FLAMINIO, PARIOLI - GENNAIO 2016

Dedicato ai quartieri con l’auspicio che conservino a lungo la loro vocazione Olimpica.

 

Là dove c’era l’erba oggi c’è…diceva una vecchia canzone inaspettatamente ed incomprensibilmente palesatasi nella mia mente mentre spingendo allegramente sui pedali del mio ciclo mi inoltravo nel grande piano territorio costellato da alti edifici abitativi interrotti qua e là da vecchi impianti sportivi come il palazzetto dello sport detto “Pala Tiziano” e lo stadio Flaminio (realizzati negli anni ‘50 su progetto dell’ingegnere Pier Luigi Nervi che si occupò, nella stessa circostanza, anche della realizzazione del viadotto di Corso Francia) e dall’eccellenza di quelli attuali, materializzati dall’Auditorio Parco della Musica  e dal polo museale del MAXXI.

Cercavo, iniziando a sudare un poco, di immagazzinare più immagini possibili delle presenze architettoniche della zona capaci di narrarci la sua evoluzione, oltre che per distrarmi dal dovere imprimere forza sui pedali per riuscire ad inerpicarmi sulle salite di quella rupe sulla quale si estende il parco di villa Glori, oggi inserito nell’aristocratico territorio dei Parioli. Questo grande spazio verde urbano che con i suoi centenari querceti domina la pianura, fu utilizzato come riserva di caccia per raffinati frequentatori sino al 1923 quando, dopo avere deciso l’urbanizzazione del territorio, venne istituito a parco e dedicato ai caduti della Grande Guerra e denominato “Parco della Rimembranza” ed al proposito del “rimembrare” (mi scuso per l’arbitrario uso di questo termine di così aulica leopardiana memoria) ora che sono finalmente sceso dal ciclo e mi predispongo a scrivere del recente passato di questo quartiere, il persistere della canzonetta nella mia mente mi suggerisce la parafrasi del suo ritornello : “là dove c’era un acquitrino ora c’è… o meglio… ci fu.” Incredibile oggi a dirsi guardando dall’alto la continuità degli edifici esistenti, ma nel 1911 quando fu deciso il suo sviluppo urbano, (è trascorso soltanto un secolo) su questo originario paludoso territorio sostavano specie di uccelli migratori come anitre ed aironi e vi era la stabile permanenza della stanziale stridula gallinella (nulla da fare, subisco le sopra citate poetiche contaminazioni)… insomma, era un alluvionale territorio di campagna con tanto di girini e rane che si estendeva a dismisura al di sotto della dominante collina dei Parioli quando il neo Governo monarchico-liberale, in occasione dell’Esposizione Universale, decise di cambiarne la destinazione da “parco naturale” a polo culturale. Iniziò così con il realizzare il centro espositivo di Valle Giulia, della Galleria Nazionale di Arte Moderna (Gnam) ed in ossequio al frainteso antico pensiero di Giovenale “mens sana in corpore sano” venne a celebrare anche il grande centro sportivo dell’Ippodromo Parioli. L’ippodromo divenne in poco tempo un punto di aggregazione per la popolazione, così frequentato da offrire un premio per la gara del trotto della città di Roma di lire 50mila! Cifra astronomica, addirittura di ben 8mila lire superiore al Derby che si svolgeva all’ippodromo delle Capannelle e questo ci rende l’informazione della sua attrazione per una popolare frequentazione e per sopperire a tale esigenza di frequentazione, l’ippodromo fu collegato col mezzo pubblico della linea tranviaria numero 1 elettrizzata per l’occasione.

