TUSCOLANO (PORTA FURBA/QUADRARO)-MAGGIO 2017

Pongo all’attenzione del lettore, al fine d’introdurlo nel territorio del quartiere Tuscolano, una realizzazione architettonica qui presente che non vanta il passato millenario di molti monumenti di questa città né il loro decadente fascino e tanto meno l’imponenza che ci rammenta una mitica trascorsa Era, ma, straordinariamente, o meglio dire, consuetudinariamente, ad essi si rifà o tenta di acquisirne  la stessa visibilità. La presenza alla quale faccio riferimento è quel manufatto in tufo e peperino conosciuto come “Porta Furba”.

Precisamente si tratta di un arco monumentalizzato della struttura dell’acquedotto Felice che sormonta la via Tuscolana nella zona del Quadraro a maniera degli originali archi romani che sostenevano gli acquedotti, i principali dei quali venivano trasformati in monumentali porte.  L’acqua è un elemento indispensabile per la vita, e la città di Roma ne fu ricca grazie alla realizzazione di numerosi acquedotti, magniloquenti esempi di costruzione idraulica che resero esemplare la civiltà romana. Purtroppo, con la scomparsa dell’antica cultura si susseguirono Ere di devastazioni ed abbandono che si prolungarono per mille anni e degli undici  grandi acquedotti esistenti che portarono vita, civiltà, igiene e piacere  rimasero le sole prosciugate arcate, condannando così l’antica orgogliosa città “Caput Mundi” alla dissoluzione  ed alla carenza igienica. Ciò, inevitabilmente, causò molteplici tragiche epidemie.  Gli imponenti archi inariditi servirono a molteplici utilizzi sino al Rinascimento, ma non più allo scopo per cui erano stati edificati. Fu con l’intellettuale Leon Battista Alberti, chiamato a Roma da papa Eugenio IV alla metà del XV secolo, che si riscoprì l’importanza di avere un efficiente approvvigionamento idrico al fine dello sviluppo della città e del benessere della popolazione. Fu questo architetto-umanista  genovese che, nominato  Curatore delle Acquee in Roma, diede l’impulso  alla “Risorgenza” (come la definì egli stesso) delle acque dalle antiche strutture romane.

La spinta al rinnovamento delle antiche nobili strutture degli acquedotti, dei quali ci sono rimaste labili ma intuitive presenze sul territorio (e strabilianti sono quelle ancora esistenti in altre città come per esempio Cordoba in Spagna), iniziò, come detto sopra, con papa Eugenio IV e continuò con  Gregorio XIII; però il primo che fortissimamente volle completare un “nuovo” acquedotto per la città fu papa Sisto V (al secolo, Felice Peretti) rimasto nella storia come il “costruttore” della nuova Roma o, alternativamente, come il “distruttore” delle antichità. L’acquedotto, progettato ed iniziato sotto il pontificato di papa Gregorio XIII (colui che si ricorda per l’introduzione del Calendario Gregoriano), si bloccò in quanto l’affidamento  dell’opera a Matteo Bortolani non si dimostrò  una scelta “felice”. Questi,  infatti, commise gravi errori nel calcolo della pendenza delle strutture.

Con l’avvento del nuovo papa Sisto V il progetto venne affidato all’architetto Giovanni Fontana (fratello del famoso Domenico, architetto di fiducia del Papa) il quale, riutilizzando pendenze, materiali e tracciato dell’antico acquedotto Alessandrino, portò a compimento l’opera, ultimandola nel 1586 e battezzandola, questa volta sì, “Felice” in onore del pontefice Felice Peretti.  Sisto V , che stava compiendo un enorme progetto di riedificazione della città rialzando gli antichi obelischi (ponendoli come grandiosi gnomoni dinanzi alle principali Basiliche), progettando piazze (piazza del Popolo), abbellendo palazzi (quello della Cancelleria) ed abbattendo antichità (come il Septizodium di Settimio Severo) delle quali però riutilizzò provvidenzialmente  i marmi per la costruzione della propria eterna dimora, desiderò far tornare quelle “chiare e fresche acque" sui colli del Viminale e del Quirinale, dove  mancavano da mille anni. 

Sicuramente un’opera meritoria che alleviò la sete della sparuta popolazione presente sul territorio, la quale  poté approvvigionarsi presso la nuova  monumentale Fontana del Mosè ma, molto più prosaicamente, volle fortissimamente far affluire direttamente l’acqua nelle funzionanti condutture della sua Villa Peretti che si estendeva sui due Colli, inglobando le Terme di Diocleziano e spingendosi sino alla basilica di S. Maria Maggiore.  L’acquedotto attingeva alla sorgente presso Palestrina ed arrivava in città attraversando il territorio del Tuscolano (oggi una parte è ricompresa nel monumentale Parco degli Acquedotti) per superarlo poi con il “nostro” arco di Porta Furba per giungere infine all’Esquilino, consentendo alle acque di superare le ultime pendenze per giungere al Quirinale. Queste sono oggi le visibili strutture che ci ricordano l’edificazione della meritoria opera, mentre della favolosa villa Peretti o Montalto, per la quale tanto si era speso il Cardinale Felice Peretti (futuro Sisto V ), non è rimasta traccia. Dunque, dopo un millennio, i sudditi di Santa Madre Chiesa poterono godere, grazie ad un interesse privato, dell’acqua potabile in città.  Una riflessione sorta mentre scrivo mi spinge a dire, concludendo queste righe, che il desiderio di “Grandezza ed Immortalità”  febbrilmente ricercato da molteplici personalità che sono alla guida della società umana spinge loro, talvolta, a compiere delle opere che, anche se indirettamente, apportano dei benefici e delle migliorie di vita a quella massa di persone che è variamente definita, con diverso significato nel tempo, volgo o popolo. Se il desiderio di iscrivere il proprio nome nelle indelebili pagine della storia apporta un anche minimo miglioramento nell’organizzazione sociale e non crea sofferenze, allora dico, che ben venga! Lasciamo a coloro che sentono di possedere una “speciale vocazione” o  una “chiamata divina” , l’alterigia di costruire i loro monumenti. Lasciamo che erigano i loro templi, perché l’unica cosa terrena importante è che questa “monumentalità” apporti dei benefici a quei sudditi, volgo o popolo come piaccia definirlo, che tira il carro della vita. Sono tutti gli anonimi individui che si susseguono infaticabilmente nelle Ere e popolano questo Pianeta i veri protagonisti della vita, i quali accettano, più o meno volontariamente, d’essere guidati da “illuminati”.  La storia siamo noi, diceva De Gregori. A me, ora, molto più prosaicamente, viene in mente una vecchia espressione  del popolo romano che diceva “O Franza o Spagna, purché se magna”. Concetto stringato ma dal contenuto filosofico ben chiaro.

 

Iorise Agostinelli