TUSCOLANO (STAZ. TUSCOLANA)-OTTOBRE 2017

Le piazze da sempre sono un indispensabile elemento urbano, luoghi vastissimi capaci d’accogliere moltitudini di soggetti, spesso vocianti o, alternativamente, possono essere piccole, riservate, celate negli intrighi delle costruzioni ma capaci di concedere ristoro a ridotti gruppi in cerca d’intimità.  In esse, per millenni si è svolta la principale attività pubblica cittadina, richiamando e confluendo nel loro perimetro frotte di persone dai diversi interessi. Per questo loro protagonistico ruolo, a tutte è sempre stato dedicato un nome di un evento rappresentativo della memoria storica della società e qui, nel territorio del quartiere Tuscolano ve ne è una di piazza che racchiude in sé le caratteristiche espresse, questa è piazza Re di Roma.

Disegnata dall’architetto Raffaele de Vico nei primi anni del ‘900, è  posta nel mezzo di un reticolato di alti, affastellati e popolati palazzi alacremente innalzati in quel periodo nel territorio del quartiere. Realizzata con l’intenzione di dare respiro ad una intensiva urbanizzazione, ma anche fungere da snodo viario per il traffico cittadino che ormai colonizzava i secolari immensi spazi verdi di Agro Romano ancora punteggiato di torri medievali ed antiche domus romane, piazza Re di Roma divenne fisicamente l’anello di congiunzione tra il nuovo e l’antico della città che veniva estesa nel desiderio di ricalcare le antiche impronte di quelle antiche popolazioni che abitarono  l’antico territorio innervandolo di forza ed ambiziosi sentimenti i quali trasformarono l’originario villaggio di pastori, nel centro politico-culturale del “Mondo” antico. La si voleva protesa verso una protagonistica attualità, la nuova città di Roma, infondendo di nuova energia e linfa vitale un nucleo residenziale giudicato ormai esangue: questo fu l’ambizioso disegno della nuova classe dirigente novecentesca, costruire una nuova città che strizzasse l’occhio alla trascorsa era imperiale. Con tale fine gli organi istituzionali si impegnarono a ridisegnare urbanisticamente Roma ed a tappezzarla dei segni iconografici caratteristici dell’antica romanità combinandoli ai nomi delle vie e piazze dedicati alle illustri trascorse personalità della sua storia, così alla piazza fu dedicato il ricordo dell’originaria fondazione di Roma, alla sua fase regale, cioè a quella monarchica. Venne rivitalizzato così il mito della Roma voluta e protetta dagli Déi, guidata da una regale discendenza che si dipartiva dal semidivino fuggiasco Enea e si protraeva verso l’eternità con suo figlio Julio fondatore della divina dinastia Julia che giunse cangiante nelle mani di colui che abbatté la Repubblica,  l’imperatore Ottaviano /Augusto.  Fu così rispolverato, in quegli anni dei primi del ‘900, il mito regale che ben celebrava la nuova dinastia monarchica dei Savoia giunta alla guida dell’unita Italia, galvanizzata, in seguito, da un emblematico novello demiurgo che tentò di elevarsi all’altura della trascorsa regalità imperiale inventando l’era monarchica-fascista e veicolandola coi suoi automezzi militari e le sue milizie nelle città e borghi territoriali ed extraterritoriali.   Per la formazione civica dell’italico suddito fu come apprendere il cattolico Pater Nostrum, un “Credo” che doveva fermamente contrapporsi al motivetto dell’Internazionale in voga in quegli anni e fischiettato dalle classi sociali popolari.                                                                                                                                                         “Gigliozzi!” – disse con voce perentoria l’insegnante al giovane studente – “dimmi i nomi dei sette Re di Roma!”.

Questa domanda terrorizzò almeno tre generazioni di giovani studenti delle elementari del nostro recente passato fascista, quel passato che rispolverava la conoscenza della trascorsa romanità col fine di innescare nel suddito una identificazione con un lontanissimo passato fatto di centurioni e gladiatori, capace di spingerlo a favoleggiare, e dunque sostenere, la impossibile riproposizione della storia trascorsa.  L’indottrinamento comunque non funzionò completamente in quanto, se per il Pater Nostrum il più degli italiani sapeva recitarlo, riguardo alla citazione degli antichi sette Re romani vi erano prolungate amnesie. Dunque se per l“Amarcordiano” studente Gigliozzi vi era pronta una lode per la  risposta data, sono invece famose le molteplici recenti amnesie storiche di varie personalità pubbliche e nostri rappresentanti istituzionali. Una godibilissima e recente gaffe sulla romanità è quella accreditata all’ex sindaco di Roma Ignazio Marino e scaturita dall’eterna diatriba nel confronto tra le due città di Roma e Milano. Sollecitato ad esprimere un giudizio sul  primato vantato dalla città di Roma Capitale, l’ex sindaco dichiarò : “la supremazia di Roma è inconfutabile, è più bella ed antica e, non dimenticate poi, che Milano le deve essere grata in quanto fu Roma a fondarla”.  L’orgogliosa dichiarazione dell’ex sindaco non sfuggì agli altrettanto orgogliosi antagonisti milanesi i quali risposero piccati che : “Roma fondò molte città ma Milano no! Essa fu fondata dai Celti nel VI secolo a.C. ed il suo nome era quello di Mediolanium (con la “i”) che significava “città di mezzo”.

Brutta gaffe dell’allora sindaco di Roma che dimostrò di non conoscere affatto la storia romana, del resto egli è genovese, meglio sarebbe stato non affrontare tale azzardo storico. Il Marino pagò molto altro oltre le dure conseguenze della sua amnesia, perse il suo scranno e fu spedito dietro la lavagna. Per un’altra illustrissima personalità del nostro emiciclo istituzionale (della quale non cito il nome perché superfluo) andò differentemente. Volendo dare sfoggio delle proprie reminiscenze scolastiche battezzò pubblicamente i mitici fratelli romani fondatori della città di Roma, come : “Romolo e Remolo”.                                                             Lo sconcerto serpeggiò tra i presenti ma nessuno trovò il coraggio di dire che il “Re era nudo” bensì, da accondiscendenti sudditi, risero della gaffe considerandola una : “simpatica demitizzazione del potere romano volutamente compiuta dal campione dell’attuale liberalismo italiano”. Mi chiedo cosa avrebbe inventato l’illustre personalità impegnandosi a citare gli altri rimanenti Rex romani, Tarquinio Prisco sarebbe divenuto, che so, “Tarquinio Tristo” e Numa Pompilio chissà, “Numa Pompelmo”...                           Ora, dopo questo Amarcord propostovi sulle amnesie dei nostri celebrati rappresentanti politici sulla trascorsa e recente romanità, propongo che l’odierno Sindaco prenda la decisione di aggiornare il nome della piazza Re di Roma in modo di informare i nuovi e vecchi romani che, se i colli romani sono sette, i Rex della Roma monarchica furono Otto.

Nella consueta loro citazione ne manca uno. Qualcuno ricorda il nome di quello dalla memoria escluso?                 “No, Gigliozzi! Seduto”.

Iorise Agostinelli autore del libro : Obbligatoriamente cristiani, tutti ossequiosamente credenti cattolici, ineluttabilmente tutti praticanti…ERETICI.   acquistabile su lafeltrinelli.it