Nonostante poi, l’ippodromo ospitasse frequenti rudi assembramenti delle tendopoli di giovani nazional-avanguardisti,  il luogo manteneva una esclusiva frequentazione di aristocratici cavalieri che inevitabilmente attraeva le passarelle di sofisticate giovani femminili mise capaci di eccitare gli esigenti sguardi predatori di blasonati giovani come i conti Giuseppe Volpi e Costanzo Ciano, protagonisti del successivo ventennio italiano. Ma la meccanizzazione irrompeva stravolgendo i romantici viali attraversati da pigre carrozze e da eleganti cavalieri a cavalcioni di focosi destrieri, divenuti però improvvisamente fuori moda, ora erano i cavalli meccanici della automobile o de “Lo Auto”, Futurista espressione che soppiantava nell’immaginario delle signorine il “buon partito” da ambire.  Sul territorio si installò allora lo stabilimento della Società Automobili Roma con l’intenzione di accelerare la meccanizzazione. Gli aironi, sino allora tolleranti allo sfrecciare dei quadrupedi equini non riuscirono a sopportare lo strombazzare di clacson e fanfare e così migrarono definitivamente mentre le gallinelle, più pigramente, si spostarono nell’attiguo invaso dell’Aniene. Resistevano nelle pozzanghere dell’ex territorio alluvionale le anatre e rane ma presto, causa lo scoppio della I° Guerra Mondiale, lo stabilimento di automobili venne convertito nella Reale Fabbrica d’Armi,  i clacson furono sostituiti dai “botti” e così sparì anche lo starnazzare delle anatre, il nitrire dei cavalli ed il gracidare delle rane. Finita la Grande Guerra Mondiale fu decisa la definitiva sistemazione della zona attribuendole una precisa sportiva vocazione, venne così costruito anche lo Stadio Nazionale, grande impianto sportivo polifunzionale e architettonicamente ideato sulla falsa riga dei monumentali antichi Circhi romani da quell’architetto del regime dal nome di Marcello Piacentini, divenendo così lo Stadio Nazionale del Partito Fascista. L’impianto ospitò i primi derby di Lazio-Roma con le consequenziali prime risse tra tifosi ed i successivi incontri della rappresentativa sportiva della Nazione, caratterizzati dai “cappotti” subiti nelle competizioni del Rugby internazionale e dai trionfi della mondiale Nazionale di calcio. Ma le guerre si susseguivano con la frequenza dell’ordine di una generazione ed arrivò, precisa come la scadenza di una cambiale, anche la II° Guerra Mondiale la quale  non risparmiò nulla, neppure lo Stadio Nazionale del Partito Fascista. Finita anche questa di guerra le sue macerie non furono colonizzate dal ritorno degli uccelli migratori ma vi si stabilirono un ingente numero di sfollati ex Sudditi divenuti baraccati Cittadini italiani che soltanto nell’occasione dell’assegnazione delle Olimpiadi a Roma poterono trovare una dignitosa sistemazione ottenendo la costruzione delle prime case popolari dal Comune con la loro conseguente assegnazione, così poterono essere ricoperte le macerie dello stadio Fascista costruendovi sopra l’attuale apprezzato Stadio Flaminio (oggi colpevolmente abbandonato all’incuria).  

Si celebrarono le mitiche romane Olimpiadi nell’anno 1960  che tanto contribuirono a cambiare il volto della città uscita devastata dalla Guerra Mondiale definendo contestualmente la vocazione sportiva dei quartieri Flaminio e Parioli con la realizzazione del Villaggio Olimpico. L’assegnazione a Roma delle Olimpiadi spronò e velocizzò l’ammodernamento della città che divenne meta di una infinità di genti provenienti dall’intero globo terrestre, erano gli anni del boom economico italiano e la città si mostrava nella sua immagine più accattivante e scintillante, con strade pulite, servizi efficienti e, addirittura illuminazione funzionale!

I sampietrini romani brillavano sotto i nudi e poderosi piedi dell’Eroe Abebe Bikila impegnati a spingere la gracile atletica figura nella sua poderosa corsa trionfale attraverso le strade romane, ed ad ogni suo passo riduceva le distanze tra la ancora imperante vergognosa differenza razziale che contraddistingueva buona parte del mondo Occidentale; l’ammodernato stadio Olimpico (chiamato dei Centomila) ospitava il folto pubblico inneggiante al trionfo del “miracolo bianco” incarnato nell’esile figura del nostrano velocista Livio Berruti Eroe nella gara dei 200 piani; nel nuovo Palazzetto dello Sport  si esibivano i “Globe Trotters” cestisti americani e negli spazi dedicati alla ginnastica volteggiavano nell’aria atleti leggeri come farfalle, ed una di “farfalla” nonostante fosse di alta statura e pesasse novanta chilogrammi, si librava sul tappeto del ring danzando e roteando le braccia così velocemente che, anche gli avversari restavano estasiati ad ammirarlo (e si addormentavano facilmente a quella ipnotica dimostrazione).

