OSTIENSE, GARBATELLA - FEBBRAIO 2015

I nomi dei luoghi sono importanti e, come spesso sottolineo, non di rado nascondono sorprese. Sembrerebbe che il nome del quartiere “Garbatella” lo si possa far derivare dalla presenza della tenuta agricola denominata dei “Dodici Cancelli”, la quale inglobava sino alla fine dell’800 l’intero territorio dell’attuale Garbatella. In questa tenuta veniva coltivata, facendola crescere a ridosso degli alberi di acero ed olmo, una particolare vite detta “Garbata”. Questa coltivazione, per il suo pregio e per la cura richiesta, divenne grande occasione di lavoro per gli abitanti e così finì per essere popolarmente contraddistinta come la “tenuta della garbata bella”; da qui a trasformarsi nell’attuale nome Garbatella il passo fu breve. Tra le altre, anche questa spiegazione sulla nascita del nome del quartiere si può considerare plausibile.  Ma ciò che voglio evidenziare in questo scritto è la presenza sul territorio di una piccola chiesa che possiede grande rilevanza per gli abitanti del quartiere per il ruolo di aggregazione che svolse ed ancora svolge. Il riferimento è alla denominata “Chiesoletta”, per la precisione la chiesa dedicata ai santi Isidoro e Eurosia. Questa si trova sulla evocativa via “delle Sette Chiese” la quale originariamente tracciava il tragitto dei pellegrini impegnati nella visita delle sette principali chiese che segnavano il circuito devozionale da compiere per approdare, infine, a quella di S. Sebastiano sulla via Appia Antica.

La piccola chiesa fu voluta da una eminente figura del Clero romano, il monsignor Nicola Maria Nicolai,  nel 1820-22, al fine di dare visibilità al ricordo dell’incontro avvenuto sul luogo tra i due santi S. Filippo Neri e S. Carlo Borromeo impegnati nel pellegrinaggio.

Ancora oggi la lunga via delle Sette Chiese conduce a S. Sebastiano, ma non è più il territorio agricolo del tempo della “Tenuta dei Dodici Cancelli”; oggi attraversa questo quartiere storico, fatto di piccoli villini realizzati nei primi del novecento sullo stile di graziosi casolari rurali dotati di un piccolo giardino e circondati da rigogliosi alberi di agrumi che, con i loro accesi colori invernali, donano un’aria di “tempi andati” a questa parte del quartiere ricordandoci quando avere un orto sotto casa era una insopprimibile necessità a sostegno dell’economia familiare.

 

Percorrendone un buon tratto, partendo dalla Basilica di S. Paolo, si arriva direttamente in piazza di Santa Eurosia. È questa un grazioso ed ospitale spazio alberato arredato da vissute panchine in colorato legno verde, qui vi è l’oratorio S. Filippo Neri con la “Chiesoletta” incorporata. Questa piccola chiesa, che è più corretto definire “cappella” per la sua ridotta dimensione, conserva la documentazione che sto cercando.Entrarvi non è semplice, si deve passare dall’oratorio e l’accesso deve essere consentito dal parroco e tutto ciò rende intrigante la ricerca.  Come spesso accade per le strutture religiose, sono proprio le ridotte dimensioni che donano un’aura di contemplazione mistica, e l’interno rende la sensazione di uno spazio protetto dove si può trovare quella personale dimensione intimistica ch’è oggi molto difficile da raggiungere.  

Uscendo nel piccolo porticato al di sotto del timpano trovo scolpito il nome di colui che volle la realizzazione di questa piccola e suggestiva chiesa. Ciò che cercavo viene confermato, si tratta del monsignor Nicola Maria Nicolai, illustre figura ecclesiastica (si formò presso il Collegio Romano, istituto della congregazione dei Gesuiti) nonché letterato, economista, archeologo e agronomo nato a Roma nel 1756, dove  morì nel 1833. Che si trattasse di un erudito lo confermano i molteplici ruoli istituzionali che ricoprì.

Come Commissario della Camera apostolica, si occupò di molta legislazione relativa al funzionamento delle strade della città; da economista si occupò di una riforma tributaria per l’allora Stato Pontificio e restaurò il porto di Civitavecchia; da agronomo introdusse l’albero eucalipto al fine di bonificare le vaste zone paludose Pontine e lasciò vari trattati sull’argomento; fu presidente dell’Accademia dei Lincei e della Ponteficia Accademia Romana di Archeologia e qui la curiosità della ricerca trova la sua soddisfazione nel ritrovamento inatteso.

