PINCIANO, SALARIO  -   NOVEMBRE 2016

Il quartiere Pinciano è contraddistinto in gran parte dal parco monumentale di villa Borghese, area verde  destinata a pubblico utilizzo già dai primi dell’800, che ospita tra le altre importanti presenze la famosa Galleria Borghese, oggi galleria museale, ieri luogo privato di cultura ed esposizione perpetua di opere esemplari antiche e contemporanee, centro di studio della musica, contemplazione della Natura vegetale e animale esotica. 

 

 

Originariamente era una tenuta agricola e venne realizzata sulle rimanenze degli antichi “Horti di Lucullo”, fu caratterizzata da un edificio centrale espositivo realizzato in stile tardo Rinascimentale con statuaria integrata nella facciata esterna e lungo i frondosi viali sul modello del “Museion” a ricordo di quello che fu di Cicerone. Una curata rappresentazione dell’universale bellezza immaginata da una fantasiosa mente e riprodotta da artigiane ispirate mani, per il godimento di previlegiate anime elette, capaci di percepire con i sensi e l’intelletto il vorticoso pulsare della Creazione divina. Questo fu il desiderio del suo illustre ideatore e  proprietario alla fine del XVI secolo, il Cardinale Scipione Borghese (1579-1633).

Nipote di papa Paolo V,  fu sicuramente la personalità più influente del suo tempo a Roma e non solo. Culturalmente preparato, con una personalità forte e stravagante, oltre che immancabilmente arrogante, lasciò ai propri eredi la dote di un vero e proprio museo d’arte il quale ancora oggi, malgrado le insostituibili perdite d’opere eccellenti dovute ad alcune “scellerate scelte” postume, rappresenta una delle raccolte più significative al mondo.  Il Cardinale Scipione dedicò gran parte della propria vita all’accumulo di opere sia originali antiche, sia di quelle che egli considerava le migliori sue contemporanee; nulla riuscì a frenarlo in quella sua frenetica raccolta e non mancò d’esercitare il suo enorme peso istituzionale a tale fine. Indelebilmente inscritto nella storia per la collezione di straordinarie opere e per il suo mecenatismo, è ricordato anche per una serie di curiosi aneddoti, che riportano veri e propri “atti criminosi”, che non disdegnò di attuare pur di raggiungere il suo scopo, ottenere cioè la proprietà delle opere desiderate.  Certamente la dotazione di una ricchezza pressoché illimitata, combinata alla detenzione di un potere assolutista esercitato senza alcuno scrupolo, consentirono al Cardinale Scipione di rivaleggiare con le famose raccolte Medicee, Estensi o Urbinate ma, soprattutto, gli consentirono di superare le raccolte di suoi contemporanei collezionisti, quali Rodolfo II d’Asburgo e dei cardinali Borromeo, Del Monte e Giustiniani. Al tempo, tutti gli aristocratici-intellettuali europei  facevano sfoggio della loro superiorità socio-culturale detenendo opere d’arte, attività che veniva spacciata come una obbligata azione di mecenatismo sociale col fine di remissione-espiazione della colpa dell’eccessivo arricchimento, che era tacciata dal Clero come attività lussuriosa. Riporto alcuni degli aneddoti  accreditati al reverendissimo Cardinale Scipione per rendere la comprensione di quale “febbrile desiderio artistico” sconvolgesse, con convulsivi  fremiti, il suo corpo e ne incendiasse la mente. In quei tempi l’esercizio del collezionismo e commercio di opere, che oggi definiamo “d’Arte”  per il fatto che i grandi collezionisti contribuirono a farle divenire tali, era un’attività sviluppata e redditizia esercitata anche da “artisti-commercianti” come il celebrato “Cavalier d’Arpino”, civilmente  Giuseppe Cesari, definito “pictor unicus et rarus”. Figlio del Cesari  già famoso pittore, fu  presidente della prestigiosa Accademia di S. Luca ed entrò a far parte della corte papale al tempo di Gregorio XIII, privilegio che gli consentì d’ottenere commissioni importanti in città come nel chiostro di Trinità di Monti , in S. Lorenzo in Damaso, al Palazzo dei Conservatori; anche fuori Roma ottenne importanti commissioni, realizzando per esempio gli affreschi per il coro della Certosa di S. Martino a Napoli.  Insomma un “artista” di primo piano che aveva dato vita ad una affermata bottega romana nella quale lavorò anche il giovane Caravaggio appena giunto a Roma (il quale in seguito sostituì il maestro nei lavori della famosa Cappella Contarelli nella chiesa di S. Luigi dei Francesi) . Questi rapporti privilegiati permisero  al Cavaliere di realizzare una eccellente collezione di opere e questa non tardò ad attrarre l’attenzione morbosa del potente Cardinale Scipione. Questi intavolò con il d’Arpino  una apparentemente “svogliata” trattativa per alcune opere ma, casi della vita, in seguito alla sua visita, accadde un accidente.  Il Cavalier d’Arpino si trovò invischiato in una situazione debitoria verso l’erario pontificio, una vera e propria tegola sulla sua testa. Così fu prontamente instaurato un “contenzioso fiscale”, fu sottoposto ad un improvvisato processo  e speditamente condannato a pagare una cifra molto onerosa che, ovviamente, non possedeva, dunque furono avviate le procedure di… “recupero crediti”; e cosa venne confiscato?  Inutile dirlo, tutta la sua collezione d’arte. Le opere furono acquisite dall’erario e queste finirono nella collezione del Cardinale Scipione. Al povero Cavaliere d’Arpino non rimase altro che…riprendere a lavorare. L’acquisizione di opere da parte del Cardinale non conobbe sosta né impedimenti;