Si trattava della “nera farfalla” americana di Louisville che portava tatuato sulle ali quel nome di Cassius Clay rappresentativo della volgarità razzista, nonché schiavista, che si contrabbandava come trascorsa. Roma lo incoronò con il serto degli Eroi greco-romani a Campione Olimpionico ed egli risplendeva di luce propria in quei giorni di Epifania degli Olimpici Eroi, abbacinando gli attoniti occhi del Mondo puntati su quel Villaggio Olimpico materializzato nei quartieri Flaminio e Parioli. Che tempi furono quegli anni ’50  glorificati dalle Olimpiadi del  ’60!  Costretto a concludere queste sbrigative rimembranze, accenno che  quell’Olimpico Ponentino si affievolì nell’arco di una stagione. Gli Eroi Olimpici divennero presto sbiadite diapositive da conservare nelle teche televisive, arrivarono gli anni a seguire e qualcuno di quegli Olimpici romani Eroi si fece carico di indicare la giusta strada all’Umanità ma… non è mia intenzione di cadere nella melliflua nostalgia. La memoria sì, la “rimembranza” è il fondamento della coscienza ma Nostalgia No!... essa è una rovinosa droga che rende assuefatti ed uccide la fantasia, unica componente umana capace di combattere la stagnazione, l’immobilismo e la disperazione. Auguro dunque a tutti noi di assistere al levarsi di un nuovo persistente Olimpico Ponentino capace di sostenere una nuova  Eroica Epifania la quale si snoderà da un nuovo splendente Villaggio Olimpico magari eretto di nuovo su questa parte di Roma.

 

 

 Iorise Agostinelli

 

FLAMINIO - NOVEMBRE 2013

Parlare di questo quartiere di Roma, della sua storia e degli eventi accaduti su questa appendice di territorio romano eccita la mia memoria e la fantasia. Potrei iniziare da…lontano e descrivere gli eventi accaduti quando questo territorio apparteneva alla suddivisione Augustea in Regio o scrivere della famiglia dei Flamini e,.. lo farò.., oppure soffermarmi sulla attualità e descrivere quelle pregiate strutture pubbliche che nobilitano il territorio come l’Auditorium di Renzo Piano o, ancora il museo d’arte del XXI secolo il Maxxi, futuristica struttura desiderata e fortemente voluta dall’architetta  Zaha Hadid e, è certo, lo farò.

Quello che invece desidero descrivere oggi e che sollecita la mia fantasia, è parlarvi di una…croce.

Una croce a Roma? Niente di originale vi direte ma, aspettate a trarre conclusioni affrettate e, fate attenzione!

La particolare croce alla quale mi riferisco è quella chiamata di S. Andrea. Immagine che mi viene curiosamente sollecitata dalla presenza sul territorio del comodo servizio tranviario, vediamo allora una sua definizione: “dicasi croce di S. Andrea o doppia croce di S. Andrea quel segnale stradale che viene posto in prossimità di un binario ferroviario dove vi è un passaggio a livello senza barriere ed invita i conducenti alla massima prudenza ed a fermarsi se vi sono le luci rosse lampeggianti o segnale acustico attivo”.  Quanti di noi hanno temuto, nell’affrontare l’esame per l’ottenimento della patente di guida, di “incocciare” questo fatidico “oscuro” segnale nei Quiz di esame scritto? Molti, e, tutti si sono svogliatamente impegnati a documentarsi a quanti metri di distanza questo segnale viene posto e della differenza tra la “semplice” croce di S. Andrea e la doppia croce ma.., quanti di noi si sono domandati il perché di questo particolare nome dato ad una segnaletica stradale?

Nessuno.., o meglio, alcuni e, tra questi, io.

Va bene, staranno pensando i più impazienti di voi lettori, ma cosa ci azzecca il segnale stradale con il quartiere Flaminio? È vero, nel quartiere vi è il servizio tranviario su binari ma… non vi è questa segnaletica! Tranquilli, l’associazione di idee ha sollecitato in me la motivazione necessaria per narrarvi dell’edificio religioso presente nel quartiere e dedicato, che casualità, a S. Andrea. 

La chiesa, caduta nell’oblio popolare, fu voluta dal futuro papa Giulio III nel 1553 a ricordo della sua repentina fuga avvenuta il 30 di novembre durante il “sacco di Roma” operato dai Lanzachinecchi di Carlo V quando il futuro Giulio III era ancora Vescovo.

A ricordo di questo personale salvifico evento Giulio III, salito al soglio pontificio, fece costruire la chiesa dall’architetto Jacopo Barozzi da Vignola nel suo complesso suburbano di villa Giulia (allora immersa nella proprietà dei Del Monte) è dunque una chiesa votiva e cappella privata. L’edificio è un cubo in laterizio lasciato a vista sui tre lati e rappresenta una sintesi della cultura Umanista con le chiese realizzate a pianta centrale e, gli edifici di culto a pianta longitudinale tipici della Controriforma realizzati dalla seconda metà del 1500. 