Seguendo le tracce del monsignor Nicola Maria Nicolai mi sono imbattuto in altri due eminenti figure della scena intellettuale romana del tempo a lui strettamente relazionati, Antonio Coppi ed Antonio Nibby, entrambi letterati ed emeriti studiosi d’arte ed archeologia. I rapporti e gli intrecci che si verificarono tra queste personalità rappresenta un documento testimoniante la contrapposizione politica e culturale che avvenne nella città di Roma e nell’Italia tutta dal 1797 al 1814.

Antonio Coppi, giovane letterato torinese arrivato a Roma spinto dallo zio gesuita, fu assunto dal Nicolai per assisterlo nella raccolta di documentazione in ambito archeologico nella Basilica di S. Paolo e lo sostenne nell’azione di fondare una nuova Accademia di studi archeologici e letterari Latini a Roma, Accademia  che fondò col nome di “Accademia Tiberina” nel 1813.

Ho detto “nuova” Accademia perché già ne era esistente una specializzata nelle ricerche archeologiche, l’Accademia degli studi e lettere Greche, fondata dal letterato Antonio Nibby nel 1809 e ampiamente frequentata da illustri letterati.

Che si trattasse di un erudito lo confermano i molteplici ruoli istituzionali che ricoprì.

Come Commissario della Camera apostolica, si occupò di molta legislazione relativa al funzionamento delle strade della città; da economista si occupò di una riforma tributaria per l’allora Stato Pontificio e restaurò il porto di Civitavecchia; da agronomo introdusse l’albero eucalipto al fine di bonificare le vaste zone paludose Pontine e lasciò vari trattati sull’argomento; fu presidente dell’Accademia dei Lincei e della Ponteficia Accademia Romana di Archeologia e qui la curiosità della ricerca trova la sua soddisfazione nel ritrovamento inatteso. Seguendo le tracce del monsignor Nicola Maria Nicolai mi sono imbattuto in altri due eminenti figure della scena intellettuale romana del tempo a lui strettamente relazionati, Antonio Coppi ed Antonio Nibby, entrambi letterati ed emeriti studiosi d’arte ed archeologia. I rapporti e gli intrecci che si verificarono tra queste personalità rappresenta un documento testimoniante la contrapposizione politica e culturale che avvenne nella città di Roma e nell’Italia tutta dal 1797 al 1814.

Antonio Coppi, giovane letterato torinese arrivato a Roma spinto dallo zio gesuita, fu assunto dal Nicolai per assisterlo nella raccolta di documentazione in ambito archeologico nella Basilica di S. Paolo e lo sostenne nell’azione di fondare una nuova Accademia di studi archeologici e letterari Latini a Roma, Accademia  che fondò col nome di “Accademia Tiberina” nel 1813.

Ho detto “nuova” Accademia perché già ne era esistente una specializzata nelle ricerche archeologiche, l’Accademia degli studi e lettere Greche, fondata dal letterato Antonio Nibby nel 1809 e ampiamente frequentata da illustri letterati.

Dov’è il confronto?.. direte, una si occupava di lettere greche l’altra di quelle latine; ed invece è proprio in questa differente impostazione culturale che si giocò per l’ennesima volta la secolare battaglia tra la cultura greca e quella latina.

Il Nibby nel fondare la sua Accademia fu sostenuto prevalentemente da “forze francesi” che al tempo occupavano Roma in quanto annessa all’Impero Napoleonico; sosteneva la ricerca letteraria e archeologica delle opere greche in quanto prese ad emblema culturale in contrapposizione alla cultura latina-cattolica. Napoleone aveva destituito il Clero da qualsiasi incarico istituzionale, quindi nella città vi era un forte risentimento nonché una notevole resistenza politica a qualsiasi iniziativa che provenisse da una cultura intesa antagonista a quella conservatrice romana. Alla sua fondazione furono molti i nomi di spicco che aderirono all’Accademia Ellenica, nomi come quello del poeta romano G.G. Belli, ad esempio. Dunque, le due grandi culture classiche si scontravano di nuovo per tramite dell’Accademia Ellenica e di quella Tiberina e, come nel passato, la latina Tiberina ebbe la meglio quando nel 1814, ristabilito il Governo pontificio con la caduta dell’Impero Napoleonico, La Ellenica fu definitivamente chiusa. L’Accademia Tiberina divenne così il polo culturale romano dove  affluirono grandi nomi di letterati come Manzoni, lo stesso G.G. Belli o Papini.