fece in modo, ad esempio, che venisse rifiutata l’opera del Caravaggio (la Madonna dei Palafranieri)  commissionata dall’Arciconfraternita dei Parafrenieri Pontifici, per avere modo di acquistarla ad un prezzo dimezzato  (il cardinal Scipione deteneva ben 12  opere del Caravaggio); sollecitò l’intervento di suo zio papa Paolo V al fine di placare le giuste ire dei canonici di Perugia, decisi a riprendersi la loro opera, il dipinto la “Deposizione Baglioni” di Raffaello che custodivano nella chiesa di S. Francesco al Prato, che era stata furtivamente sottratta loro per ordine del Cardinale Scipione. Zio Paolo V dovette intervenire personalmente al fine di placare gli irritatissimi canonici scusando la furtiva maramaldeggiante manovra del caro nipote, adducendo come causa  della fraudolenta azione una “insopprimibile esigenza spirituale del Cardinale nipote”. Formidabile esempio di  “captatio benevolentiae”. Il “febbricitante” Scipione Borghese non si fermò al disinvolto uso del potere persuasivo a mezzo della famiglia, infatti non esitò nel servirsi strumentalmente della legge, pur di lenire le proprie convulsioni, facendo arrestare il pittore Domenichino, reo di avere accettato la commissione dagli antagonisti Aldobrandini  dell’opera “La Caccia di Diana” e realizzato un’opera così perfetta da rappresentare un oltraggio che potesse non appartenergli. Il pittore venne rilasciato soltanto dopo avere sottoscritto una “regolare vendita” del dipinto a favore del Cardinale. L’allucinato prelato, sollecitato da pruriginosi desideri profani, riuscì ad ottenere il famoso dipinto di Tiziano, “Amor Sacro ed Amor Profano” ,

dove è contenuto un ammiccante intreccio filosofico-amoroso,  capace di solleticare le elucubrazioni  di generazioni di storici dell’arte, dipinto che ben si accordava con il soggetto “Giuseppe e la moglie di Putifarre” del “Cigoli”, dove è rappresentata una discinta moglie dalla giarrettiera bene in mostra, dipinto posseduto dal Cardinale.

Lo scatenamento  intellettuale-ormonale, spinse il Cardinale a convocare a Palazzo il giovane scultore Gian Lorenzo Bernini il quale seppe riproporre, ne  “Il Ratto di Proserpina”, la scultura a tutto tondo apprezzata  in tutte le sue angolazioni e contenuti  anatomici la quale, sembra, riuscì ad alleviare la prurigine del Cardinale. Molto si è scritto sulle “qualità” del Cardinal Scipione e dei suoi discendenti i quali ereditarono un tale numero di opere che un suo erede, il principe Marcantonio IV Borghese,  volle farle catalogare a somiglianza della pubblicazione dell’ Encyclopédie di Diderot e d’Alembert (1751).  A Roma intanto si esauriva il Barocco, diluendosi nel francese Rococò, poi sostituito dal Neoclassico e nella Villa-museo entrarono artisti come il Canova (autore della plastica “Paolina Borghese” eternata nelle sembianze di Venere-vincitrice) seguito da un altro  “amante dell’arte”, Napoleone I, il quale convinse suo cognato Camillo Borghese (sposo della Paolina-Venere) a “trasportare”, per ragioni di sicurezza,  parte delle opere possedute al museo del Louvre.

Eh sì, tempi  fantastici quelli! Quali personalità si susseguirono e quale idealità li sosteneva!  Secoli dove tutto venne stravolto e ri-assemblato, dove gli aristocratici divennero rivoluzionari ed i rivoluzionari restaurarono il potere temporale preparando l’avvento della “Società di Massa” di fine ottocento. In questo marasma, dove il concetto strisciante era quello per cui : “tutto deve cambiare al fine di lasciare ogni cosa intatta”, per nostra fortuna dagli stravolgenti eventi succedutisi, c’è pervenuta quasi intatta questa Galleria Borghese insieme ad un privilegio acquisito, l’ingresso per la visita di quella che fu l’esclusiva dimora di un fanatico, geniale, arrogante intellettuale-collezionista che desiderava possedere per sé tutta la “bellezza del creato” e che mai avrebbe immaginato un futuro contraddistinto dalla condivisione delle sue amate opere con  una curiosa ed anonima vociante folla ammassata  in fila davanti all’ingresso del suo personale intellettualistico Maniero-Museo.

 

Iorise Agostinelli