più Diocesi, in questo caso detiene una Abbazia “vere nullius dioecesis” ed ha una autorità pari a quella del Vescovo. L’Abate che presiede la Congregazione Cassinense detiene questo titolo, viene nominato dal Papa ed acquista, con lo “jus in re” i diritti ed obblighi del suo ufficio che gli conferiscono la “perpetuità canonica”; ciò significa che la dignità perdura ed il titolo rimane anche dopo eventuali dimissioni. Gli Abati godono di privilegi nelle celebrazioni sacre, di norma ad esclusivo appannaggio del Vescovo, usano le insegne pontificali, la mitra, il pastorale, la croce pettorale, l’anello, i guanti ed i sandali e lo zucchetto nero di seta filettato di colore paonazzo. L’Abate nullius può, inoltre, vestire la berretta viola paonazzo e lo zucchetto dello stesso colore di quello del Vescovo. Fu così colmato quel “labile confine” che divideva le due figure del Vescovo e dell’Abate nella struttura clericale, insieme ad una innocente concessione di “civettuola vanità” nell’esposizione pubblica per chi ha scelto la oscura vita di clausura.

 

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