Tempi di accesi confronti quelli, dove il rivoluzionario “nuovo” rappresentato dal vento francese si propose alla guida dell’Europa ribaltando i consolidati millenari rapporti politico-religiosi; ma non durò a lungo, con la “Restaurazione di Vienna” delle Istituzioni pre-napoleoniche si tornò alla conservativa divisione territoriale ed il mondo europeo riprese a girare coi ritmi antecedenti.  All’Accademia Tiberina affluirono, nel tempo, grandi personalità della levatura di Croce, Gentile… scienziati come Marconi, Fermi… cinque vescovi divenuti poi Papi come Pio VIII, Gregorio XVI, Pio IX, Leone XIII e Pio XII, divenendo un centro culturale di risonanza europea, ma non pensiate che le vittorie si ottengano con l’annientamento del nemico, le migliori e più durature si ottengono con la cooptazione dell’avversario. Così avvenne per le forze napoleoniche sconfitte e così avvenne con il letterato Antonio Nibby il quale fu chiamato a fornire la sua opera presso la Biblioteca Vaticana nel 1822, divenendo membro della Commissione generale delle Antichità dello Stato Pontificio nella quale svolse una fondamentale attività di ricerca. Avvincente scoprire quanto lontano ci possano condurre le strade dei nomi, questi possono rivelare segreti e connessioni inattese e sorprendenti come quelle riportate, dalle quali emerge anche un altro sentiero di sicuro interesse che al momento non posso qui trattare. Questo sentiero conduce al nome di monsignor Alessandro Nicolai, coetaneo di quel monsignor Nicola Maria e ritenuto anch’egli legato al territorio della Garbatella. Infatti viene indicato dai siti che si occupano del quartiere come  proprietario della sopra descritta “Tenuta dei Dodici Cancelli” e come ministro dell’Agricoltura dello Stato Pontificio al tempo del papa Gregorio XVI.

Su questa personalità però non ci sono dati attendibili e sicuramente non fu ministro dell’agricoltura e non lasciò trattati di alcun genere, tanto meno sull’attività agricola e di bonifica; vi è certamente uno scambio di persona con l’erudito Nicola Maria Nicolai trattato prima; solo un’insignificante errore, dunque? Chissà? Le strade che conducono a soddisfare determinate curiosità storiche sono molteplici, lascio il lettore sospeso in questa riflessione, spronandolo a seguire le nostre tracce per la prossima uscita.

     

Iorise Agostinelli autore del libro dal titolo: Alto, Basso o Medio…cre? acquistabile su lafeltrinelli.it


OSTIENSE, GARBATELLA - GIUGNO 2013

È questo uno dei quartieri più conosciuti e vissuti della Roma attuale, caratterizzato da un buon numero di locali notturni, pub e teatri, i quali esercitano una forte attrazione per tutti coloro che amano la “movida” notturna; vi sono poi differenziati servizi sociali, alla persona quali l’ospedale C.T.O. ed istituzionali con la presenza degli uffici della Regione Lazio. Un territorio densamente abitato e frequentato, dunque, e pensare che la sua realizzazione è relativamente recente: la prima pietra fu posta in uno di quegli immensi spazi verdi semi disabitati che si estendevano fuori della cinta muraria della città nel 1920 dall’allora Re d’Italia Vittorio Emanuele III. È da uno di quegli spazi, che a breve diverrà piazza  Brin, che fu deciso di iniziare ad edificare il “quartiere giardino” destinato ad accogliere parte della forza lavoro necessaria allo sviluppo della nuova metropoli. Nacque così il nuovo quartiere caratterizzato da piccole unità abitative circondate da ampi spazi verdi destinati a orto al fine di facilitare il sostentamento e l’inserimento degli operai designati ad occuparle riproducendo le caratteristiche di un “borghetto” a sé stante. È questo l’antico nucleo abitativo esistente sulla via “delle Sette Chiese” ed ancora visitabile, anche se ormai inglobato negli alti palazzi realizzati negli anni ‘cinquanta. 

Introdursi in questo originario spazio è come entrare in una dimensione ormai sconosciuta agli abitanti della città, qui si respira un’atmosfera rarefatta, stagnante, che tanto ricorda quella paesana del tipo vecchi borghi dell’alto Lazio. Il rumore della nevrotica realtà esterna vi perviene ovattato ed indistinto, qui si incontrano donne che amabilmente “chiacchierano” da un balcone all’altro, persone che tranquillamente conversano camminando per la via o che, rilassate, leggono sedute su di una panchina; persino chi pratica sport, procedendo al ritmo di cadenzati movimenti, appare prendersela con la dovuta calma. Dopo aver vagato, con la relativa flemma dettata dall’ambiente circostante, per le stradine che si dipartono dalla via delle Sette Chiese, trovo, in via di S.Adautto (questo nome mi ricorda qualcosa) un piccolo cancello aperto che permette di entrare in quello ch’è  Parco Serafini. 