Questo edificio di culto ha subito nel tempo vari interventi di ristrutturazione ad opera di insigni architetti tra i quali ricordo il Veladier di napoleonica memoria.

Andrea, al quale è dedicata la chiesa, nella narrazione agiografica (narrazione della vita e vicende dei santi realizzata da fonti del clero) fu il fratello del più famoso Simone e svolse l’azione fondamentale di introdurre suo fratello (che diverrà da lì in breve, Pietro, “pietra angolare della Chiesa Apostolica Romana” ) nel ristretto nucleo dei discepoli di Gesù, il Nazareno. Alla morte di Gesù questi discepoli, che diverranno Apostoli, si disperderanno nell’intero territorio dell’Impero romano a predicare il “verbo del Dio cristiano” ed Andrea viaggiò ai confini Orientali dell’Impero, qui predicò e qui vi trovò la morte perseguitato da quella che viene narrata come la “prima persecuzione cristiana” avvenuta sotto l’imperio del celebre Nerone (al secolo, Lucio Domizio Enobarbo Nerone) Andrea fu crocifisso a Patrasso (Grecia)  ed ecco che mi riallaccio alla croce sopra descritta, egli fu crocifisso e vi trovò la morte, su di una croce detta “decussata” cioè a forma di X  per sua volontaria scelta al fine di non emulare il martirio del suo Maestro.

Le sue preziose reliquie, si narra ufficialmente, furono portate da Patrasso a Costantinopoli per volere dell’imperatore Costanzo II nel 357 (erano fondamentali al fine di celebrare la supremazia della Chiesa locale che negava il  primato di quella romana) dove rimasero sino ai primi del 1200 quando vi fu il sacco di Costantinopoli operato del “fraterno” esercito Latino e, tra le altre preziose cose, furono asportate le spoglie del Santo delle quali, si narra, che braccia e dita e altre parti del corpo furono donate a varie chiese come a quella di Luni; le reliquie poi furono traslate ad Amalfi e nel XV secolo, la testa di S. Andrea fu portata a Roma dal cardinale B. Bessarione che, nel 1462  fu accolto dall’allora papa Pio II (Enea Silvio Piccolomini) con una grande solenne processione di fedeli i quali accolsero la preziosa venerata reliquia che fu posta in una teca nei pilastri della basilica di S. Pietro. L’evento attirò folle di pellegrini e, per l’occasione poi, si fece costruire la vicina cappella denominata S. Andrea a Ponte Milvio; in seguito, nel 1964 (si era ai tempi dell’innovatore Concilio Vaticano II ) il papa Paolo VI donò, in segno di apertura di dialogo con la Chiesa ortodossa, una parte della testa del santo.., così dopo secolari tragitti, viaggi e trasposizioni varie il povero Andrea (od una parte di sé) ritornò sul luogo del “martirio”.

Ma i  “viaggi” della salma del Santo non finirono qui, come egli stesso immolò la sua esistenza girovagando nel desiderio di tramandare la parola di “Dio” nel Mondo antico, così il suo “corpo” o meglio, parti dello stesso, continuarono a viaggiare sino ad arrivare in… Scozia. Qui, una leggenda narra, che le reliquie del santo furono traslate e, vero o meno, egli rappresenta una figura fondamentale della Chiesa scozzese. Dichiarato santo Patrono, il 30 di Novembre (dedica della Chiesa cattolica a ricordo del suo martirio) è giorno celebrato come festa nazionale in Scozia dal XV secolo e, non è un caso, che la sua rappresentativa chiesa nazionale a Roma è chiamata S. Andrea degli Scozzesi. 

Ma questa chiesa non è cattolica bensì protestante e, seppur condividendo il culto del santo Andrea, la devozione dei fedeli è profondamente diversa come profondamente diversa risulta la chiesa di Roma ad Egli dedicata. 

In ultimo ricordo che nella bandiera nazionale scozzese, ed in molte altre è riportato il simbolo della croce di S. Andrea ed Egli risulta anche Patrono in Russia, Romania, Ucraina e Grecia.

Dunque, il ricordo religioso del “martirio” del Santo è andato a permeare nel più profondo la vita sociale di una moltitudine di individui sparsi per l’Europa a volte ignari dell’importanza simbolica delle immagini.

È straordinario come una semplice “segnaletica stradale” possa assumere un significato religioso e culturale che ci può trasportare lontano nel tempo con eventi e aneddoti dimenticati.., non è vero?

 

Iorise Agostinelli