Preso da questa rilassata, soporifera atmosfera mi siedo anch’io su di una panchina posta sotto l’ampia chioma di un cerro in questo minuscolo ma accogliente parco. Questo rilassamento mi predispone ad osservare il terreno con più attenzione e, dalla sua forma scoscesa e dai resti di mura antiche che vi emergono qui e là, traggo delle informazioni che mi suggeriscono l’idea che possa essere  un sito archeologico. L’intuizione mi fa uscire dallo stato di torpore nel quale ero caduto e la curiosità mi mette in fibrillazione, devo sapere, e subito! Per nostra fortuna, possiamo oggi godere di mezzi “altamente tecnologici” che possono alleviare in “tempo reale” le nostre curiosità, così digito sul mio smart phone il nome “Parco Serafini” e, magia, ecco emergere le informazioni desiderate. Non mi ero sbagliato, mi trovo su di una area archeologica e precisamente sono sopra delle Catacombe, quelle di Commodilla. Catacombe! Era intuibile, in queste zone periferiche dell’antica Roma si svilupparono tra il IV ed il V secolo numerosi luoghi di sepoltura, basta ricordare quelli famosi e antecedenti, sull’Appia Antica o di via Latina.

Soltanto dopo l’informazione ricavata riesco a ricollegare il nome della via percorsa, S. Adautto, ad un martire cristiano che subì il martirio insieme all’altro martire S. Felice e qui vi erano le loro spoglie. Questi cimiteri furono i luoghi di sepoltura di molti fedeli e furono, erroneamente, tramandati ai posteri come i clandestini luoghi di sepoltura di Martiri Cristiani e per secoli furono meta di pellegrinaggi di ossequiosi credenti.

Bene, non mi metterò a descrivere chi furono i Santi martiri descritti dall’Agiografia e cosa furono questi luoghi per la cristianità dei primordi, cito però che nella cripta della cata-Commodilla, costruita nel VI secolo fu ritrovato, dagli scavi archeologici realizzati nel1850 da G. Battista de Rossi poi ultimati nei primi del novecento, un graffito datato fine del IX secolo che rappresenta uno dei primi scritti “volgari” ritrovati a Roma. 

Queste notizie ognuno può, se lo desidera, rintracciarle su Internet; ciò che invece  ritengo che possa essere di sicuro interesse per il lettore è informare su cosa erano questi cimiteri che chiamiamo Catacombe (nome proveniente dal greco Katà kymbas che significa “presso le grotte”) che erano terreni privati adibiti a luoghi di sepoltura e largamente utilizzati dalle altre comunità residenti sia “Pagana” che “Ebraica”; infatti, dalle testimonianze che ci sono pervenute, si è rilevato che esse  “coabitavano” con quella Cristiana. 

Questi luoghi ci hanno fornito determinanti informazioni su come la “nuova religione” (il Cristianesimo) si sviluppò e su come elaborò le sue originarie forme di comunicazione religiosa. Proprio nella catacomba di Commodilla abbiamo una delle testimonianze più antiche riguardo allo sviluppo dell’immagine rappresentativa della Divinità da parte Cristiana. Come sopra accennato, in questi luoghi furono tumulati anche altri defunti di altre religioni e si è potuto così verificare come i contenuti iconografici e gli stilemi utilizzati passassero da una cultura all’altra, come furono utilizzate rappresentazioni  artistiche religiose o mitologiche “Pagane” di secoli antecedenti alla nuova religione, adattandole alle nuove richieste Cristiane. Di fatto, l’originario Cristianesimo, sviluppatosi in area orientale Ebraica-Giudaica, era dominato dall’aniconismo per il divieto Biblico di rappresentare la Divinità; vi fu così la necessità di trovare immagini e temi che potessero alludere ad Essa e che ne divenissero il simbolo, senza riprodurla. 

Si svilupparono così le “immagini segno” con le quali si “suggerivano” specifici concetti biblici; ne sono esempi l’immagine dell’Orante che rappresentava la “Pietas” o quella del “Buon Pastore” che rappresentava il concetto filantropico o, ancora, l’immagine del “banchetto” che richiamava l’Ultima Cena o l’immagine di Orfeo utilizzata per rappresentare il profeta Giona. Tutte queste raffigurazioni, e molte altre, le troviamo sui sarcofagi e nelle Catacombe e qui, in quella di Commodilla, vi è l’immagine segno dell’Agnello che benedice i pani, antica metafora del sacrificio di Gesù.

Mi fermo qui, sicuro di aver generato curiosità in molti lettori con le informazioni su questi “coimitéria” i quali, tutt’altro che muti, conservano tali e tante indicazioni che, se soltanto si ha il desiderio di ascoltare, sono capaci ancora di.. assordarci.

 

Iorise agostinelli autore del libro RomAmor acquistabile su www.feltrinelli.it